I dialoghi del cuscino

Il gesto e il simbolo del lutto e della accettazione negli ultimi anni della ricerca artistica di Delbono fra teatro e cinema sperimentale.

Una delle principali cifre stilistiche della produzione di Pippo Delbono consiste nel forte elemento autobiografico da cui lo spettacolo nasce e a cui lo spettacolo ritorna. Il teatro di Delbono dunque risulta terapeutico per il pubblico come per il drammaturgo stesso, un’esperienza catartica e a tratti atavica. Così il pubblico viene subito a sapere che lo spettacolo Vangelo (2016) è nato da una richiesta della madre in punto di morte, che il successivo La gioia (2018) è stato in parte riscritto a seguito della morte di Bobò, suo storico collaboratore sordomuto, che l’art movie Sangue (2013) parla e ritrae senza filtri o censure l’agonia e la morte di sua madre.

Per esplorare il gesto e il simbolo in Delbono può essere illuminante partire da come questi tre lavori, fra gli ultimi della sua produzione, abbiano affrontato l’evento della perdita. Una perdita che si incrocia continuamente con l’incontro, una perdita che, dunque, è anche incontro. Sangue non nasce come un film sulla morte della madre, ma come la testimonianza di un «dialogo fra un artista buddista e un ex brigatista tornato in libertà», Giovanni Senzani. Poi, accade che nel corso dello sviluppo del film che contemporaneamente si ammalino e quasi contemporaneamente muoiano Margherita, la madre di Pippo, e Anna, la moglie di Giovanni e che questo lutto parallelo si unisca alle immagini della rinascita dell’Aquila dopo il terremoto.

Se ci concentriamo sulle analogie fra Sangue e lo spettacolo La gioia, quello che subito colpisce delle due opere è la loro pacata compostezza, la loro quiet desperation sporadicamente interrotta da improvvise urla o immagini di forte impatto. Molti autori – nel senso ampio di questa parola – hanno esplicitamente trasposto nell’arte il loro personale rapporto con la madre, parlando a volte della morte della genitrice; spesso, però, la loro voce diventava urlo muto davanti all’insuperabile confine della perdita, come nel coro di Mother, forse la più bella canzone del John Lennon solista. Al contrario, Delbono la vive sulla scena non con rassegnazione ma con accettazione, con una fortitudo – fortezza d’animo – che non è affatto indifferenza, in cui si fa carne, più che il dolore, l’assenza della gioia nel tempo presente, il sorriso della memoria del tempo condiviso, del tempo passato.

È vero che La gioia più che della gioia parla dell’assenza e del ritorno di essa, così come Sangue parlava della vita attraverso la morte. La gioia mette in scena la quiete dopo la tempesta e il lento ritrarsi del dolore. Queste due elegie artistiche rappresentano in fondo un’elaborazione del lutto che da personale diventa collettiva, capace di coinvolgere l’intera platea al punto da far dire, al margine di un incontro col pubblico tenutosi nel marzo 2019 al Teatro Argentina di Roma, a una donna di un centro accoglienza per migranti semplicemente «Tu sai cos’è il dolore». Delbono assurge così a psicopompo dei vivi, diventa un Caronte che soffre riconducendo alla vita quanti hanno visto la morte degli altri, legandosi idealmente a quella tradizione mediterranea del lamento funebre esplorata a fondo da Ernesto De Martino. Nel sottotesto de La gioia prosegue la – parziale – identificazione con la figura del Cristo che emergeva chiaramente dal Vangelo, nell’indimenticabile sequenza video in cui il drammaturgo attraversava le corsie di un ospedale mormorando l’evangelico «Non date le vostre perle ai porci». Ma già in Sangue, Delbono giustapponeva il suo dolore privato al dolore privato di un altro uomo, l’ex-brigatista Senzani, e al dolore creativo di un’intera comunità pronta a riscoprirsi casa dopo una tragedia collettiva: è per mezzo della creazione artistica che Delbono si sforza di superare la perdita, fino a quasi annullare il muro che separa i vivi dai morti; dinnanzi alla morte e alla perdita, il teatro carnevalesco e satiresco dell’ultimo Delbono sembra essere un dire di sì alla vita dal sapore vagamente nietzschiano.

