Tormento ed estasi

22 ottobre 2016, Lungarno Serristori, Firenze. Nella casa che fu dimora di Rodolfo Siviero (Guardistallo 1911 – Firenze 1983) e base operativa della sua attività di “007 dell’arte italiana”, va in scena Il sogno di Rodolfo, monologo teatrale che intende ricostruire i tratti caratteristici di una delle figure più ambigue e affascinanti della storia dell’arte contemporanea italiana.

«Qui fu la mia vita…»: così il fantasma di Rodolfo, interpretato dal più che convincente Stefano Parigi della Compagnia Teatro dell’Elce di Firenze, accoglie gli astanti fra le pareti di quella che fu la sua casa, introducendo una visita guidata singolare ed estremamente coinvolgente – arte al servizio dell’arte, in qualche misura. Sarà lui stesso ad accompagnare i visitatori fra le stanze del pianterreno di questa palazzina ottocentesca in stile tipicamente neorinascimentale affacciata sull’Arno, di fronte all’imponente Biblioteca Nazionale: un tempo di proprietà dello storico dell’arte Giorgio Castelfranco, da questi ceduta all’amico Siviero un attimo prima di abbandonare l’Italia per sfuggire alle persecuzioni razziali, infine acquistata da Rodolfo e destinata per volontà testamentaria dal 1983, anno della sua morte, alla Regione Toscana, affinché ne facesse un museo aperto, consentendo a chiunque di visitarla per ammirare i tesori custoditi al suo interno.
Critico dell’arte e aspirante diplomatico, col vezzo delle donne e della poesia (al 1936 risale la pubblicazione della raccolta di liriche La selva oscura), dal 1934 nelle fila del S.I.M., Servizio Informazioni Militari. Sostenitore entusiasta del regime fascista, in gioventù, si scoprì suo accanito oppositore all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 (giornata attorno alla quale ruota il racconto, a tratti romanzato ma sostanzialmente molto fedele alle testimonianze storiche e a quanto è dato rilevare dai diari di Rodolfo stesso, in gran parte inediti, e custoditi presso l’Accademia delle Arti e del Disegno). Lui che a Firenze, culla del Rinascimento, aveva visto crescere la sua passione per l’arte sino a divenire sua prima ragione di vita, non poteva certo tollerare la razzia sistematica di capolavori perpetrata dai gerarchi nazisti ai danni dei musei italiani attraverso la copertura delle attività di una commissione speciale (la Kunstschutz), istituita con lo scopo ufficiale di tutelare l’immenso patrimonio artistico e culturale del Bel paese. Fu così, che il nostro si schierò con le forze antifasciste, mettendosi a capo di una rete clandestina di partigiani, consulenti e informatori, rendendosi artefice di una serie di recuperi eccellenti (basti pensare al Discobolo Lancellotti, o all’Annunciazione del Beato Angelico). È quel che ricorda lui stesso, vagando per le stanze della casa dove visse, dapprima coi genitori, poi con la sorella della quale dovette sempre prendersi cura, indugiando davanti alle straordinarie opere d’arte che la arredano (dai De Chirico, spesso ospite in queste sale, ai Soffici, dai Manzù ai Piero della Francesca).
Dal lungo monologo, talora commovente, talaltra perfino esilarante, la cui scrittura originale è opera del regista e cofondatore della Compagnia, Marco di Costanzo, traspaiono inequivocabili i tratti salienti di un carattere tutto sommato solitario, incline alla malinconia e uso a certi dilemmi tanto campali quanto insolubili: «Chi di noi può dirsi depositario di una personalità autentica, una volta spogliatosi di ogni maschera?», si domanda meditabondo, contemplando un De Chirico insolitamente lontano dalla solita metafisica – l’Autoritratto in costume da torero; ma anche a tal punto terrorizzato dallo spettro della mediocrità da dedicarsi per un’intera vita a collezionare esperienze atte a convincere se stesso, più che gli altri, di averlo sventato – un destino tanto infamante («per una natura grande è impossibile una vita mediocre»).
Molti spunti approfonditi nel corso della rappresentazione sono, a detta del regista medesimo, riflessioni autentiche del protagonista, come è dato rintracciare nei diari pervenuti sino ai giorni nostri (molte le pagine andate perdute in circostanze a dir poco sospette, forse per impedire che fosse tramandata la memoria di talune vicende poco chiare). A dispetto di tutto il tempo trascorso e dei cambiamenti intervenuti da allora, non è peraltro difficile immedesimarsi, in molti punti, con le emozioni narrate. Impossibile non sorridere delle rocambolesche vicissitudini amorose, da Dongiovanni impenitente; o non riconoscersi in quella profonda disillusione che traspare allorquando i toni più accesi tradiscono una sincera, profonda insofferenza verso tutti gli ostacoli burocratici incontrati nell’adempimento di pur importantissimi doveri patrii. E in fin dei conti, nonostante le numerose ambiguità e le posizioni politiche a tratti poco nobili, non è semplice non provare per quell’anima tormentata ma anche avida di vita, una qualche riconoscenza. Specie durante l’ultima parte del monologo, a dir poco straziante. Mentre fuori le campane a festa annunciano lo scoccare del mezzodì di questo sabato d’autunno assolato e insolitamente tiepido, nelle tenebre della sua camera Rodolfo tira le somme di un’intera esistenza con un’affermazione che raggela: «La cosa migliore per un uomo sarebbe non essere nato, non essere niente».

Lo spettacolo site-specific ha avuto luogo:
Museo Casa Rodolfo Siviero
Lungarno Serristori 1/3 – Firenze
sabato 22 ottobre, ore 11.00

Teatro dell’Elce presenta:
Il sogno di Rodolfo
regia Marco di Costanzo
con Stefano Parigi

ultima replica: sabato 29 ottobre, ore 11.00
ingresso gratuito fino a esaurimento posti, max. 20 persone per replica, si consiglia la prenotazione per email all’indirizzo info@teatrodellelce.it

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