Pubblichiamo locandina e note di regia de Il primo Amleto – 1603, esito di un laboratorio teatrale dell’Istituto Superiore Luigi Cremona, a cura di Maurizio Maravigna.

ISTITUTO SUPERIORE “LUIGI CREMONA”
Viale Marche 73, Milano
18, 19, 20, 23, 26, 27, 29 maggio e 4 giugno 2014
ore 21,00

Il primo Amleto
1603

di William Shakespeare

Note di regia

Questo Amleto nasce da lontano. Quando, cinque anni or sono, abbiamo lavorato sul Wilhelm Meister di Goethe ci siamo soffermati sulla ricerca di identità di un giovane tedesco del ‘700 che voleva dedicarsi all’arte teatrale come drammaturgo per poi diventare, accidentalmente, un attore. L’ultima scena dello spettacolo dell’incompiuta Vocazione teatrale rappresentava proprio il giovane Wilhelm di fronte ad una grande dilemma: se accettare o meno la proposta del capocomico Serlo di interpretare il ruolo di Amleto. Wilhelm alla fine rispondeva di sì.
Due anni dopo abbiamo ancora incontrato il Principe di Danimarca, nascosto tra le pagine dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud: dopo l’analisi dell’Edipo re di Sofocle Freud ritrovava anche nel grande capolavoro shakespeariano una struttura edipica.
Nel frattempo alcuni ragazzi che si erano iscritti al nostro laboratorio teatrale al tempo del Wilhelm Meister sono già entrati all’università, altri nel frattempo si sono aggiunti, e molti sono arrivati quest’anno alla soglia della maturità. E al compimento di questo ciclo eccoli ad attenderli Amleto.
Non è però l’Amleto che di solito si rappresenta. Sul testo di questa celebre tragedia le vicissitudini editoriali sono piuttosto tormentate. Solitamente si mette in scena o l’edizione in quarto del 1604/1605 (3774 righi) o l’edizione in folio del 1623 (3535 righi), pubblicata dopo la morte dell’autore. In realtà non si rappresenta né l’una né l’altra. Il regista (o il Dramaturg) quasi sempre mescola con disinvoltura le due edizioni, interviene con le forbici e confeziona un’edizione a proprio uso e consumo. I tagli si rivelano in realtà necessari perché una rappresentazione integrale di uno dei due copioni durerebbe circa cinque ore.
Ma c’è un altro testo di Amleto. Si tratta di un’edizione in quarto pubblicata nel 1603 (The tragical historie of Hamlet Prince of Denmarke Bye William Shakespeare), che è al centro di una vivace questione filologica. E’ stata scoperta nel 1823 da un certo sir Henry Bunbury in uno stanzino della sua casa di Barton, mancante dell’ultima pagina. Nel 1856 uno studente del Trinity college di Dublino ne scovò un’altra copia (questa volta mancava la prima pagina) e la vendette per uno scellino ad un libraio. Il testo è stato così ricostruito per intero ed è molto più breve: solo 2220. Per alcuni critici (in Italia Giorgio Melchiori) l’Amleto del 1603 non può essere ricondotto alla penna di Shakespeare e sarebbe la trascrizione sbadata di un reporter. Per Alessandro Serpieri, che ne ha curato la pubblicazione e la traduzione per la casa editrice Marsilio di Venezia nel 1997, è invece un testo indubbiamente d’autore e rivelerebbe un primo stadio dell’elaborazione della tragedia. Senza entrare in dettagliate questioni filologiche abbiamo immaginato che questo Amleto del 1603 fosse non solo la prima redazione della tragedia, ma soprattutto un copione più vicino alla pratica teatrale del tempo (sappiamo dalla stessa voce di Shakespeare, che la durata di uno spettacolo era press’a poco di due ore) e come tale, con la sua durata più contenuta, si potesse sposare meglio con le potenzialità effettive e le finalità di un laboratorio teatrale scolastico.
Ovviamente questa premessa da sola non basterebbe a giustificare un’impresa così ardua, quale quella di mettere in scena il testo forse più complesso del canone tragico europeo. Certo la ricchezza poetica del testo da sola potrebbe chiudere il discorso con affermazione apodittica: facciamo Amleto perché è un capolavoro, anche se sappiamo di non essere all’altezza con i nostri mezzi, l’incontro di un giovane con tale bellezza è di per sé un valore positivo che vale la sfida (ed eventualmente la sconfitta).
Ma c’è di più.
Amleto nel testo del 1603 ha venti anni (e non trenta, come nelle edizioni successive). L’età anagrafica del personaggio coincide con quella dei ragazzi che lo interpretano. E in qualche modo oggi, in questo faticoso 2014, questi ragazzi si trovano a vivere, a distanza di 450 anni da Shakespeare, una condizione di precarietà che non è lontana da quella del Principe di Danimarca. Anche a loro è stato sottratto un trono e un futuro altrettanto nebuloso li aspetta. Se la reggia di Danimarca è un labirinto (e come tale abbiamo voluto rappresentarla), dove non esistono strade diritte, dove nessuno è quel che sembra, e tutti spiano o sono spiati, l’autenticità di Amleto è lo specchio in cui un ragazzo si può ritrovare. Il rapporto con i padri (il valoroso vecchio Amleto e il perfido Claudio) è difficile per Amleto, ma tutto da rifondare per la nostra società.
In qualche modo siamo ancora una volta di fronte ad una tragedia dell’identità: come Wilhelm Meister e Peer Gynt anche Amleto, nel tentativo di rispondere alla richiesta di vendetta dello Spettro, si interroga principalmente sulla sua identità. E dato che questa domanda non può essere rappresentata da un solo ragazzo, il personaggio ancora una volta è interpretato da due attori e tutti i monologhi di Amleto sono affidati al gruppo: sono tutti Amleto, tutti ne condividono il travaglio psicologico.
La stessa soluzione è adottata per il personaggio dello Spettro.
In una celebre edizione del 1972 Maurizio Scaparro tagliava il personaggio dello Spettro, come se volesse precisare che il mondo moderno non crede negli spettri e il discorso del padre non poteva essere pronunciato da nessun altro che non fosse lo stesso Amleto. Eppure per Shakespeare lo spettro è un personaggio, anzi una cosa reale e insieme mostruosa. Nel nostro spettacolo lo spettro è una cosa molteplice, una voce fortemente perturbante che viene dall’aldilà (quindi altra), ma contemporaneamente contigua ai pensieri del Principe e come essi si moltiplica in più voci: esiste nella realtà e vive dentro la sua testa.