Non è un caso che Delbono si professi buddista da molti anni, perché in quella «religione atea» che è la spiritualità buddista la morte e il dolore e in generale il male – un termine equivoco – trovano organicamente un posto nell’ordine del mondo: né punizione né conseguenza di un atavico peccato originale, il male viene fatto derivare dall’erronea ricerca della felicità in ciò che muta. Tutti gli organismi sono causa di sofferenza altrui se li si vuole trattenere quando, per loro natura, si avviano alla decadenza e all’estinzione. Tanti dolori minacciano l’essere umano, dolori in quanto tali come quello del nascere e del morire, dolori per ciò che muta e per ciò che si perde. Tuttavia «l’emancipazione dal dolore è possibile» purché si deponga l’attaccamento a ciò che è transeunte.

Sarebbe sbagliato però ridurre tutta la ricerca recente di Delbono alla sua religiosità laica, che pure ha il suo peso nel percorso del drammaturgo. L’arte drammatica, il gesto teatrale vanno letti anzitutto come una sublimazione della perdita e una purificazione, una catarsi dal dolore non solo e non tanto a beneficio di chi assiste alla rappresentazione, ma soprattutto a beneficio dell’actor, di chi la rappresentazione etimologicamente la agisce. E così la più recente scomparsa dell’amico Bobò, un uomo sordomuto e analfabeta incontrato da Delbono nel manicomio di Aversa, può trasformarsi in sussurrata speranza di un nuovo incontro futuro, al di là delle frontiere fisiche.

«As nothing in this life that I’ve been trying/Could equal or surpass the art of dying» («Niente di ciò che tento in questa mia vita/Ha potuto eguagliare o superare l’arte del morire»( cantava un altro artista occidentale profondamente legato alle religioni orientali, l’ex-Beatle George Harrison. Perdendo la madre, perdendo l’amico, Delbono non affronta, o meglio supera immediatamente, quel cieco dolore dinnanzi all’enigma della morte degli affetti e dell’impossibilità di un nuovo dialogo che invece traspare dalle pagine, dalle immagini, dalle musiche di altri artisti molto diversi fra loro come Svevo, Almodovar, Bono. Ora idealizzata in musa, ora scrupoloso pungolo della coscienza che neanche la morte sa zittire, è soprattutto la figura materna, viva o morta che sia, a essere oggetto della riflessione artistica di molti autori. Rispetto a molti altri epigoni o contemporanei, con le sue raffinate composizioni di colori e di fiori, le sue urla e i suoi sussurri, con i suoi gesti dalla valenza universale, Pippo Delbono sembra essere riuscito a dare una resa più plastica e più problematizzata al lutto e alla perdita trasposti nella dimensione artistica.

Grazie a Margherita Simonetti per l’aiuto nella sistematizzazione degli appunti

Vangelo
drammaturgia e regia di Pippo Delbono
con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic e con la partecipazione del film dei rifugiati nel Centro di Accoglienza PIAM di Asti
musiche di Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
foto di Maria Bratos
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et de Production, Theatre de Liège
in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna

La gioia
drammaturgia e regia di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella
composizione floreale Thierry Boutemy
musiche Pippo Delbono, Antoine Bataille e autori vari
luci Orlando Bolognesi
suono Pietro Tirella
costumi Elena Giampaoli
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione – Teatro Nazionale, Théâtre de Liège
Le Manège Maubeuge – Scène Nationale, Compagnia Pippo Delbono

Titolo: Sangue
Regista: Pippo Delbono
Sceneggiatura:
Attori principali: Pippo Delbono, Margherita Delbono, Giovanni Senzani, Anna Benzi
Scenografia: Pepe Robledo
Fotografia: Pippo Delbono, Fabrice Aragno
Montaggio: Fabrice Aragno
Produzione: Compagnia Pippo Delbono, Vivo film, Rai Cinema, Cinémathèque suisse, Casa Azul Films, RSI Radiotelevisione svizzera italiana, con il sostegno della Mediateca Ligure, Teatro San Carlo di Napoli, Genova-Liguria Film Commission
Genere: sperimentale, drammatico
Durata: 89’

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