L’espressività dell’antico e del semplice

Al Teatro Studio Uno, la giovane Camilla Diana è Violette Ailhaud nello spettacolo Il giuramento.

Promosso da Spring produzioni artistiche di Grazia Sgueglia, Il giuramento è il quinto e ultimo appuntamento con il progetto Residenze artistiche che, al suo terzo anno consecutivo, ha riportato nell’orbita teatrale nuovi spettacoli inediti. Fra i vari esperimenti alternatisi, questo spettacolo inscena una storia dalla narrazione genuina e semplice, un racconto di altri tempi che nella raccolta sala del Teatro Studio Uno crea un’atmosfera ancora più densa, trasportando il pubblico in una parabola antica di un piccolo paese della Provenza. Camilla, unica attrice dell’intero spettacolo, narrerà le singolari vicende di questo paese che vede, per ben due volte, alternarsi l’estinzione totale del genere maschile. Protagonista e voce narrante, oramai anziana, ripercorre la sua giovinezza, riportandoci nel 1852, quando fu testimone della deportazione e uccisione degli uomini del suo paese da parte delle truppe di Napoleone III. Il villaggio rimase sprovvisto di uomini, quindi oltre a mancare la collaborazione per il lavoro, il sostentamento e la riqualifica della loro terra, venne a mancare anche della riproduzione del genere. Da qui vediamo la tenacia delle donne e il loro rialzarsi, il loro lento passaggio di giorni sempre uguali fra sacrifici e lavoro, il loro sogno di riscatto seguito da una presa di coscienza per la sopravvivenza del villaggio. C’è un che di combattivo e organizzato nel loro fare e ragionare, all’esigenza umana e emotiva si aggrega parallelamente un senso di responsabilità sociale. Si uniscono in un patto queste donne, delineandolo sempre meglio, non lasciando nulla al caso: qualora un uomo si presentasse nel villaggio sperduto e dimenticato si farà in modo che quello stesso uomo si conceda a una e poi a tutte. Da qui il movente dell’intreccio.

Infatti, oltre alla riflessione sulla sporca dinamica della guerra – «La guerra ci ha portato via ciò che avevamo di più caro» – si sviluppa un meccanismo di piano e azione che le donne programmano in giornate di sudore e speranza. Violette è la rappresentazione totale di questo pensiero, talmente concentrata come le altre e pronta a ristabilire un ordine nel proprio villaggio che rimarrà sorpresa all’avvertire, alla venuta di un uomo, di una piacevole destabilizzazione, un ritorno di sensazioni e poi sentimenti sopiti da tempo. Si ritrova così innamorata. «Avevamo previsto tutto per l’arrivo di un uomo. Il primo obiettivo sarebbe stato il suo seme, poi le sue braccia, infine la sua presenza. Il suo amore, mai. Neanche in segreto avevo considerato quella eventualità e le mie compagne nemmeno.»

Ma Violetta e le altre donne, per quanto alienate nella vita sempre uguale del villaggio, restano esseri umani epiteliali e sentimentali. Il senso di rispetto per la voglia di maternità di tutte e la responsabilità nei confronti della loro terra prevale, però, sul sentimento, quell’uomo deve essere il seme del villaggio, divenuto ideale da supportare, giuramento di complicità, di solidarietà con le altre donne e patto da non infrangere. Tutte vogliono essere madri, tutte vogliono ridar vita al villaggio spento. La storia che percorre sul ritmo della quotidianità e anche sulla monotonia delle giornate si tinge di nuovi richiami e sommersi spasimi, Violette ci lascia intravedere i contorni del sottile universo femminile e dei più generali sentimenti umani. Nel ripercorrere questo momento di felice giubileo condiviso, il villaggio si ripopola ma, settant’anni dopo, la storia si ripete.

Anno 1919, la Grande Guerra è appena finita, una Violette stanca, non più capace di sperare, vede il suo villaggio rimasto senza uomini, nuovamente. Sente l’ingiustizia di un qualcosa che viene sottratto, un destino infame che lacera un tessuto sociale e emotivo, gli interessi politici che portano sempre qualcuno a rimetterci pesantemente. Un testo che serba un arrangiamento ben riuscito, rappresentato con una scenografia essenziale, basica, povera e agricola, dove Camilla si esprime con semplicità. Le angolature di luce, saggiamente puntate sui tratti della donna nei numerosi momenti di silenzio, in cui tutta l’attenzione è posta sui movimenti del volto, dei gesti dell’attrice, sui suoi lunghi capelli raccolti in una treccia, lasciano scorgere una bellezza di epoche passate che l’artista ci restituisce.

Dal cinema al teatro e dal teatro al cinema, Camilla affronta un testo ricco di immagini, una storia che si muove fra campi, fasci di fiori, spighe di grano e ricordi. Camilla fa scorgere la fragilità così come la tenacia e la forza di una donna, alternando una notevole mimica a qualche piccolo momento di stasi che rischia di evolversi in un distacco e di non creare quella sintonia perfetta che, in altri momenti, si innesca col pubblico. Unico neo di una recitazione altrimenti sentita e vera, dovuto anche al fatto che bisogna avere molta costanza di timbro, tono e comprensione su quando inquadrare lo slancio giusto in una storia che è un lungo racconto dal procedere lento. In più i monologhi recano, sempre, la difficoltà di dover reggere un palcoscenico da soli. D’altronde Camilla è giovane e il, comunque, manifesto talento avrà modo di mostrarci ancora una volta la delicatezza che cuce sulle sue rappresentazioni.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno
via Carlo della Rocca, 6
dal 1 al 10 maggio

Il giuramento
liberamente ispirato alla storia vera di Violette Ailhaud raccontata nel libro: L’uomo seme
scritto e diretto da Gaia Adducchio
con Camilla Diana
luci Massimo Polo
costumi Virginia Gentili
traduzione Laura Scivoletto
foto locandina Gaia Adducchio
foto, video, garfica Pina Mastropietro
promozione Tindaro Manfrè
produzione e organizzazione Spring di Grazia Sgueglia

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.