La musica della redenzione

Una versione apocrifa di Il Messia di Haendel, senza perdere in spiritualità e potenza, entusiasma il pubblico francese all’Opéra de Lyon.

È stato detto che Il Messia di Georg Friedrich Haendel è come “Bernini in musica”; riteniamo l’interpretazione decisamente azzeccata, perché il capolavoro di Haendel è una delle realizzazioni più significative del tardo barocco, uno stile ancora più pomposo ed esteticamente articolato di quello bachiano; il diciottesimo secolo (destinato a concludersi con la secolarizzazione definitiva e l’avvento della modernità) a dire il vero era iniziato da un pezzo quando Haendel, nel 1741, iniziò a comporre l’opera dedicata al Cristo. Perciò è un barocco funzionale al mantenimento dell’ordine controriformistico, quando ormai le tendenze spirituali e culturali stavano già accennando alla fine di un’epoca; un’ardita commistione di passione e potenza espressiva al servizio del credo cristiano, attraverso un coro possente che urla al mondo il miracolo del redentore, il suo sacrificio, le nostre colpe, e alla fine il trionfo sulla morte. D’altronde mancano poche settimane a Natale, e il racconto mitico a fondamento della cristianità è da sempre l’orizzonte essenziale della nostra storia ed esperienza personale; si tratta di una narrazione senza tempo, che si rinnova perpetuamente nel presente perché si rivolge a chiunque in ogni momento della vita, a prescindere dal dove e dal quando. Basti pensare che il compositore tedesco lavorò su un “libretto” realizzato da Charles Jennens in lingua inglese, e se si può pensare che l’impronta protestante sia decisiva, in realtà l’atmosfera complessiva sembra persino più vicina al cattolicesimo mediterraneo. Si tratta di un libretto anomalo, infatti non assistiamo alla ricostruzione della vita di Cristo, quanto a un montaggio di estratti e passi (più o meno rivisitati) tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, senza autentici recitativi, ma interamente composto da preghiere, invocazioni e inni.
È questo carattere trans-storico del cristianesimo, e del suo messaggio di pietà, amore e speranza, che è stato colto da Deborah Warner per la messa in scena di Le Messie al Teatro dell’Opera di Lione: la regista inglese infatti ha optato per una scelta “apocrifa”, coraggiosa e persino oltraggiosa per i più maliziosi. L’opera di Haendel, e attraverso di essa ovviamente il mito del Cristo redentore, viene trasposto nella contemporaneità, negli ambienti metropolitani delle grandi città, dove scorre la vita semplice, che nella sua semplicità però spesso cela un briciolo di divinità. Una ragazza con le doglie diviene la nuova Maria, mentre un reparto ospedaliero diviene l’ambiente della resurrezione promessa dal Signore. Ad amplificare questa inedita versione dell’opera haendeliana, ci sono le coreografie Kim Brandstrup, splendidamente messe in scena dal corpo di danzatori, i costumi di Moritz Junge, contemporanei, casual, efficaci e commoventi per la loro “spontaneità”, e soprattutto un utilizzo magnifico dei video, delle proiezioni e delle luci, che riescono a squarciare la nostra quotidianità per farci cogliere il brillio della grazia. Come un sermone, l’opera è divisa in tre parti: La Natività, dove predomina la lieta atmosfera di festa per l’arrivo del Messia, giunto per redimerci dalle nostre colpe e diffondere la Buona Novella; in questa parte, domina l’allegria, le voci bianche dei bambini ne sono il contorno ideale, ma anche la sublime architettura delle partiture per il coro (vero e autentico protagonista dell’opera, e anche straordinario interprete nello spettacolo in questione), come la scultura del Bernini per l’appunto, anela misticamente alla divinità attraverso ardite soluzioni armoniche, progressioni stupefacenti, contrappunti che sono quanto di più vicino all’assoluto la musica occidentale abbia mai concepito. L’ottima orchestra diretta da Laurence Cummings, ci conduce poi nella cupezza della seconda parte, La Passione, dove dominano lo sconforto, la colpa, il rimorso; alla fine della seconda parte, con la Resurrezione del Cristo che vince sulla morte, Il Messia raggiunge il suo acme, perché propone quello che, senza assolutamente rischiare di esagerare, può essere considerata la melodia o l’“aria” più conosciuta e cantata da chiunque fin dalla fanciullezza: si tratta dell’Alleluja, proprio quello che vi sta venendo in mente in questo momento, che non potete non conoscere perché usato e abusato in matrimoni e spot televisivi. L’opera si chiude con la terza parte, La Redenzione, ovvero la resurrezione dei corpi e l’avvento del Regno di Dio. Il cerchio si chiude, o meglio si apre, tra i bagliori della luce riflessa sull’albero della vita ricoperto d’oro e le voci del coro che invadono la sala quasi fossero esse stesse la voce di Dio, e questa era l’intenzione di Haendel.

Le Messie est une ouvre baroque terminée par Handael en 1741, essentielle pour compendre la fin d’une époque e l’avènement de la modernité; la sublime invocation au Christ, qui élève l’âme a Dieu, est inspirée au Testament, et raconte la Passion, la rédemption posthume, e le triomphe sur la mort. L’Opéra de Lyon en nous offre une version particulière et inoubliable, où le verbe d’Amour et d’Espoir se révèlent absolument actuels.

Lo spettacolo continua:
Opéra Théâtre de Lyon
1, Place de la Comédie – Lione (Francia)
fino a venerdì 14 dicembre
orari: ore 20.00, sabato 8 e domenica 9 ore 16.00

Opéra de Lyon presenta
Il Messia
di Georg Friedrich Haendel
libretto Charles Jennens
tratto dall’Antico e dal Nuovo Testamento
regia Deborah Warner
direzione musicale Laurence Cummings
con Sophie Bevan, Catherine Wyn-Rogers, Andrew Kennedy, Andrew Foster-Williams

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