Nel rogo della storia

Il Libero ha riaperto i battenti e nuova aria spira nei teatri milanesi. Sulle ali del vento Ipazia racconta la ciclicità tragica della storia.

415 d.C. La matematica, filosofa neoplatonica e fisica, Ipazia di Alessandria d’Egitto, è brutalmente massacrata dai cristiani al grido: «Dio è con noi» – chissà perché il Dio di tutti dovrebbe prendere le parti di alcuni, rinunciando alla sua onnipotenza – mentre i libri del sapere classico bruciano sul rogo dell’ignorante intolleranza religiosa. Cirillo, il patriarca di Alessandria e fomentatore della violenza cristiana – autentico ossimoro – diventerà santo, Ipazia sarà dimenticata come donna e come scienziata.

1227 – 1235 d.C. La Chiesa instaura l’Inquisizione contro streghe ed eretici, mentre nel 1252 Papa Innocenzo IV° autorizza l’uso della tortura per estorcere le confessioni. Milioni di persone muoiono agonizzando. Una si salva: nel 1594 Gostanza da Libbiano sconfigge il potere maschile e della Chiesa – che da sempre, e non a caso, coincidono – resistendo alle torture impresse sulla sua carne dalle mani degli inquisitori.

10 maggio 1933. I nazisti bruciano i libri dell’Institut für Sexualwissenschaft (Istituto per la Ricerca Sessuale). Le fiamme si alzano mentre Goebbels denuncia la cultura “degenerata” – lui marito infedele – e vi aggiunge, come un tanto al chilo, anche diversi testi di autori ebrei. Goebbels si suiciderà con ignominia – portando con sé i propri figli – ma l’omosessualità resterà un tabù tale che, ancora oggi, le coppie omoaffettive non possono sposarsi né ricorrere all’inseminazione artificiale o adottare bambini nella stragrande maggioranza dei Paesi.
Tre date prese a caso per raccontare duemila anni di storia dell’intolleranza. Non solamente per questioni religiose, ma contro il sapere, la conoscenza, la ricerca, la libertà di pensiero e di scelta – di autodeterminazione, come si diceva una volta, quando il privato finalmente assurgeva alla dimensione pubblica. Duemila anni di persecuzioni soprattutto contro metà della popolazione: quelle donne che hanno spaventato e spaventano le istituzioni religiose perché la donna ha un potere di pro-creazione che l’uomo teme ancestralmente perché non potrà mai controllarlo e, per questo, deve controllare la donna che quel potere possiede.

Ma tutto comincia proprio lì, ad Alessandria d’Egitto, ed è la voce di Francesca Bianco che interpreta con intelligenza e calore Ipazia a ricordarcelo, attraverso le sue ultime ore di vita, i suoi sogni, i suoi desideri di donna, figlia, scienziata ma, soprattutto, insegnante – prima del massacro, la scarnificazione che subirà quel suo corpo che gli storici raccontano fosse infinitamente bello (perché anche della bellezza ha paura la Chiesa che deve mortificare i corpi, oltre che lo spirito).

Lo spettacolo in scena al Libero si dota di una semplice scenografia estremamente espressiva: i libri, lentamente, scompaiono dai leggii – insieme simboli della progressiva intolleranza verso il sapere e dell’allontanamento degli alunni da Ipazia oltre che dalla ricerca, dall’istruzione, dalla coscienza critica. Mentre lo sfondo rende alla perfezione le atmosfere sognate di una sosta sulle sponde di un mare tranquillo, la calura opprimente di una giornata torrida, la meraviglia delle notti stellate trascorse ai confini del deserto, le fughe tra i vicoli di quella che fu Alessandria, capitale del sapere.

L’ultima giornata di Ipazia, scandita in episodi – con l’ausilio di intermezzi che danno voce all’intolleranza di Teodosio e Cirillo – scorre fino a un finale noto in partenza ma che, grazie a un racconto ricco di spunti e rimandi, fa riflettere a ogni passo. Perché in quella prima persecuzione c’è in nuce l’eterno, “inquietante” (come l’ha definito lo stesso regista, Carlo Emilio Lerici) ritorno della storia, che sembra ripetersi costantemente uguale a stessa.

E allora mi sembra doveroso chiudere con le parole di altri – perché anch’io, come l’Ipazia immaginata sul palcoscenico, amo leggere camminando – che esemplificano al meglio questa profonda contraddizione: “Il cristianesimo ci ha defraudato del raccolto della civiltà antica; e più tardi ci ha defraudato di quello della civiltà islamica”, scriveva Friedrich Nietsche in L’Anticristo, e Giulio Giorello – nel recente Senza Dio. Del buon suo del Cristianesimo – afferma con la sua consueta, arguta ironia: “Non credo a slogan tipo Comunione e liberazione; se devo sceglierne uno, preferisco Individui e libertà”.

Lo spettacolo continua:
Teatro Libero
via Savona 10 – Milano
dal 24 al 31 ottobre
orari: da lunedì a sabato ore 21.00 – domenica ore 16.00
(durata: 60 minuti)

Il sogno di Ipazia
di Massimo Vincenzi
regia di Carlo Emilio Lerici
con Francesca Bianco

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