I nostri sono anni di un ritorno del cristologico. Era prevedibile, in qualche modo, era preannunciato, ma in questi ultimi anni silenziosamente la figura del Cristo è tornata in seno alla società sotto diversi aspetti.

È un Cristo a due facce, il Cristo contemporaneo, spesso tenute rigorosamente divise: da un lato, un Cristo severo, pugnace, caro ai conservatori religiosi, il cui verbo si oppone al femminismo, al movimento di liberazione omosessuale, talvolta anche alla cosiddetta invasione islamica dell’Europa; dall’altro, un Cristo benevolo, il Cristo della misericordia e del perdono, e della sete di giustizia, ormai parte integrante dell’immaginario laico.

Una simile riscoperta del cristologico, come vedremo, non si limita certo ai nostri confini nazionali ma coinvolge l’Occidente come categoria dello spirito, tanto la società civile e la politica quanto le arti e la produzione letteraria, facendosi particolarmente sentire nell’ambito del teatro, con spettacoli quali Sul concetto di volto del Figlio di Dio di Romeo Castellucci, il Vangelo di Pippo Delbono – che ha realizzato anche un film con lo stesso titolo – e La rivolta della dignità di Milo Rau.

«Io non credo in dio! Io non credo in dio!». A partire da questa premessa Pippo Delbono costruisce il suo personalissimo Vangelo, scritto scavando ai margini di un dolore laico alla ricerca di luoghi in cui la sofferenza potesse trasformarsi in gioia. L’idea di realizzare uno spettacolo sul Vangelo derivava da una richiesta fatta a Pippo dalla madre Margherita pochi giorni prima di morire. Lasciandosi guidare da suggestioni molto eterogenee fra loro, «mi sono perduto, come faccio sempre quando costruisco i miei spettacoli, dimenticando quel Vangelo, o forse portandomi dietro di quel Vangelo solo il nome. E sono finito a incontrare persone arrivate in mare dall’Africa, che ora vivevano in campi creati apposta per loro. Ho incontrato degli zingari che abitavano in luoghi di totale degradazione e poi ho iniziato a cercare paesaggi, mari, tramonti, cieli che mi raccontassero miracoli, luce». Il risultato di questa ricerca, presentato nel dicembre del 2015 al Teatro Nazionale di Zagabria e poi portato in giro per tutta Europa, è pertanto uno spettacolo che si nutre accumulando elementi diversi, sempre attento a far comunicare vissuto personale e dramma collettivo, costantemente sospeso fra bestemmia e preghiera – ma già diversi decenni prima il filosofo tedesco Ernst Bloch aveva evidenziato come la blasfemia potesse essere la via d’accesso a un’ermeneutica più autentica.

Il Vangelo allora si contamina con citazioni da Pasolini e da Sant’Agostino, con la coreografia di Jesus Christ Superstar, con canzoni di De André e di Frank Zappa: in una delle scene più memorabili siamo condotti in un Inferno festoso e demoniaco, in un’altra una videoproiezione mostra Delbono, occhi coperti da tamponi medici, aggirarsi per i corridoi di uno ospedale mormorando il Nolite dare sanctum canibus evangelico. Accanto a lui sul palco anche Bobò, sordomuto rimasto in manicomio per quarant’anni, poi diventato presenza stabile nel teatro e nella vita di Pippo dalla fine degli anni novanta; Gianluca, un ragazzo down alunno della madre del regista; Nelson, uno scheletrico clochard che riproduce la crocifissione di Cristo, mentre un intervento audio di un profugo afgano racconta il lunghissimo viaggio per fuggire dal suo paese.

