Di ipocondria e altre follie

franco-parenti-teatro-milanoDifficile mettere in scena uno spettacolo impeccabile: Andrée Ruth Shammah ci riesce, nella sua regia del Malato Immaginario di Molière, dal 12 febbraio al 1 marzo al Teatro Franco Parenti.

Una regia vecchia di 35 anni e insieme piena di insuperabile freschezza. Vecchia perché anche allora, di questo stesso Malato, era stata lei regista; Argan invece era impersonato dal grande amico e collega Franco Parenti, e proprio a lui è dedicata questa nuova edizione. Il testimone di primo attore è passato a un eccellente Gioele Dix. I costumi sono ancora quelli di Gianmaurizio Fercioni, in grado di caratterizzare al meglio ogni personaggio, eleganti e attenti in ogni particolare, contraddistinti da tessuti e colori che catturano l’attenzione; sempre di Fercioni sono le scene: una sala principale con, al centro, la poltrona rossa a rotelle, trono del malato; quattro sedie in costante movimento per dar posto a medici e famigliari che gli si muovono attorno; tre pareti di tulle nere lasciano intravedere il corridoio che circonda la stanza e in particolare, in fondo, tre lampadari liberty e tre porte. Precisa semplicità che riesce a dare alla scena tutto il respiro e la profondità di cui necessita. Anche le musiche di Paolo Ciarchi, in parte, risalgono a quegli anni Ottanta.
La freschezza di cui si diceva è nel gioco degli attori. Spigliato, naturale, capace di ritmo.
Come in musica, tutti gli strumenti collaborano a creare alla riuscita del brano. Tra gli altri, strumento essenziale è anche la traduzione di Cesare Garboli, che riesce nel difficile compito di farsi invisibile e creare un linguaggio vivo e indipendente.
Come in ogni narrazione, tutti gli elementi collaborano a raccontare una storia. E a teatro, una diversa composizione degli elementi può permettere di raccontare, a partire dallo stesso testo, una storia unica. Non sempre. Ci dev’essere una voce, un occhio con cui guardare al testo per farne davvero una regia. Qui l’operazione è riuscita e tutto – dalle luci, alla scenografia, alla recitazione – permette alla storia di prendere voce, senza lasciar nulla al caso, nulla di superfluo.
Andrée Ruth Shammah ci racconta di un Argan seduto al centro del proprio regno, sovrano certo del proprio potere, tanto da dichiarare, accompagnato da un abbassamento di luci degno di un cartone animato «Io non sono buono!». La realtà è diversa: il re si trova in completa balia di ogni suo suddito. I medici sono parassiti preoccupati solo di approfittarsi al meglio delle ossessioni del vecchio per poterne trarre il massimo vantaggio, abili a rifilare “parole per argomenti, promesse per risultati”; la giovane moglie manipolatrice finge amore per ottenere l’eredità (del resto, viene detto che “in amore la finzione assomiglia moltissimo alla verità”); poi c’è la figlia, piena di sincero affetto per il padre, ma insieme non disposta ad ubbidirgli là dove ne vada della propria felicità; il fratello, preoccupato delle decisioni sconsiderate del Malato; infine, la fatina buona, mutaforme disposta a dire (ed essere) tutto e il contrario di tutto pur di proteggere il vecchio dalla propria ingenuità e la figlia dai tentativi di tirannia del padre: la domestica Antonia (Anna Della Rosa), alter ego del protagonista. Se infatti da una parte abbiamo un uomo abbandonato nel fondo della sua poltrona, incapace di prendere decisioni autonome, di uscire dal comodo ruolo di malato quasi come un disoccupato depresso dei nostri giorni, dall’altra c’è invece una donna dalle antenne sempre rizzate, continuamente in movimento e trasformazione, con priorità e obiettivi chiari da seguire senza indugio. Il rapporto tra i due è sottolineato da un’incredibile sinergia attoriale, che vede i due attori complici di uno stesso gioco. Pasciuto nella propria compiaciuta ironia l’uno, vulcanica l’altra, basterebbe il loro rapporto in scena a dar ritmo allo spettacolo. Ma ogni attore riesce ad apportare una personalità, una forza di esuberante specificità che rende lo spettacolo straordinario.
Così ci abbandoniamo alla fragilità del Malato, la cui insicurezza e solitudine lo avvicinano a noi, ad oggi, dandoci la possibilità, non così scontata, di riconoscerci nelle parole di Molière senza relegarle alla sola sfera della risata.
Il finale, di un positivismo ante-litteram, offre una visione del mondo secondo cui la verità, in qualche modo, alla fine viene sempre fuori e tutto si risolve al meglio. Il “male” è sempre un tumore benigno che basta smascherare e asportare per giungere alla completa guarigione: come in Tartuffe il giovane parassita che manipola Orgon viene infine cacciato, lo stesso destino è qui riservato alla moglie di Argan (Linda Gennari).
Non solo. Oltre a dirci che la verità vince sempre e che tutto, in fine, volgerà al meglio, Molière ci racconta anche che a qualsiasi età, in qualsiasi circostanza, è possibile cambiare: ed ecco la felicità esplosiva del Malato quando decide di diventare medico (impagabile qui l’espressione di Gioele Dix). Così anche il peggior ignavo può scattare in piedi e, finalmente animato da un desiderio, trovar la buona scusa per vivere.

