Al Teatro Strehler va in scena il classico di Shakespeare tra bilance giganti e scale di servizio.


Il testo scelto da Luca Ronconi spesso, in passato, è stato tacciato di antisemitismo – ma le stesse parole che Shakespeare presta a Shylock: «Forse un ebreo non mangia come gli altri esseri umani? Se lo pungete non prova dolore?» smentiscono l’opinione comune. In realtà, questa è una commedia tragica sull’amore, omosessuale più che eterosessuale, e sul peso del denaro in una città mercantile come Venezia.

Ronconi per esprimere tutto ciò sceglie di usare pochi, semplici mezzi e, rispetto al palcoscenico pieno di lettere luminose del Sogno di una notte di mezz’estate – andato in scena l’anno scorso – propone uno spazio praticamente nudo. Per l’intera rappresentazione lo spettatore ha sotto gli occhi l’uscita di emergenza, i tubi e le scale di servizio: quello che di solito celano i fondali. La scelta anti-scenografica si sposa perfettamente con la recitazione anti-naturalistica che il regista richiede – da sempre – ai propri attori, dando modo agli stessi di prodursi in pezzi di bravura in grado di far ridere lo spettatore, ma anche di farlo indignare o commuovere in sintonia con i personaggi.

Come sempre Ronconi si avvale delle macchine per stupire il pubblico: in uno spazio completamente spoglio, compaiono in scena delle enormi bilance, che scorrono dall’alto o dal basso. Il significato è duplice. Il primo, metaforico, rimanda all’iconografia che vede la giustizia con in mano una bilancia – e le pese sul palco sono sempre in numero pari, ad eccezione della bilancia a casa di Porzia. Una giustizia giusta, quindi, per usare un bisticcio di parole. Ma lo è davvero? Se la crudeltà di Shylock fa rabbrividire, è legittimo che alla fine questi perda il suo intero patrimonio, la figlia e la fede perfino – essendo costretto a rinunciare alla propria religione in favore di quella cristiana?

La risposta data da Ronconi sembrerebbe affermativa: la vita di Antonio in cambio di quella di Shylock. – Ma Antonio sarà garante per Bassanio almeno in un’altra occasione: alla fine dello spettacolo, infatti, offrirà di nuovo la propria vita in nome di quell’amore passionale che, evidentemente, prova per l’amico -.

Bilancia della giustizia quindi, ma anche strumento mercantile. L’intero spettacolo è costruito sulla logica dello scambio sebbene non si barattino prodotti contro denaro, bensì vita e amore: Antonio scambia una libbra di carne dal proprio petto – sede del cuore – con i soldi prestati da Shylock. Porzia rinchiude se stessa dentro gli scrigni tra i quali i suoi pretendenti devono scegliere per averla in sposa.

Ronconi è un regista di grande precisione: tutta la macchina scenica funziona alla perfezione, ogni oggetto ha un suo significato, ogni spostamento il suo perché; eppure è inutile ai fini della narrazione la scelta di far comparire sul palco delle arpe, per non più di due minuti, quando Porzia chiede: «Cosa ci fanno delle arpe in casa mia?».

Il finale, se confrontato al Sogno di una notte di mezz’estate, lascia l’amaro in bocca. Qui non c’è gioco, non c’è fiaba, non c’è sicuramente amore.

Il mercante di Venezia
di William Shakespeare
traduzione Agostino Lombardo e Sergio Perosa
regia Luca Ronconi
con Giorgio Ginex, Riccardo Bini, Ivan Alovisio, Sergio Leone, Andrea Luini, Gianluigi Fogacci, Francesco Colella, Fausto Russo Alesi, Silvia Pernarella, Gabriele Falsetta, Elena Ghiaurov, Raffaele Esposito, Giovanni Crippa, Bruna Rossi, Andrea Germani, Ettore Colombo
e con Nicola Ciaffoni, Martin Chishimba, Matteo De Mojana, Davide Paciolla, Matthieu Pastore
scene Margherita Palli
costumi Ursula Patzak
luci A.J. Weissbard
musiche a cura di Paolo Terni

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