Negli inserti video trovano spazio anche alcuni rifugiati residenti in un centro per migranti di Castel Volturno che, silenziosamente, con gli sguardi e le posture, raccontano di ulteriori dolori nel mezzo di una piantagione agricola. «Ho pensato a tutte le conquiste, le stragi, le guerre, le menzogne, le false morali create per quell’ipotesi di Dio», spiega Delbono nelle note di regia, «ma anche alla bellezza, all’arte, e alla poesia che quell’idea di DIO ha portato in questi duemila anni». Come un pittore impressionista Delbono mette in scena, assommando le varie scene, la sensazione di un dolore cieco che trova conclusione in una consolazione, quasi una momentanea redenzione; naturale completamento e prolungamento del Vangelo sarà il successivo La gioia, in cui Delbono non piangerà solo la morte della madre, ma anche quella di Bobò, scomparso nel febbraio dell’anno scorso.

Un’altra importante produzione teatrale sulla figura e sul messaggio del Cristo è stata La rivolta della dignità – Resurrezione di Milo Rau, drammaturgo svizzero tra i più apprezzati della scena contemporanea, un’opera di teatro civile co-prodotta da Matera 2019 e portata in scena a ottobre 2019 al Teatro Argentina di Roma in una forma mista fra teatro e cinema (l’ultima giornata di riprese del film che, prendendo le mosse dal Vangelo di Pasolini, Rau ha girato in Lucania e che sarà distribuito in un futuro prossimo). Tre erano gli episodi evangelici rappresentati sul palco davanti agli occhi del pubblico e davanti agli obiettivi delle videocamere: la deposizione di Cristo, la risurrezione di Cristo e un apocrifo battesimo del nuovo Cristo. Il vero fulcro dello spettacolo – molto vicino al Vangelo di Delbono per la comune attenzione verso il dramma dei migranti – consisteva però nell’assemblea civile che, condotta da Ponzio Pilato (Marcello Fonte, premiato a Cannes per Dogman) e dallo stesso Cristo risorto (a cui presta il volto il sindacalista camerunense Yvan Sagnet), dà voce ai braccianti africani e ai piccoli agricoltori autoctoni residenti nell’area lucana.

Il core del discorso portato avanti da Milo Rau lo si trova nelle parole che Gesù rivolge al pubblico subito dopo la sua minimalista resurrezione: salito sul palco, Gesù/Sagnet esclama a gran voce che «l’immigrazione, per noi, è prodotta dallo sfruttamento capitalistico» e ammonisce che «il nemico non è chi ha fame, ma chi affama». Fra gli oratori prende la parola anche il senatore Gregorio De Falco, per raccontare come ha rischiato di vivere sulla sua pelle le conseguenze legali del salvataggio di un’imbarcazione di profughi. Prima del nuovo battesimo, tutto il pubblico viene chiamato prima a sostenere un vero e proprio Manifesto della dignità in sei punti, secondo il quale la libertà di movimento è un diritto umano e  nessun uomo può essere considerato illegale, per poi esortare alla promozione di un’etica del cibo alternativa e all’occupazione delle proprietà abbandonate. Manifesto è un termine centrale della produzione di Rau, che il primo maggio 2018 sulla falsariga del Dogme 95 di Lars von Trier ha prodotto un vero e proprio decalogo per cambiare il teatro: e il primo punto del Ghent Manifesto inizia proprio con la constatazione che «non c’è più da ritrarre il mondo, ma da cambiarlo».