Lo spettacolo continua
Teatro Franco Parenti
via Pier Lombardo 14, Milano
dal 12 febbraio al 1 marzo 2015
martedì e venerdì ore 20.30 – mercoledì e sabato ore 19.30 – domenica ore 15.30
orari eccezionali: giovedì 12 e 26 febbraio ore 20.30 – giovedì 19 febbraio ore 21.15

Teatro Franco Parenti presenta
Il malato immaginario
di Molière
traduzione di Cesare Garboli
regia Andrée Ruth Shammah
con Gioele Dix, Anna Della Rosa, Marco Balbi, Valentina Bartolo, Francesco Brandi, Piero Domenicaccio, Linda Gennari,Pietro Micci, Alessandro Quattro, Francesco Sferrazza Papa
scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
luci Gigi Saccomandi
musiche Michele Tadini e Paolo Ciarchi
aiuto regista Benedetta Frigerio
assistente allo spettacolo Diletta Ferruzzi
direttore all’allestimento Alberto Accalai
macchinista Paolo Roda
elettricista Domenico Ferrari
sarta Caterina Airoldi
scene dipinte da Santino Croci e Federico Carrassi

3 Commenti

  1. IL MALATO IMMAGINARIO
    Omaggio a Franco Parenti

    di Molière
    traduzione Cesare Garboli
    regia Andrée Ruth Shammah
    scene e costumi di Gianmaurizio Fercioni
    luci di Gigi Saccomandi
    musiche di Michele Tadini e Paolo Ciarchi
    La recensione sull’invito/evento recitava così:
    “Andrée Ruth Shammah torna al suo Malato “senza tempo e di tutti i tempi”, costruito su un gioco teatrale che intreccia angoscia esistenziale, divertimento e satira delle nevrosi del nostro tempo.
    Oggi, nel ruolo di Argan, un attore al culmine della sua maturità artistica: Gioele Dix, che con la sua intelligente ironia affronterà la sfida di un confronto con l’indimenticato Franco Parenti. Accanto a lui Anna Della Rosa e un cast di vera eccellenza.”
    In realtà in questo spettacolo nulla funziona. Non funziona Gioele Dix, incastonato a metà strada tra una comicità mai del tutto svelata e una presunta capacità recitativa. Banale il suo ingresso in scena, del tutto priva di enfasi e di emozioni la sua voce monocromatica, brutti i suoi movimenti fuori e dentro al corpo di un vecchio “malato” che ora c’è ed ora scompare, senza mai approfittare del tutto (e con furberia) della sua malattia!
    Non funziona il testo che mai e poi mai parla “del nostro tempo” e se attualizzazioni ci sono non servono ad altro che a rendere incomprensibile in quale tempo si svolga la storia con effetti legati alla narrazione terribilmente kitsch.
    Non funziona la meccanica, ossia manca quel cinismo classico di un cristianesimo patetico, manca la pesantezza della morte, manca la scaramanzia e il tentativo di emanciparsi dalle catene degli accadimenti. Il morituro non esiste, e in questo caso neanche il malato essendo palese a tutti che sia immaginario per se stesso e per i comprimari dal primo minuto.
    Manca il binomio amore/dovere, perché il procedere di questo spettacolo esula dai parametri sociali di qualsiasi subcultura di costume, ed è pregiudicato da una visione etica ebraica interiorizzata a tal punto da rendere ogni paradosso pura normalità. Persino il punto di vista di Moliere è assente, perché egli qui non “prende di mira” nessuno, essendo lo spettacolo privo di satira e colmo di umorismo da quattro soldi.
    Funziona la moglie, l’unica calata nel nostro secolo, e funziona lo sposo (trattino) promesso, un passo avanti a tutti, sembra uscito da Frankeinstein Junior. Ma questo voleva il regista?

  2. D’accordo con la critica. Umorismo da 4 soldi,ieri sera sono andato via a metà. A me sembra che le recensioni teatrali spesso non siano altro che spot…sarò io che non amo la commedia,ma ho la risata facile,eppure non capisco il pubblico cosa aveva da ridere…forse mi manca la passione? Eppure altri tipi di teatro mi hanno affascinato e non poco…
    Una domanda,se qualcuno legge.. Dove posso trovare una analisi e una critica seria agli spettacoli teatrali, con discussioni e scambi di pareri civili?

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