In apertura della serata in cui, lo scorso 12 dicembre, nella sala storica del Piccolo Teatro, sono stati assegnati i Premi Ubu, è stato attribuito il Premio Rete Critica: un episodio che le cronache hanno lasciato un po’ in ombra. Cercherò quindi di ovviare a questa scarsa attenzione.

Per la prima volta, i siti, i blog, le riviste teatrali web avevano deciso di costituire una giuria che, attraverso un complesso meccanismo di segnalazioni, recuperi e ballottaggi, avrebbe assegnato il premio a uno spettacolo, o a una compagnia. Ho detto “le riviste web”, ma c’è chi si è chiamato fuori, come il sito “Teatro e Critica”, in nome del principio (piuttosto diffuso nella nostra intellighenzia): “o la palingenesi, o niente”. Pur non condividendo quella posizione, avrei cercato di capirne le ragioni, se motivate in un linguaggio meno criptico. Ma, di fronte a un’espressione quale: “Senza fossilizzarci nell’ergonomica virtualità del network…”, mi è passata la voglia di proseguire la lettura.

Tornando al merito, il Premio Rete Critica è sembrato volersi smarcare, fin nella forma, dal clima serio dei premi Ubu, doverosamente assegnati nel ricordo di Franco Quadri; non una coppa né una targa ma, oltre alla promessa di un paio di repliche, una sorta di pacco dono da pesca benefica: una bottiglia di champagne e un quadro dell’estroso Renzo Francabandera, consegnati da Oliviero Ponte di Pino a Consuelo Battiston, teneramente impacciata, in rappresentanza della compagnia Menoventi.

Quei ragazzi li ho incontrati la prima volta a Forlì, nel 2008 quando, al Festival Extra, ideato e coordinato da Andrea Nanni, avevano vinto un premo, motivato dalla “capacità di reinventare un teatro totale in cui la dimensione attorale, quella spaziale e quella immaginifica si fondono in un impasto originale felicemente in bilico tra tradizione e innovazione”. Lo spettacolo era Semiramis, un monologo di quasi un’ora nel quale Consuelo (fisico minuto, volto atipico, picassiano) smontava con feroce ironia i truci barocchismi di Calderón de la Barca, modulando la voce in registri aspri, punteggiati da risate stridule, col contrappunto di inquietanti rumori fuori scena, di giochi d’eco, di spiazzanti falsi finali. Ma di loro mi aveva specialmente colpito una sorta di disarmante naiveté: tre giovani, oggi sui trent’anni (oltre a Consuelo, Alessandro Miele e Gianni Farina, il regista) che, dopo essersi formati confrontandosi con personaggi significativi del teatro italiano contemporaneo, da Alfonso Santagata a Domenico Castaldo, da Kuniaki Ida a Ermanna Montanari e Marco Martinelli, si erano inventati, con passione da dilettanti (rivalutiamo, per favore, questa bella parola!) e serietà da professionisti, un loro percorso originale.
Dal 2005, quando la compagnia si è costituita, Menoventi ha prodotto oltre una mezza dozzina di spettacoli, sempre scritti insieme, nelle forme più svariate: dall’esplorazione di classici, non proprio frequentatissimi (dopo Calderón della Barca, Hoffmann), a esperimenti drammaturgici come Radiodramma, col quale hanno riscoperto, innamorandosene, il mezzo radiofonico; o Invisibilmente, che prende le mosse dalla figura dello psicanalista esoterico James Hillman.
Chiedo a Gianni Farina di spiegarmi come concilia la scrittura drammaturgica originale con l’approccio ai classici (c’è anche un Postilla, per spettatore unico, che si ispira al patto faustiano col diavolo). «Li riscriviamo», mi dice, «li facciamo nostri, anche con tradimenti; perché li sentiamo attuali. In L’uomo della sabbia, da Hoffmann, mi affascina il suo sguardo sulla realtà. Per cercare di capirla, la frammenta, la decompone, la inquadra da diverse angolazioni, mutando continuamente la prospettiva. E questa è la condizione dell’uomo di oggi, bombardato di informazioni frammentate, che creano un labirinto».
Fa piacere rilevare che Rete Critica abbia scelto di dare riconoscimento a una compagnia giovane: un criterio che, a parte l’eccezione del premio attribuito agli stralunati, irresistibili Babilonia, non sembra essere stato prioritario per la giuria – sicuramente prestigiosa e qualificata – dei premi Ubu.

Lumpatius Vagabundus

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