Al Teatro Out Off va in scena Il guardiano di Pinter, ambientato da Lorenzo Loris nella periferia della nostra città: una versione che funziona come un congegno di precisione, in cui gli interpreti danno un’ eccezionale prova di bravura.

Negli ultimi anni mettere in scena Pinter è diventata una moda: un “must” ormai irrinunciabile per tutti quei registi – esordienti e non – che vogliono mostrare la propria abilità nel trattare la drammaturgia contemporanea e le sue tematiche impegnate. E il più delle volte non importa il risultato finale, perché viene a crearsi un circolo vizioso che coinvolge tutti, nessuno escluso: che si tratti di curarne la regia, recitare o essere spettatore, prendere parte a un’opera di Pinter “fa fine”.Questo, fortunatamente, non è il caso di Il guardiano in scena all’Out Off.

Già dal primo minuto si è catturati dal gesto accattivante di Alessandro Tedeschi – nei panni di Mick – che si accende una sigaretta nell’oscurità della sala. A pensarci bene è un’azione quotidiana, la si vede fare tutti i giorni, ma in questo caso racchiude non solo lo sviluppo del personaggio, ma tutta l’atmosfera dello spettacolo. È una sorta di prologo silenzioso, in cui a parlare sono le immagini in bianco e nero proiettate sul fondo che mostrano paesaggi periferici vagamente familiari.

Mick esce nell’oscurità, la scena si illumina e rivela l’interno di una stanza ingombra di mobili imballati nel cellophane che ricopre anche il pavimento, pronta ad accogliere Aston – l’inquilino – che ha invitato a casa Davies – vecchio senza fissa dimora –  per compassione, salvandolo da un pestaggio.

I pochi secondi che separano la loro apparizione dalla prima battuta occupano lo spettatore in un’attenta analisi dei costumi, fortemente caratterizzanti: il giovane è elegante, o meglio, vorrebbe essere elegante in un completo scuro impeccabile, ma decisamente di qualche misura più piccola della sua. Un cappellino di lana calato sulla testa e l’inespressività del volto fanno intuire la particolarità del soggetto. Per quanto riguarda l’anziano ospite, si ha invece l’impressione di avere davanti un vero “clochard”: i capelli lunghi, bianchi e ispidi, gli stracci di cui è vestito, i pantaloni troppo larghi e senza bottoni. Davvero mirabile la ricostruzione della bravissima costumista – Nicoletta Ceccolini – attenta a ogni dettaglio, che riesce a comunicare nell’immediato due disagi profondamente diversi, confermati poi dalla magistrale interpretazione dei due attori – Mario Sala e Gigio Alberti, nella scorsa stagione due perfetti Vladimiro ed Estragone – che lascia il pubblico letteralmente ipnotizzato per tutta la durata dello spettacolo.

È difficile descrivere cosa succede dal momento in cui Davies prende la parola: non è solo questione di bravura – in questo caso di raro livello; per rendere l’idea non basta nemmeno dire che tutto è stato curato nei minimi particolari e nulla è lasciato al caso. Non sembra di essere di fronte a un’ottima immedesimazione nel ruolo del “diverso”, ma che l’interprete si cali talmente nei panni del personaggio da oltrepassare quella sottile “linea rossa” che separa ciò che comunemente viene ritenuto normale da ciò che non lo è, insinuando nello spettatore il dubbio che quelli in scena non siano attori.

In questo modo le tematiche emergono con naturalezza, non senza quei momenti di amara ironia che caratterizzano il drammaturgo inglese. Tutto è affidato ai dialoghi che mostrano l’impossibilità delle persone di comunicare tra loro e la difficoltà di instaurare relazioni personali sincere, con domande che cadono nel vuoto e risposte per niente pertinenti a ciò che viene chiesto. La mimica e la gestualità completano l’effetto: Aston ha lo sguardo fisso nel vuoto e non si volge quasi mai verso il suo interlocutore – se non di sfuggita – come se non lo vedesse realmente. Le sue parole sembrano venire da tempi lontanissimi, da memorie sbiadite che si contrappongono nettamente al ricordo lucido e spietato dell’elettroshock nel monologo struggente della fine del secondo atto – meravigliosamente interpretato e che tocca il cuore. A completare il triangolo c’è Mick, fratello di Aston, che torna per destabilizzare quel minimo equilibrio creatosi tra i due coinquilini e che, pian piano, si deteriora irrimediabilmente fino all’espulsione di Davies – intruso in quel mondo che oscilla tra sogno e follia e in cui c’è una significativa separazione tra forma e contenuto, tra apparenza e sostanza. Perché Davies non è come “gli altri”: è un senza tetto, è sporco e trasandato, puzza, ma il suo ragionamento è lucido ed è abbastanza abile da mettersi sempre in buona luce, in modo da volgere le situazioni a proprio favore. Tutto il contrario dei due fratelli, dalla presenza ordinata e impeccabile, che nascondono un’autentica diversità: una vena di pazzia e incoerenza che scorre dall’uno all’altro; disagio che si rivela nelle immagini proiettate durante i loro monologhi – trasposizioni dei loro pensieri.

Uno spettacolo, quindi, che fa riflettere profondamente, anche perché Lorenzo Loris ha fatto un ottimo lavoro di attualizzazione del dramma che, composto nel 1960, viene qui presentato nella nostra contemporaneità. A tal proposito è ottima l’idea di rimanere fedele al testo, fatta eccezione per l’ambientazione: non importa che, invece dei sobborghi di Londra, venga usata come sfondo la periferia milanese descritta con dovizia di particolari e illustrata dalle immagini proiettate; e nemmeno che l’amico di Davies che gli fornisce il sapone – citato nel primo atto – non lavori nei bagni di Shepherd Bush ma in quelli della Stazione Centrale: è solo un ulteriore modo per farci sentire più vicino il messaggio del dramma ma, soprattutto, è la conferma della grandezza e della sconvolgente attualità dell’autore che, a distanza di cinquant’anni, impregna ogni singola parola e ogni singolo gesto.

Loris ha colto nel segno e l’impressione, alla fine, è che Pinter l’avrebbe voluto proprio così.

Lo spettacolo continua:
Teatro Out Off

via Mac Mahon, 16 – Milano
venerdì 19 novembre ore 20.45
fino a domenica 12 dicembre
orari: ore 20.45 – domenica ore 16.00

Il guardiano
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
con Gigio Alberti (Davies), Mario Sala (Aston), Alessandro Tedeschi (Mick)
scene Daniela Gardinazzi
costumi Nicoletta Ceccolini
disegno visivo Dimitris Statiris e Fabio Cinicola
luci Luca Siola
produzione Teatro Out Off – progetto NEXT 2009 – Regione Lombardia

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