Il teatro che somiglia alla vita

Per Pompeii Theatrum Mundi, il teatro torna fuori. Fuori dagli schermi, dal guardarsi da lontano. Torna a sé stesso, luogo raccolto e non confinato, apparato fonetico di una comunità in ascolto. A rappresentare, senza mostrare, le verità, le dinamiche sottese e interiori, le intenzioni, gli umori, il sentire di una moltitudine rispecchiata. A rappresentare l’esistenza.

E torna in luoghi che ne hanno veicolato in antichità il risuonare politico, curativo (d’anima e d’intelletto), “attrezzati” per l’occasione in misure contenitive, a distanziare sì, senza per questo proibire il comune senso di attenzione silente, quel collettivo intendersi senza dire.

A Pomperi di scena Il Purgatorio – La notte lava la mente di Mario Luzi, drammaturgia di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, diretto da Federico Tiezzi. Nelle notti afose di inizio luglio, tra le pietre del Teatro Grande nel Parco Archeologico di Pompei – grondanti di umide memorie – nell’ambito della quarta edizione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna organizzata dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.

Quattordici attori in palco, per scene corali e di manifattura pregiata, ellittica, segmentate aderendo a mutazioni di registro relative alle circostanze di inscenato (lievi a proseguire parallelismi, nette a definire contrasti), e assoli a incarnare parola ricamata, fedele e “traditrice” d’un testo la cui riduzione riaffiora la «sostanza tragica subiacente e operante anche nel lirismo e nell’ascetismo più marcato dell’opera Dantesca» (Mario Luzi).

Teatralizzare la parola e l’utilizzo (della parola) adottato in scena; riprodurre l’armonia (dentro e fuori di sé), comporre il significato sovrapponendolo all’attuale; rappresentano sicuramente delle chiavi d’ascolto, di assorbimento dell’Opera. Per coglierne profondamente il senso “penitente”, del passaggio portante al Paradiso (a cui si giunge in finale scenico); per assaporarne il catartico approdo (in platea), per intervenire in (auto)coscienza. E determinare la critica circostanziale alle scelte di regia e movimento (dialettico e figurativo).

Un fondale bianco, non pallido, accecante (significante il senso di smarrimento?), lo spazio scenico movibile, banchi e sedie da locale pubblico in scenografia (bianchissimi), un gigantesco schermo per proiezioni (parete di fondo). Segni. E gli attori approdati da destra e manca, anticipati dai protagonisti in proscenio, Dante/Sandro Lombardi, Virgilio/Giovanni Franzoni, arrivati dalla strada, dal fuori, da “in mezzo a noi”.

Un modus recitandi ripercorrente cifre e strutture codificate (figure di massa, orizzontalità, figurazione psichica, trasparenza oggetto/soggetto, verticalismi dialogici, lirismo e realismo, simmetrie registiche, modernismi), cristallino senza oscurare l’enigmatico che fa dell’assunzione dello scenico veicolo di seduzione, persuasivo. Quel mistero necessario a una comprensione non immediata, non indicizzata e indirizzata.

Un mistero che in Purgatorio è mistificato a tracce di un presente confuso, un presente di viaggiatori da fermi costretti a scandagliare profondità personali, proprie, e rimanere divisi dall’altro. Significati trasmessi in tempi dilatati e poco ridotti (ce ne sarebbe bisogno) – per amore della parola poetica di Mario Luzi – e destinati a una concentrazione attenta, anche stancante, metafora del penitente ed espiante d’un luogo di mezzo, metafora della lentezza del passaggio, della metamorfosi.

Significati e significanti orchestrati da un minuzioso lavoro registico atto a non edulcorare né artificiare, delegando all’attore la padronanza di scena e di approdo. Non ci sono minoranze – non considerando il ruolo – ma un eguale ascolto per ognuna delle “anime”. Anime trasposte in visioni estetiche contemporanee (si ricordano gli angeli di Wenders, pezzi di presente nelle coperte d’oro degli sbarcanti, divise da operaio simili ai lavoratori di Fritz Lang), ognuna portante in scena quel restituire carne costituente il patto tacito con lo spettatore: rimetterlo a sé guardandosi in sembianze rappresentate e mai osate. Sembianze tenute nascoste.

Rappresentanze di memoria – soprattutto nelle tinte biografiche dei personaggi – astratte in sufficiente misura da ritornare al reale, e al sensoriale, in restituzioni materiche, interiori ed esteriori.

Un «altro mondo narrativo nel teatro, un riorientare lo sguardo sull’immenso poema» (Tiezzi), rimettendo in scena il linguaggio colloquiale della trasposizione di Luzi a cucire ethos e dramma. Trasfigurare teatralmente i motivi Danteschi e contornare gli aspetti più tragici. Sintetizzare lo spirito della poesia Dantesca nella concretezza del palcoscenico, quel “domandare” caratteristico dell’opera (dalle anime a Dante, da Dante a Virgilio e alle anime).

Un taglio dialogico, rotondo, non abbagliante, un “colloquio tra artisti”. Dante si rivolge alle anime fraternamente. Condividendo parole dal potente fare comune. Di monito. Di speranza. Risonanti. Parole prossime. Umane.
Un teatro che somiglia alla vita.
Trasposto dalla storia, dal lirismo antico. Dai tempi.
Un ritorno corposo, dell’opera, per chi guarda. Non facile ma difficile da dimenticare.

Lo spettacolo è andato in scena nell’ambito della rassegna Pompeii Theatrum Mundi
Teatro Grande – Pompei
1,2,3 luglio ore 21.00
durata 2 h

Il Purgatorio – La notte lava la mente
di Mario Luzi
drammaturgia di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi
regia di Federico Tiezzi
con Alessandro Averone, Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Giampiero Cicciò, Francesca Ciocchetti, Martino D’Amico, Salvatore Drago, Giovanni Franzoni, Francesca Gabucci, Leda Kreider, Sandro Lombardi, David Meden, Annibale Pavone, Luca Tanganelli, Debora Zuin
scene di Marco Rossi | costumi di Gregorio Zurla | luci di Gianni Pollini
movimenti coreografici Cristiana Morganti | canto Francesca Della Monica
in coproduzione con Associazione Teatrale Pistoiese, Fondazione Teatro Metastasio, Campania Teatro Festival, Teatro di Napoli. Lo spettacolo è sostenuto e patrocinato dal Comitato nazionale per le

celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

credits photo: Gabriele Acerboni

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