Due pièce, in cui si intrecciano i temi della ricerca della verità e della libertà, della disumanizzazione e dello sfruttamento del lavoro, della conquista del potere e della lotta alla povertà hanno inaugurato la sesta edizione del Concorso Internazionale di Drammaturgia Contemporanea L’Artigogolo, promosso dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt. La vocazione diegetica di entrambi i lavori si coniuga alla scelta del monologo polifonico affidato alla solerzia di un attore unico.

Doit Festival Drammaturgie oltre il Teatro ha coraggiosamente aperto i battenti anche quest’anno, adottando in modo impeccabile le ben note misure di sicurezza, con il prezioso sostegno di Ar.MaTeatro, diretto da Daria Veronese. Dal 25 settembre al 3 ottobre, il pubblico ha avuto la possibilità di assistere in un’atmosfera accogliente e sicura ai sei spettacoli in concorso. Alla fine di ogni rappresentazione, una breve conversazione con gli artisti, come di consueto, accompagna le operazioni di voto degli spettatori e di una giuria formata da critici e da giovani, che determineranno il vincitore di questa edizione.

Nella serata del 25 è andato in scena Luce bianca, liberamente ispirato al romanzo Cecità di Saramago, in cui un’infaticabile Silvana Mariniello – nell’arco di un’ora di esibizione – squaderna una trama assai articolata. La posta in gioco è alta: l’attrice è chiamata a generare volti e situazioni che si avvitano in un rocambolesco climax di degradazione e di pervertimento, davanti ad un pubblico a tratti accecato da una misteriosa luce lattiginosa, come lo sono i vari personaggi colpiti da un’inesorabile epidemia.

Il terrore del contagio, l’isolamento degli infetti in una struttura di contenzione, il progressivo sgretolamento delle regole di convivenza civile, l’insorgere di una bestiale immoralità costituiscono le tappe della pièce, che si conclude con la perdita della vista della protagonista, la moglie dell’oculista, sino a quel momento immune al morbo. La donna che, fingendosi cieca, si era presa cura del consorte e del gruppo, è la sola testimone di quanto è accaduto: a lei tocca il compito di narrare i misfatti e le violenze di un’umanità devastata dagli impulsi più bassi e dall’istinto di sopravvivere.

L’endemia che colpisce la vista assurge a metafora della diffusa incapacità di vedere la verità e, come ne La peste di Camus, ci spinge a rovesciare le consuete categorie interpretative: gli infetti vengono isolati dai sani, per ragioni di sanità pubblica, ma è grazie agli infetti che i sani possono vedere dall’esterno le dinamiche omologanti del potere e le procedure di esclusione del diverso. Le cliniche e le prigioni, per parafrasare Foucault, fungono da specchi rovesciati della società, svelandone i punti ciechi, vale a dire la ferocia e la violenza da essa tollerate e disseminate, portando allo scoperto i suoi fantasmi rimossi.

In analogia con l’inversione semantica suggerita da Saramago, nelle ultime righe del suo romanzo, Luce bianca ribadisce la necessità di una riflessione sul rapporto tra opinione e verità, tra supposto sapere e sapere di non sapere, come se coloro che vedono fossero in realtà ciechi, e cioè perfettamente adattati ad un mondo fatto di ombre: «Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono» (Cecità).

Lo spettacolo messo in piedi da Vania Castelfranchi e da Silvana Mariniello si muove lungo i binari del teatro di regia: l’architettura dei suoni e delle luci, l’utilizzo di un’ingegnosa macchina teatrale, una sedia multifunzionale, cui la protagonista ricorre spesso per estrarvi diversi oggetti scenici, la scelta del registro naturalistico, con qualche impennata espressionista, sono gli ingredienti di una proposta drammaturgica basata sul binomio regista-attore.

Nella serata del 26 settembre, abbiamo invece assistito a Gli arrovesciati, racconto drammatico interamente sostenuto da un brillante Giorgio Cardinali, che ha portato in scena le vicende di uno Sciopero a Rovescio, realizzato dai braccianti e dai contadini di un borgo del meridione d’Italia, nel secondo dopoguerra. Frutto di un pregevole lavoro di ricerca documentale e di collazione di testimonianze, lo spettacolo narra la storia dei popolani di un villaggio sperduto tra le montagne che entrano in conflitto con il barone locale, Don Antonio, alle cui dipendenze tutti lavoravano, al fine di realizzare una via di comunicazione con la città vicina e accrescere le loro possibilità di sviluppo commerciale.

Il barone cerca di ostacolare il proposito dei contadini in tutti i modi, smobilitando l’esercito e persino tentando di corrompere Gino Mursicchio, l’umile ma inflessibile capo della protesta: un rinnovato senso di appartenenza alla comunità e il fondamentale contributo delle donne faranno sì che la strada voluta dal popolo al posto della vecchia mulattiera veda finalmente la luce, seppure con i pochi e artigianali mezzi a disposizione, nell’indifferenza delle autorità politiche regionali e nazionali. La transizione tra un’economia ad impianto latifondista, dove i signori sfruttano il lavoro dei servi, mantenendoli sulla soglia dell’indigenza, e una repubblica di cittadini, titolari di uguali diritti e dignità, non è ancora compiuta.

Per i braccianti di questo remoto villaggio, dunque, la costruzione della nuova strada su di una terra che è anche la loro rappresenta un’occasione di riscatto, l’esito di una rivoluzionaria presa di coscienza del proprio ruolo nella società, che ricalca la celebre dialettica del servo e del signore, così ben descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. Se dapprima i servi si trovano alle dipendenze del padrone, in un secondo momento scoprono nel lavoro (Arbeit) la ragione della propria libertà: tale nuova consapevolezza determina l’inversione dei rapporti di forza iniziali, per cui il padrone si rende conto di essere servo del servo e il servo signore del signore. Giorgio Cardinali incarna in modo convincente i differenti personaggi coinvolti nella vicenda, seppure talvolta in modo troppo lineare e monocorde, affidandosi a un registro confidenziale nei confronti del pubblico e arricchendo il racconto con dei simpatici innesti di grammelot. Al di là del messaggio politico veicolato dalla pièce, del tutto rispettabile in un’epoca di totale désangement come la nostra, ci sembra che il lavoro di Cardinali si inquadri nell’ambito del teatro di narrazione, dove la costruzione drammaturgica è quasi assente e il fatto teatrale si riduce alla parola.

Si ha l’impressione di assistere a un racconto semi-improvvisato, nato sull’onda dei ricordi: dallo spazio teatrale viene allontanato tutto ciò che potrebbe evidenziarne l’artificialità. La stessa performance dell’attore si dipana attraverso la voce, riducendo al minimo la complessità rappresentativa, la gestualità e l’azione dell’interprete: le parole funzionano in modo denotativo, la pregnanza simbolica lascia il posto alla trasparenza e alla linearità del significato.

Gli spettacoli sono andati in scena
Ar.Ma Teatro

Via Ruggero di Lauria 22, Roma

Luce bianca
riscrittura teatrale Silvana Mariniello
con Silvana Mariniello
regia Vania Castelfranchi
progetto e realizzazione costumi Caterina Asciano
voce registrata Ivo Cotani
disegno e realizzazione costumi Valentina Conti
musiche Egidio Grasso
produzione Sharleena Teatro/Teatro Ygramul MaTeMù/CIES, Roma

Gli arrovesciati. Una favola dannatamente vera
di e con Giorgio Cardinali
regia Caterina Mannello
contributo alla regia Marco Luly
progetto pittorico Roberto Giglio
produzione Associazione culturale Teatro Azione, Roma

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