Il gioco della vita

Il giardino dei ciliegi è un classico del teatro. Fino a domenica 18 novembre saranno Quelli di Grock a portare l’eterno incanto e le problematiche tecniche e contenutistiche di questo testo sul palco milanese del Leonardo.

«Ieri sera ho visto una commedia ma, a guardar bene, non c’era poi tanto ridere»: battuta profetica, questa, pronunciata dagli attori durante lo spettacolo. Quando Anton Cechov propose al pubblico Il giardino dei ciliegi presentò il suo ultimo lavoro teatrale come una commedia. Stanislavskij, tuttavia, scelse di dirigerla come una tragedia. Oggi, tutti gli spettatori della pièce ne colgono le sfumature più struggenti, e l’abilità nel portare sulla scena – accanto ai momenti più spensierati e leggeri – la nuda fragilità della condizione umana.

Il giardino è il luogo dell’evasione, della spensieratezza, del sogno e del gioco. Ognuno, tra gli alberi di ciliegie, è libero di essere se stesso: «Je suis comme je suis» canta spensierata Liubov’ Andreevna, la protagonista, citando Prévert in una delle prime scene. Il mondo che sta là fuori, privo di poesia e sense of humour, rischia però di minacciare questo luogo incontaminato e sospeso nel tempo. La proprietà di famiglia sta per essere venduta all’asta per pagare i debiti e il giardino, che giace accanto alla casa, potrebbe essere distrutto: quasi a simboleggiare che le difficoltà pratiche ed economiche hanno, talvolta, il potere di cancellare e distruggere i momenti intrisi di creatività e sogno, che danno colore alla vita. Chi di noi, in fondo, non ha mai desiderato avere un giardino candidamente bianco dove allontanarsi dai problemi e recuperare gli stimoli vitali?

Liubov’ Andreevna e il fratello attendono che arrivi il giorno in cui la casa sarà venduta. Osservano la bellezza del giardino, rievocano insieme alle figlie e ai servitori i ricordi, ma non fanno nulla per provare a salvarlo. Non ne sono più capaci. La fatica di vivere, la morte di un figlio e l’inesorabile tramonto della classe sociale a cui appartengono, sembrano avergli tolto la forza di combattere, di sognare. Un ricco mercante, nato schiavo, che da piccolo un giardino non l’ha mai avuto, acquista la loro proprietà. La sua solitudine, alla fine dello spettacolo, fa pensare che coloro in possesso dell’energia e della forza per raggiungere un obiettivo possano non avere gli strumenti e le capacità per riuscire a goderne appieno. Nessun altro, simile a lui, è riuscito in una simile impresa, ma il primo – spesso – è solo.

Lo spettacolo, diretto da Claudio Orlandini, è ricco di suggestioni: il biancore dei ciliegi è rievocato grazie a teli che ricadono dall’alto; gli stati d’animo sono raccontati dagli spostamenti – dolci o nervosi – delle sedie; il passare del tempo è scandito dall’affievolirsi delle luci; il ritmo musicale è dato dal suono dei passi in giardino. Le parole sono ridotte al minimo: i primi minuti dello spettacolo trascorrono nel silenzio. La recitazione di Giulia Bacchetta è impeccabile ed essenziale. Non urla, non si dispera e il suo pianto, nell’ultima scena, è timido, delicato, trattenuto – soffocato come l’atmosfera che abita l’intero spettacolo.

Quando arriva il momento di dire addio al giardino e alla casa di famiglia, le luci sono basse. Lo sguardo è quello di chi cerca di fissare per sempre i dettagli di uno spazio in cui è stato felice e ha la consapevolezza che, una volta chiusa la porta, non potrà più farvi ritorno. Lo spettacolo finisce ma lo sguardo dello spettatore non assomiglia a quello della protagonista. Il bello dei classici, in fondo, è proprio questo: non ci abbandonano mai e possiamo farvi ritorno ogni volta che lo desideriamo.

Lo spettacolo continua:
Teatro Leonardo
via Ampére, 1 (ang. Piazza Leonardo Da Vinci) – Milano
fino a domenica 18 novembre
Orari: da martedì a sabato, ore 20.45 – domenica, ore 16.00

Comteatro presenta:
Il giardino dei ciliegi
di Anton Cechov
regia Claudio Orlandini
con Giulia Bacchetta, Carola Boschetti, Monica Barbato, Luca Chieregato; Claudio Orlandini e Maurizio Paioni
scene e costumi Anna Colombo
luci Fausto Bonvini
trucco Beatrice Cammarata
musiche Gipo Gurrado

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