Presto prestissimo

Debutta a Teatri di Confine, Il Giro del Mondo in 80 giorni, nell’adattamento da 80 minuti. Ritmi concitati. Forse troppo.

Avevamo lasciato Sotterraneo ancora Teatro, e Il Giro del Mondo in 80 giorni sviluppato in quattro puntate da 30/40 minuti l’una. Li ritroviamo, oggi, con un nuovo nome a designare la loro Compagnia/collettivo, e il debutto nazionale dello spettacolo che dovrebbe condensare, in un’unica serata, la miriade di invenzioni, pezzi musicali, giochi da tavola e interazioni con il pubblico, che caratterizzavano il passato adattamento teatrale (a puntate) del romanzo di Verne.
Partiamo dai meriti della recente fatica. Innanzi tutto, a livello drammaturgico, convincono sia il prologo stringato recitato da Sara Bonaventura – che racconta brillantemente gli antefatti; sia la presentazione dei personaggi risolta con fermi immagine cinematografici. Decisamente riuscito anche il finale (molto diverso da quello della quarta puntata), sia per quanto riguarda il “riavvolgimento del nastro”, che funziona grazie all’espediente della quarta dimensione; sia l’uscita di scena metateatrale. Anche a livello di recitazione, merita un applauso convinto Bonaventura, che si è dimostrata abile nell’attraversare i molteplici ruoli che ricopre, con una gamma di espressioni vocali e gestuali sorprendente.
Il treno corre (e gli altri mezzi più o meno di fortuna anche) ma gli imprevisti per Fogg & Co. non si risolvono sempre con la carta jolly. Traslando, altre scelte registiche convincono meno.
La prima ha a che fare con il ritmo. Come un concerto, anche uno spettacolo di “prosa” dovrebbe possedere una serie di tempi che, rallentando o velocizzando l’azione, creino situazioni di climax e anticlimax. Questo Giro del Mondo sembra giocato solamente su presto, e prestissimo (a parte il minuto di meditazione trascendentale). Troppe volte il racconta si tronca con un: «Basta così». Quando dovrebbe essere l’azione a interrompere la narrazione (dato che l’interruzione di un racconto con una frase-refrain appare anti-teatrale). Mancano i dialoghi e la drammatizzazione delle scene, che sembrano cedere il passo, troppo spesso, a un narrare tipico del teatro di parola. Non gli accadimenti agiti in scena, bensì la descrizione degli stessi fa procedere il viaggio. E il risultato appare decisamente discorsivo e poco incisivo. Per fare un esempio pratico, perché descrivere il passaggio nella giungla invece di ricreare azioni e dialoghi sulla liberazione della signora Aouda? Oppure, perché raccontare la tempesta invece di agirla con spruzzi al pubblico e altre azioni sceniche che, sicuramente, Sotterraneo è in grado di ideare?
Ma per ricreare le atmosfere e scandire i tempi, occorrerebbe anche la musica – che, nell’adattamento a puntate, introduceva i personaggi, alludeva ai luoghi visitati, sottolineava – anche in contrappunto, ossia con ironia – le situazioni. Latitano i Beatles, che salutavano l’arrivo dei nostri eroi a Liverpool. Londra sembra sorda e muta. L’Egitto è silenzioso come una tomba. L’India è Bollywood – avvertendosi l’assenza di Gennaro Scarpato, in grado di ricreare le atmosfere di quella giungla precorsa da Fogg e Passepartout in elefante – che, se raccontata attraverso suoni, rumori e ritmi tribali, si sarebbe potuta materializzare come palcoscenico per la liberazione della signora Aouda, senza bisogno di alcuna descrizione a parole. La musica e i ritmi giusti sarebbero stati indispensabili anche altrove. Ad esempio, è mancato il tempo perché il pubblico comprendesse cosa sia l’Area 51; si calasse nelle atmosfere di X-Files; e apprezzasse appieno il rapimento alieno di Barbie e Ken – in puro stile Incontri ravvicinati del terzo tipo. O ancora, non abbiamo rilevato il sound e la prospettiva adeguati affinché Mickey Mouse potesse rimandare a quella critica feroce degli Stati Uniti, portatori di democrazia sulla punta dei fucili, icasticamente impressa nella memoria collettiva con la canzoncina che chiude Full Metal Jacket.
Sotterraneo conferma comunque di possedere una vena originale – innovativa e caratteristica. E un sarcasmo mordace che ci piacerebbe si confrontasse anche con testi classici. Magari un Ibsen non edulcorato che chieda al pubblico: «Nora deve vestire ancora i suoi panni, nel teatrino familiare, o andarsene?». Oppure, a quattrocento anni dalla morte del Bardo, tra tanti polpettoni, sarebbe intrigante vedere un Amleto che si rivolge con un pizzico di autoironia a noi, spettatori distratti, con un: «Essere, o non essere? A voi la soluzione».

Lo spettacolo è andato in scena nell’ambito di Teatri di Confine:
Villa Scornio – Sala dei Concerti
giovedì 9 e venerdì 10 giugno, ore 21.30

Sotterraneo presenta:
Il giro del mondo in 80 giorni
Storygame fra Jules Verne e Sotterraneo
concept e regia Sotterraneo
in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Mattia Tuliozi
adattamento Daniele Villa
coproduzione Sotterraneo/Associazione Teatrale Pistoiese con il sostegno di Regione Toscana, Ministero dei beni artistici e culturali e del turismo, Comune di Firenze, Funder 35
Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory ed è residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese

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