Il piacere perverso di umiliarsi a vicenda.

Attraverso la storia di un divorzio, apparentemente consensuale, John Alexander Petritich cura la regia de Il legame, un testo di Strindberg ancora oggi attuale.

Quali sono i motivi che portano una coppia a separarsi dopo dieci anni di matrimonio? Dopo aver messo al mondo un figlio al quale si tiene più di ogni altra cosa al mondo? È possibile sciogliere in modo definitivo un legame del genere?

Queste domande, attuali ancora oggi in un contesto di estrema labilità dei legami affettivi, sono il punto di partenza per un testo in cui Strindberg vuole sondare – prendendo spunto dall’esperienza personale di separazione dalla baronessa Siri von Essen, nel 1892 – più temi ricorrenti della sua produzione teatrale, segnati da quella matrice culturale tipica degli autori del nord: il determinismo, l’inquietudine esistenziale e il cinismo rispetto alla morte, al rapporto uomo/donna, all’idea di una fede salvifica e al ruolo delle istituzioni.

Un atto unico che travolge lo spettatore in un climax ascendente di dolore e violenza psicologica: da un’iniziale e apparente “serenità” e complicità dei coniugi nell’accordare l’affidamento del figlio e nel pretendere una veloce conclusione del caso senza troppi indugi, si arriva presto a una sorta di gioco al massacro fatto di rivendicazioni, umiliazioni, disquisizioni amare sull’impossibilità di un rapporto sereno tra uomo e donna, sulla validità o meno della religione, sul senso dell’amore e sul perché della sua fine.

Crudeltà e cinismo, che i due non avrebbero voluto includere nel loro “copione” ma che nascono dall’imprevista (e giusta) puntualità del giovane giudice che, essendo alla sua prima udienza, ha bisogno di verità, di certezze: non se la sente di giudicare con leggerezza, di punire ingiustamente qualche innocente, rischiando di contravvenire agli obblighi della giustizia degli uomini o, peggio ancora, a quella di Dio.

Significativa la scelta scenografica: dal momento che la didascalia originale del testo di Strindberg prevedeva, nel fondo dell’aula del tribunale, una finestra dalla quale intravedere un campanile e un cimitero, il regista imposta l’aula a metà come un confessionale sul quale i coniugi sono costretti a raccontare le loro verità e i loro peccati – inginocchiati di fronte al pubblico – e, sullo sfondo, immagina come un altare (con tanto di calice di vino e pane spezzato) la cattedra dalla quale il giudice dovrà pronunciare la sua sentenza.

Un testo che risulta attuale soprattutto nelle rivendicazioni economiche che i due si scagliano a vicenda, così come nel tentativo di usare il figlio come “capro espiatorio” delle loro colpe: facendo credere all’uditorio, e a loro stessi, che la cosa più importante è salvaguardare la reputazione del bambino e la possibilità per lui di un’ottima educazione scolastica, i due nel finale scoprono che la totale responsabilità di tutto quanto sta nelle loro perversioni – prima tra tutte quella di non ricordarsi il perché si è smesso di amare l’altro e quando è iniziato il piacere dell’umiliazione reciproca.

Risultato: l’unico che, senza colpa, doveva risentire meno di tutta la vicenda, è predestinato – quasi come nella tragedia greca – a scontare le colpe dei genitori sulla propria pelle.

Lo spettacolo continua:
Teatro Out Off, via Mac Mahon, 16 – Milano
fino a domenica 5 giugno
orari: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16.00
 
Compagnia Teatro Popolare Italiano presenta:
 
Il Legame
dramma in un atto di August Strindberg
regia, scene, costumi e adattamento originale John Alexander Petricich
con John Alexander Petricich (Axel Sprengel), Marta Lucini (em>Helene Sprengel), Jacopo Zerbo (il giudice), Andrea Fazzari (il pastore), Patrizio Petterino (lo sconosciuto)
musiche Ludwigh van Beethoven (6° movimento dall’opera 131) – Johannes Brahms (Da unten im tale Wo033/6 – Volkslieder)

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