Cosa resta del testo del Vangelo in un’opera tanto legata alle lotte sindacali e alle occupazioni, non lontana dal comunismo? La deposizione, sì, è un istantaneo tableaux vivant che si rifà alla secolare iconografia sacra: ma, dopo quella prima scena, i versetti evangelici citati sono – è il caso di dire – due in croce («Non sono venuto per abolire la legge, ma per darle compimento» e l’«ama il prossimo tuo come te stesso» di Matteo). Tutto questo è programmatico: laddove il film di Pasolini riprendeva letteralmente, quasi didascalicamente il Vangelo di Matteo, trovando in esso una voce anarchica al di fuori del tempo e della storia, Milo Rau indaga su quale sarebbe il messaggio del Cristo nel mondo contemporaneo, nel qui e ora. E il messaggio di Cristo, nel I secolo o nel XXI secolo, risulta sempre eversivo. La stessa locandina colloca dietro a un Cristo nero un gruppo di uomini e donne col pugno chiuso alzato. In questo Vangelo post-moderno insomma nulla è lasciato alla fede in un miracolo celeste, ma tutto è affidato alla speranza di un impegno collettivo. Sul fondo della scena resta sempre presente e illuminata un’ampia croce, simbolo de-sacralizzato di umanità e di un Dio che scende in terra per imparare a morire ed è pietra di scandalo: croce sulla quale, alla fine dello spettacolo, andrà a scaricarsi un’inattesa pioggia di pomodori, che Gesù e gli apostoli pesteranno per terra per schiacciare, con essi, ogni forma artificiale e industrializzata di agricoltura.

Da questo recente riscoperta del Cristo non è rimasto del resto esente neanche il cinema. Non è tanto il caso del controverso The Passion di Mel Gibson o dell’ampia schiera dei cosiddetti Christian movies in stile God’s Not Dead 1 & 2 che raramente arrivano nelle sale italiane, se non altro perché si tratta di film destinati principalmente a un pubblico di cristiani. Oltre all’art movie Vangelo di Delbono, un altro esempio senz’altro significativo di cristologico al cinema è invece Su Re di Giovanni Columbu, rivisitazione della Passione in cui le vicende e la lingua dei personaggi vengono trasposte agli ambienti e ai dialetti della Sardegna rurale. Lo stesso Terrence Malick, fra i più importanti registi del cinema d’autore contemporaneo, è attualmente al lavoro su un film sulla vita di Cristo attraverso parabole, il cui titolo dovrebbe essere The Last Planet. Spostandoci per rimanere all’interno del mondo del cinema, il film supereroistico e attualmente il maggiore incasso ai botteghini Avengers: Endgame con il doloroso sacrificio di Iron Man per la salvezza dell’intero Universo minacciato dal titano pazzo e nichilista Thanos non può non far pensare a un Calvario in computer grafica con i cinema di tutto il mondo chiamati ad essere altari. Sia come figura eminentemente sacrificale, sia come modello cristallino di giustizia, il modello culturale del Cristo – mai scomparso dal nostro orizzonte culturale, ma per qualche tempo relativamente confinato alla sfera religiosa – sta recentemente e silenziosamente recuperando un certo spessore in un mondo laico.

A cosa si deve questo ritorno del cristologico? Non del Cristo, si badi bene, ma del discorso sul Cristo. Un discorso sovrastrutturale e per certi versi un po’ aprioristico dal momento che tanto Delbono quanto Milo Rau hanno programmaticamente preso in esame solamente una parte della figura evangelica, quella più vicina alla loro sensibilità. Forse per pervenire a un’eziologia di questo ritorno del non-rimosso può essere utile riportare alla mente un altro decennio in cui il discorso sul cristologico da parte di un’élite culturale non credente era particolarmente denso e per certi versi anche più fedele al testo sacro, il 1963-1973.