1 commento

  1. Complimenti per il lavoro e per le note di Maurizio Maravigna. Il raffronto tra il principe Amleto e i giovani di oggi è opportuno, e il principe di Danimarca (è ovvio dirlo) altro non è che lo stesso autore del dramma, Shakespeare, anche lui un giovane in difficoltà e con i suoi problemi in età elisabettiana. Occorre però precisare. per non incorrere in un errore storico, chi sia il ‘vero’ Shakespeare. Chi studia seriamente Shakespeare senza essere influenzato dagli intellettuali stratfordiani (il Bardo è un affare di milioni di sterline annue) ha capito che una frode non può diventare verità soltanto perché va avanti da 450 anni. Col libro ‘Shakespeare è italiano’ Vito Costantini ha dimostrato in modo semplice e inequivocabile una tesi sostenuta prima di lui, e in modo egregio, da altri studiosi, (a parte il programma ‘Voyager’ che ha creato un po’ di confusione). I drammi sono stati scritti da due italiani, Michelangelo (detto il ‘fiorentino’) e Giovanni Florio, padre e figlio: il padre abbozzava le trame in lingua toscana, il figlio le traduceva in inglese. Shakespeare è un nome d’arte, e non ha nulla a che fare con ‘Crollalanza’. Infatti, inizialmente era scritto Shake-Spears col trattino e la ‘s’ del plurale inglese che indica due persone. I Florio, per diversi motivi nell’anonimato letterario, seguendo i canoni ermetici (John amico di Giordano Bruno) scelsero tale nome rifacendosi al mito della nascita di Atena (Scuotilancia) perchè il nome della dea si riconnette ad una radice verbale greca che significa rifiorire. E Florio deriva da fiore, tant’è che nel ritratto di Giovanni o John è presente un fiore e parole latine come fiore e fioritura. Per non parlare della famosa citazione di Robert Green del 1593: ‘cuore di tigre nascosto nella pelle di un attore’ cioè il vero autore, John Florio, nascosto dietro l’attore (persona semianalfabeta che oggi viene festeggiato come autore); infatti, nella stessa citazione, subito dopo compare il nome Johannes (John ). Lo scambio di paternità dei drammi fu opera di Ben Jonson per dare all’Inghilterra un grande autore che ovviamente non poteva essere italiano. Il vero nome dell’attore di Stratford non lo sappiamo e certamente furono falsificati i registri parrocchiali della cittadina inglese (all’epoca nessun controllo) creando sul nome d’arte una falsa genealogia. Quanto alla storia di Shakespeare e il conte di Southampton, non esistono lettere tra i due e niente di niente. Sappiamo però che Florio fu tutore del conte. In breve, il rapporto tra gli intellettuali inglesi e Shakespeare è il rapporto con un nome, non con una persona. Gli accademici d’oltremanica si sono inventati una biografia inesistente dell’attore di Stratford per potergli attribuire drammi che non aveva scritto.

    Cordiali saluti Vito Costantini

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