Milano-Crotone, passando da Gaza

Cataldo Russo riunisce nel volume Il rumore del silenzio, tre drammi, quattro commedie e un dialogo (come da sottotitolo), per raccontare quella miriade di piccole storie che si inscrivono nella grande Storia.

Premetto: sarò scorretta. Inizierò con un ricordo personale, che mi è tornato in mente leggendo Rappresaglia e rancore (uno dei drammi contenuti nel libro). Nel 2009, proprio durante l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza (che causò la morte di 1200 palestinesi, di cui oltre 400 bambini, e un 65% di vittime civili sul totale dei morti e dei feriti), intervistai Vittorio Arrigoni. Intorno a lui si sentiva la vita di una città devastata dai bombardamenti e questa fu la sua testimonianza circa i famosi tunnel che avrebbero causato quell’olocausto, in quanto sarebbero serviti per trasportare le armi di Hamas: «Un esempio personale: i miei vestiti, il computer, il cellulare sono passati attraverso i tunnel. Durante l’assedio, durato un anno e mezzo, è bene ricordarlo, non arrivava nulla a Gaza. Nei negozi del centro, prima del 27 dicembre, il 90% della merce era Made in Egitto ed era qui grazie ai tunnel, che garantivano la sopravvivenza dei palestinesi: bestiame, gasolio, tutto ciò di cui c’era bisogno». Sei anni dopo la situazione non è migliorata. L’Europa, dopo aver bombardato, foraggiato di armi, massacrato in presa diretta (gli omicidi a sangue freddo di bin Laden e Gheddafi tanto per fare due esempi) e impoverito il Nordafrica e il Medio Oriente, oggi – sui poveri resti delle vittime civili di Parigi – non si chiede il perché. I maître à penser della cultura occidentale non si pongono dubbi, degradati a mera propaganda. La vorace economia capitalista si sta scontrando sempre più con una visione del mondo alternativa altrettanto vorace e, sebbene si considerino le nostre operazioni chirurgiche o missioni di pace e i loro attacchi terroristici; sebbene i nostri siano eroi della democrazia e i loro bestie o fondamentalisti; la verità è che siamo tutti come Shylock e, come lui, potremmo chiedere a questa insensata follia di guerra nella quale siamo immersi, consapevolmente o meno, dal 17 gennaio 1991 (e i palestinesi da molto prima): “Se ci pungete, non sanguiniamo, e se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate torto, non ci vendicheremo?”.

Queste sembrano essere le medesime domande che Cataldo Russo si pone in ogni commedia o dramma contenuto nel volume. Usando diversi registri, dal grottesco all’allegorico, sfoglia la storia – con la s minuscola o maiuscola – mostrandola con gli occhi delle vittime, dei perdenti, degli emarginati, ma anche dei semplici cittadini italiani ancora divisi tra nord e sud – in un mondo ormai globalizzato dove non si possono fermare i migranti con muri e motovedette perché è insito nell’essere umano il desiderio di cercare la pace, condizioni di vita dignitose, un futuro migliore per i propri figli (come gli italiani, tra l’altro, dovrebbero ben sapere visto che noi stessi siamo un popolo di migranti).
È sempre difficile recensire un testo teatrale perché è un testo che nasce per essere completato con la messinscena, la presenza in carne e ossa dell’attore, e la compresenza di una comunità di spettatori che in quel momento si rispecchiano o compartecipano all’esperienza teatrale. Ma alcune annotazioni, qua e là, sorgono spontanee.

Il foglio di carta bollata sulla testa è una commedia che risente un po’ del tempo (alcune allusioni sono datate), ma conserva una levità pregevole, molte battute esilaranti, una denuncia insieme ironica e lucida dell’asservimento ai modelli televisivi e alle verità imposte via cavo. E un confronto nord-sud che, da calabrese/milanese, posso testimoniare come autentico e che, sebbene speri che sia ormai superato, riscopro spesso in mezze frasi che vorrebbero essere complimentose, quali: “Ma tu sei diversa… ormai sei come noi… e poi sei nata qua”.