Il 1964 era l’anno di uscita del già citato Vangelo secondo Matteo di Pasolini, vero e proprio shock culturale tanto per la stampa di sinistra quanto per l’ala cattolica rappresentata da L’Osservatore Romano, tanto più che l’anno precedente il regista e scrittore friulano aveva realizzato La Ricotta, cortometraggio metacinematografico apparentemente dissacrante e blasfemo proprio nei confronti della Passione di Gesù. Nel 1968, il già citato filosofo Ernst Bloch della Scuola di Francoforte aveva dato alle stampe Ateismo nel cristianesimo, saggio in cui il concetto filosofico di speranza evidenziava le analogie fra il messianismo giudaico-cristiano e la visione marxista della rivoluzione e dell’utopia, mentre aveva già preso forma la critica dell’antropologo italiano Ernesto De Martino circa la scarsa attenzione attribuita alla tradizione religiosa popolare in nome di una visione fin troppo positivista della ricerca etnografica, così come era stato avviato il lavoro del suo collega René Girard sui sacrifici espiatori che sarebbe confluito prima ne La violenza e il sacro e poi ne Il capro espiatorio. Al 1970 appartiene invece La buona novella, il 33 giri con cui Fabrizio De André, attingendo a piene mani dai vangeli apocrifi e dalla tradizione della musica sacra popolare, riscriveva la vita di Gesù e di Maria assumendo generalmente l’ottica di figure marginali e umili, quali le madri dei due ladroni crocifissi sul Calvario accanto al Cristo, senza però tradire il Vangelo canonico nei suoi principi e nei suoi capisaldi narrativi. Infine nel 1973 era arrivata nelle sale la trasposizione cinematografica del musical Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, che – senza alcun intento di proselitismo religioso – aveva riavvicinato i giovani degli anni immediatamente successivi al Sessantotto a un Cristo rappresentato come modello di pacifismo integrale.

Cronologia alla mano non è poi difficile ricondurre il rinnovato interesse che in quegli anni avevano riscosso Gesù e i Vangeli presso un mondo ateo (o comunque non specificatamente credente) all’apertura promossa dal Concilio Vaticano II (1962/65), tanto più che Pasolini aveva dedicato il Vangelo «alla cara, lieta, familiare figura di Giovanni XXIII». Allo stesso modo, con le dovute proporzioni, non è difficile pensare esso sia dovuto al pontificio di Papa Francesco, la cui ascesa è stato accolta con entusiasmo quasi più grande al di fuori della Chiesa che al suo interno e la cui prospettiva teologica, prima ancora di Delbono e di Milo Rau, ha avuto il merito di tracciare un parallelismo fra la Passione di Cristo e la strage dei migranti nel Mediterraneo, facendo il suo primo viaggio pastorale proprio a Lampedusa. E se lo stesso Marx poteva definire la religione tanto «sospiro dell’anima in un mondo senz’anima» quanto «oppio dei popoli», in questi periodici revival della figura di Cristo variamente rimaneggiata sembra avverarsi piuttosto fedelmente la profezia di Girard: la violenza fondatrice da cui discende il sacro e l’intera civiltà umana viene gradualmente nascosta nei riti e nei miti della memoria collettiva, ma viene poi radicalmente rivelata urbi et orbi dalla Passione evangelica. E se anche questa seconda violenza fondatrice che è stata il sacrificio/autosacrificio del Cristo viene un po’ dimenticata, inevitabilmente tornerà come fantasma e come modello culturale nella coscienza collettiva delle generazioni a venire.

Vangelo
drammaturgia e regia di Pippo Delbono
con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono
Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic e con la partecipazione del film dei rifugiati nel Centro di Accoglienza PIAM di Asti
musiche di Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
foto di Maria Bratos
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et de Production, Theatre de Liège
in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna

La rivolta della dignità – Resurrezione
storia e regia di Milo Rau
drammaturgia e ricerca Eva-Maria Bertschy
aiuto regia Giacomo Bisordi
interpreti Yvan Sagnet, Yussif Bamba, Vito Castoro
Marie-Antoinette Eyango, Papa Latyr Faye, Samuel Jacobs
Alexander Kwaku Marfo, Kadir Alhaji Nasir, Mbaye Ndiaye
Jeremiah Akhere Ogbeide, Mohammed Souleiman, Ali Soumaila
Mussie Zerrai e con la partecipazione di Marcello Fonte
scene e costumi 
Anton Lukas, Ottavia Castellotti
suono Jens Baudisch, Marco Teufen
luci Dennis Diels
riprese Thomas Eirich-Schneider
produzione IIPM Elisa Calosi, Mascha Euchner-Martinez, Riccardo Raschi
produzione cinematografica Arne Birkenstock, Olivier Zobrist, Sebastian Lemke, Laryssa Stone

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