Sogno o son pazzo?

Dal 5 all’8 maggio, Gabriele Lavia ha calcato il palco del Teatro della Pergola di Firenze, portando in scena il suo amatissimo Sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij.

La scena è buia e l’enorme palco del teatro completamente ricoperto di terra. Una scrivania, una sedia alla Voltaire e la statua di una bambina con il capo coperto da una fazzolettino rosso e le braccia tese in avanti inseriscono immediatamente gli spettatori in un ambiente surreale, rendendoli partecipi del sogno immaginato dal celebre scrittore russo.
L’uomo ridicolo è un pazzo. O forse non lo è. Indossa una camicia di forza bianca dentro la quale si contorce come un serpente in un sacco e parla di una storia senza senso, di un sogno che ha sognato dopo essersi stupidamente addormentato invece di suicidarsi. Già, perché tutto era pronto. L’indifferenza aveva fagocitato ogni singolo atomo di quell’uomo ridicolo; egli avrebbe voluto amare la vita, ogni singolo istante di vita, per poi ritrovarsi a vagare per la terra senza meta, deriso da tutti, senza provare alcun sentimento tranne l’indifferenza. Aveva deciso: sarebbe tornato a casa, si sarebbe seduto sulla sua poltrona alla Voltaire, avrebbe tirato fuori dal cassetto della scrivania la rivoltella e, senza provare assolutamente nulla, avrebbe posto fine a tanta, insopportabile indifferenza. E invece qualcosa andò storto. Le urla lancinanti della bambina col capo coperto dal fazzoletto rosso e la sua disperata richiesta di aiuto si aggrapparono al cuore dell’uomo ridicolo rimettendo in moto il meccanismo dei sentimenti. La pietà aveva fatto breccia nell’indifferenza e l’inaspettata assenza di anaffettività complica, come ovvio, la questione del suicidio.
Ed è cosi che ha inizio il sogno.
Il nostro eroe sogna di morire, di venire sepolto ma di essere ancora cosciente. Egli è disperato e impotente. Si rivolge a Dio, lo maledice e lo implora di salvarlo. Dopo un volo extraterrestre, giunge su un pianeta simile in tutto alla terra ma abitato da un popolo puro e innocente che, involontariamente, contamina trasformando l’innocenza in colpa e la felicità in sofferenza: la società perfetta che aveva trovato e agli occhi della quale non era più ridicolo si trasforma nella società dalla quale avrebbe voluto fuggire con un colpo di rivoltella.
Quando si sveglia egli conosce la verità e nulla gli appare come prima. È terrorizzato, incredulo, ma anche atrocemente consapevole che nel cuore degli uomini esiste la bontà. Egli non può fare a meno di provare affetto per loro, di amare quella umanità che lo ha quasi portato al suicidio. Torna ad amare la vita, ma è distrutto poiché la vita che ama è solo un’idea di quella che potrebbe essere la vera vita.
Il testo di Dostoevskij è un una forte denuncia nei confronti dei vizi che hanno allontanato la società dall’amore. Il russo afferma che si dovrebbe provare a ricercare la felicità nella semplicità e nella condivisione anziché nella presunzione scientifica capace solo di teorizzare le leggi della felicità.

E «questo invito è mosso da un uomo che appelliamo ridicolo» unicamente «perché il messaggio che diffonde è talmente semplice da risultare addirittura sciocco e dunque irrealizzabile» afferma Lavia, per il quale l’opera è un vera e propria ossessione da quando aveva solo diciotto anni e non era ancora un attore. Con la sua interpretazione, l’artista milanese, spinge il personaggio all’estremo: egli è completamente pazzo ma ogni tanto i suoi occhi rivelano una lucidità disarmante. Si butta per terra, striscia, urla, sussurra, ride e piange con la stessa intensità e lo stesso sconvolgente realismo. Lavia è uno dei più grandi attori di teatro dei nostri giorni, e lo sa bene. Ogni tanto è lezioso, eccessivo, ma non fuori le righe e come sempre dona un’interpretazione straordinaria che rasenta la perfezione.
Bravo anche Massimiliano Aceti nei panni dell’uomo ridicolo ante sogno. A lui il non facile compito di ripercorrere con gesti silenziosi il racconto del suo alter ego parlante, a lui il compito di rendere meno pazzo l’uomo rinchiuso nella camicia di forza.

Il sogno di un uomo ridicolo è un opera intensa e potente capace di scuotere anche gli animi più indifferenti poiché e proprio contro l’indifferenza che si batte: «tutti gli uomini hanno la possibilità di essere felici e belli».

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Pergola

via della Pergola 18, Firenze
5-7-8 maggio ore 20:45
6 maggio ore 18:45

Il sogno di un uomo ridicolo
di Fëdor Dostoevskij
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia e Massimiliano Aceti
produzione Fondazione Teatro della Toscana

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