Il vortice ossessivo del possedersi senza possesso

Al Teatro Arcobaleno, l’Associazione culturale Le Perle di Novembre porta in scena Il lupo della steppa, adattamento del romanzo omonimo di Hermann Hesse.

Il viaggio onirico di Harry Haller alla ricerca di una vana e insperata felicità è il viaggio di ognuno di noi, che scava senza pietà nei meandri più oscuri della psiche, in quella magica e inquietante dimensione di crepuscolo misto ad allucinazioni attraverso cui si perde coscienza, identità, ritrovando solo il buio di atmosfere disperse nell’oblio del tempo e della storia.

Un viaggio disperato, sicuro del suo prossimo fallimento, ma tuttavia necessario per tentare di capire chi siamo e che strada percorrere: cercare a stento una condivisione, un calore umano, un corpo da possedere senza esserne posseduti, per sopravvivere ai mali terreni e al dolore quotidiano che affligge senza tregua la consapevolezza incosciente dell’uomo, il suo ridicolo vagabondare in preda al raptus incontrollabile di dare senso, uno qualsiasi, al proprio malessere.

Ed è precisamente in questa condizione di profugo umorale, di sopravvissuto tradito dalla sua cronica afasia, di incontrollabile eros represso, che Harry Haller, l’anonimo e sventurato “lupo della steppa”, il solitario re del nulla, l’astratto mago dei suoi pigri desideri, vaga disperato ricercando ingenuamente tracce, testimonianze spendibili della sua – quella di tutti – identità annichilita dall’orrore indicibile della prima guerra mondiale, preconizzando già – siamo nel ’29 e quella crisi provocherà l’avvento del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale – l’imminente genocidio.

Una prospettiva di morte che aleggia fredda e costante nel suo pellegrinare tra le maschere angoscianti e grottesche del teatro magico, figure esiziali ma paradossalmente salvifiche, cariche di quell’affascinante utopia che si chiama “niente”, sature di quella nebulosa stratificazione mistico-allucinatoria che tanto influenzò gli artisti “degenerati” a cavallo tra le due guerre – basti pensare alle surreali “clownerie” di Grosz, all’irriverenza polemica di Brecht e al cinico nichilismo di Francis Scott Fitzgerald.

Il lupo della steppa vaga alla ricerca di un luogo della mente, di istinti ancora capaci di sorprendere e risvegliare il cuore e la coscienza di fronte alle immani trasformazioni in atto. Nella spesso vana ricerca di un amore e di un’ipnotica passione-soddisfazione carnale, di un corpo qualsiasi, è in realtà inscritta la sua vendetta contro il pigro rannicchiarsi del pensiero borghese, nel possedere cieco e nient’altro, un possedere astratto e infantile per non vedere nient’altro, che trasfigura gli uomini, con tutta la loro complessità, in muti oggetti di piacere invivibile ed inservibile, inutile nella sua stessa pruriginosa utilità. Una Kritik che dal teatro-epòs di Brecht trabocca nella dialettica spaesante eros-thanatos di Visconti de La caduta degli Dei e de Il portiere di Notte della Cavani, ponendo le premesse di quella discesa agli inferi che il lupo della steppa – ormai troppo abituato a sovrapporre ideologicamente realtà ed immaginazione, volontà e fatto, processo e sogno – identifica come fine ultimo del suo viaggio. Incontra, in una sorta di bordello esistenziale – caffè concerto sotterraneo, avanspettacolo di quart’ordine, un sottosuolo che evoca i démoni dostoevskijani – tutte le psicologie dominanti del suo tempo, i volti stravolti dei nevrotici cerberi dell’alienazione contemporanea, assuefatti ad una stasi insopportabile, schiavi di “un al di là” che è sempre più “al di qua”, cristallizzati a tempo di una musica in-significante, sottofondo angusto di melodie tremolanti, inabili a incidere nelle viscere della storia, ad architettare un’inedita speranza di redenzione.

Erminia, Maria e Pablo, i guardiani del teatro magico, dell’autocoscienza che abita ogni uomo alle prese con sue intime contraddizioni, tentano disperatamente di “resuscitare” il morto per scamparlo alla morte, di guarirlo dal suo disagio, dal suo sentirsi sperduto, gettato in una mondanità che gli è totalmente estranea e che giudica disperata, condannata al fallimento. Tuttavia, grazie alla straordinaria presenza scenica di tutti gli attori, a un chiaroscuro perenne che incide fortemente nell’alone di mistero dei vari personaggi – dandogli uno spessore e una qualità audace e frizzante – all’appassionante accompagnamento musicale nelle fasi decisive della narrazione, e a una scenografia “simbolista” pregna di icone e manifesti sottili non dichiarati – che rimandano ad una precisa tradizione semiotica ed estetico-decorativa cinematografica – si ha la sensazione che tutto possa ancora una volta ricominciare: nulla è perduto proprio perché non si ha più paura di perdere nulla, tutto può essere riposseduto e riqualificato progressivamente proprio perché sfugge a qualsiasi tentativo di possesso, auspicando un’insospettabile via d’uscita nella certezza che non vi siano più vie d’uscite né alibi, ma che la vita vada vissuta senza innocenze o protezioni, forse scegliendo la tragica e insolubile precarietà di una coscienza solitaria, che permetta ai più deboli e intelligenti tra gli uomini di mediare e sconfiggere con la ragione e la tolleranza l’orrore irrazionale del mondo.

Lo spettacolo continua:
Teatro Arcobaleno (Centro Stabile del Classico)
via Francesco Redi, 1/a –Roma
fino a domenica 5 giugno
orari: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 17.30 (lunedì riposo)

Il lupo della steppa
di Hermann Hesse
drammaturgia e regia Ilaria Testoni
con Alessio Caruso, Francesca Di Nicola, Barbara Begala, Paolo Benvenuto Vezzoso, Antonio Pauletta
musiche Giovanni Zappalorto
pianoforte Giovanni Zappalorto
sassofono Stefano Marrone
scene Bruno Vitale
costumi Manola Rotunno, Cinzia Falcetti
Ufficio stampa: Serena Grandicelli

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