Un Molière da Garzantina

Al Fabbricone di Prato va in scena una versione asciutta e onesta del capolavoro di Jean-Baptiste Poquelinsicuramente adatta alle scuole superiori.

Premessa. L’opera di Molière ha in realtà due titoli, in originale, ossia Le Misanthrope o l’Atrabilaire amoureux (che potremmo tradurre con “il bilioso per amore”). Ora, partendo da questa semplice constatazione di fatto, consegue che qualsiasi regista affronti il testo possa metterlo in scena sottolineando lo spleen dell’autore francese verso la società a lui contemporanea (e la corte), e quindi come critica severa al malcostume, alla piaggeria, a quel buon vivere che si fonda su tutto tranne che sulla sincerità delle proprie – seppur fallaci e parziali – opinioni; oppure evidenziando i rapporti del protagonista con la donna – amante/amata (o presunta tale) – e, quindi, come Monica Conti afferma nelle note di regia, se: “più che la trama contano le relazioni umane”, approfondire proprio queste relazioni, il rapporto disfunzionale con Celimène dal quale Alceste, nonostante la sua lucidità e rettitudine, fatica a liberarsi (dimostrandosi, in questo senso, ben poco misantropo, quanto piuttosto un innamorato qualunque, o l’alter ego di Molière, diviso tra gelosie e speranze di “redimere” l’altra metà).
Ora, sebbene a gusto, ci avrebbe interessato di più una lettura del primo tipo, più politica, più graffiante, forsanche più metateatrale, in quanto maggiormente nelle nostre corde (tutto il primo atto dedicato al mestiere del critico, soprattutto oggi, in una società dove l’intellettuale o la semplice voce fuori dal coro disturba, e il diritto di dissentire è sempre più messo in discussione e imbrigliato in codicilli e privilegi di casta), non si può dubitare che la lettura di Monica Conti sia comunque pertinente e la sua scelta poetica altrettanto giustificata.
Quello che forse è mancato, in questo spettacolo, a nostro avviso, è altro – ossia le giuste forzature, il coraggio di andare oltre. La velocità delle scene e dello snocciolar battute, la traduzione di Garboli (ormai talmente acquisita a livello teatrale, che nessuno si pone più il dubbio se sia ancora attuale proprio per la sua contemporaneità, quando forse occorrerebbe un allontanamento dello spettatore per riacquistare la profondità di senso di un testo nerissimo, come fu la scelta del blank verse da parte di Eliot per The Cocktail Party); la mancanza di un virare deciso verso un grottesco solamente accennato; l’uso di un secondo palco, sospeso, che non emerge mai nelle sue potenzialità onirico-fantastiche; il pianoforte che troneggia, ma resta pressoché muto; la commistione tra attualità e rimandi all’epoca di Molière, che non riesce a restituire la dicotomia tra i personaggi disegnati dall’autore come credibili e sinceri e gli altri, i falsi – sia a livello teatrale che umano; tutto sembra giocato su un piano più adatto a chi voglia approcciarsi all’universo di Molière che non a un pubblico adulto e svezzato.

Restano comunque di indubbio valore – per tutti – la sobria interpretazione di Roberto Trifirò, l’affiatamento dell’intera troupe – che emerge nelle scene d’insieme, la leggerezza nello scambio delle battute e l’onestà intellettuale della lettura registica.

Lo spettacolo continua:
Teatro Fabbricone
via Targetti, 10/12 – Prato
fino a domenica 15 aprile (orari diversi)

Il Misantropo
di Molière
adattamento e regia Monica Conti
traduzione Cesare Garboli
con (personaggi e interpreti):
Alceste Roberto Trifirò
Filinte Davide Lorino
Oronte Nicola Stravalaci
Celimène Flaminia Cuzzoli
Eliante  Angelica Leo
Arsinoè Stefania Medri
Acaste
 Stefano Braschi
Clitandro Antonio Giuseppe Peligra
Pianista Monica Conti
disegno luci Cesare Agoni
scene Andrea Anselmini
costumi Roberta Vacchetta
musiche Giancarlo Facchinetti
luci e suoni Rossano Siragusano
aiuto regia Carlotta Viscovo e Jacopo Angelini
assistente alla scenografia Martina Napolitano
assistenti ai costumi Elisabetta Rizzo e Irene Lugli
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

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