Il sogno di volare è una specie di Commedia dantesca, dove la madre di un desaparecido e un vagabondo si ritrovano – in una sorta di limbo – a confronto con morti di mafia e sul lavoro, migranti dispersi in mare e vittime delle stragi di Stato, partigiani e personaggi del mito. La forma poetica e la leggerezza del verso accompagnano il lettore come una dolce ninna-nanna. Purtroppo quello che resta è il silenzio. Troppi omicidi in Italia sono tuttora senza colpevoli. Forse quella nota di semi-rassegnazione finale, quell’eterno ritorno buddhista, è troppo consolatorio. Abbiamo nome e cognome per chi ha ordinato l’omicidio di Peppino Impastato – Gaetano Badalamenti, ricordiamolo. Ma li vogliamo anche per tutti gli altri. Non per vendetta ma per rispetto della verità, che non sarà mai storica se prima non è giuridica.

Si torna alla commedia con Scollegamenti. Denuncia seria (ma giocata su toni faceti) dello sfascio dei mezzi pubblici in Italia e, in particolare, del sistema ferroviario. Si tinge di farsa nel secondo atto, quando Russo dipinge la spartizione dei beni della cara defunta e l’usanza della pianota, che più di un canto per ricordare la vita e le opere della defunta, appare come un mezzo efficace per spettegolare ma, al contempo, aiutare gli eredi a dividersi la proprietà (con la sagace esattezza della praticità di altri tempi). Molto godibile, la tragicommedia ha il sapore del grande Eduardo.
E rieccoci a Rappresaglia e rancore. Decisamente un ottimo testo che si regge in delicato equilibrio tra una scelta linguistica di stile poetico e tempi dettati da un incedere onirico. Tema quanto mai scottante e d’attualità, quello del conflitto arabo-palestinese. Il testo ha una forza e una misura rare e avrebbe davvero bisogno di trovare la Compagnia giusta per una messinscena che potrebbe toccare più corde di tante frasi fatte e sproloqui da talk show.

Di seguito, due atti unici che potrebbero viaggiare insieme, dato che descrivono con il piglio della commedia all’italiana altrettante realtà del nostro Paese. Il pagamento della pensione che, in tempi di crisi, sembra sempre di più l’unico appiglio sicuro per milioni di famiglie (non solamente i pensionati, ma anche figli, generi, nuore e cognati che tra disoccupazione, Riforma Fornero, stage e stipendi da fame, dipendono sempre più dai loro “cari vecchi”). E Il capomastro Facciapiatta, atto unico che potrebbe essere descritto visivamente con quella sfilza di case bianche – più o meno abusive – con il tetto piatto e le armature in ferro sempre pronte per edificare un altro piano (in Calabria come in Egitto), che infestano le coste per il sogno di tanti meridionali, emigrati al nord, di farsi la casa al mare, giù al paesello. Tutto questo condito con i tempi biblici di capimastri e muratori.
Prima del finale, un breve dialogo intitolato Professione stagista, che inquadra bene l’attuale situazione in cui stiamo operando in tanti, troppi. La retribuzione nel nostro Paese non è più direttamente collegata con l’esecuzione di una qualche attività. Nei casi in cui il lavoro sia intellettuale, poi, sembra quasi un affronto chiedere uno stipendio (per fare qualcosa che piace e interessa). Lo spreco di giovani menti che, in passato, era dovuto alle guerre o alle migrazioni, oggi è un diktat imposto dalla gerontocrazia al potere. Peccato che ci si trovi di fronte solo a un breve dialogo perché l’argomento avrebbe le potenzialità per diventare un buon testo teatrale, che si confronta non solamente con l’attualità ma con il bisogno primario di ogni generazione di potersi esprimere, coltivare sogni e realizzare progetti.

In chiusura, l’atto unico Fausto e Iaio: una sera di primavera gli spari. Per chi, come me, ha vissuto a Milano e ha conosciuto il Leoncavallo, non c’è molto da aggiungere. La loro morte è una ferita aperta che non si rimargina. L’Italia non avrà futuro se non comincia a chiudere i conti con il passato e, per farlo, bisogna fare finalmente chiarezza. L’anno scorso hanno riaperto le indagini sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, a quando l’impegno serio della magistratura per fare luce sulla morte di Fausto e Iaio? Ancora una volta, Russo punta il dito verso il nostro passato recente e ancora una volta il suo teatro è la richiesta di non dimenticare perché ogni vita è importante.

Il rumore del silenzio
Tre drammi, quattro commedie e un dialogo
di Cataldo Russo

Eldonejo, I edizione, 2015
212 pagine

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