Editoriale

Alcune riflessioni a margine del grave momento di crisi provocato dalle misure adottate da Governo e Governatori di Regione per affrontare il Coronavirus, ossia togliendo ossigeno a un settore – il teatro – che sta, lentamente, soffocando da anni.

Non vogliamo ovviamente entrare nel merito dei provvedimenti adottati per contrastare i focolai nelle zone cosiddette rosse, ma la decisione in ben tre regioni italiane (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) di chiudere musei (riaperti solo il 2 marzo), centri culturali, scuole, teatri e cinema, a fronte dell’apertura di spazi di ristoro come ristoranti, bar e pub (dove un’infezione da contatto potrebbe circolare più liberamente che tra le poltrone di un teatro o le teche di un museo), appare indice di una deriva, almeno per quanto riguarda il teatro, ormai inarrestabile (anche se speriamo di sbagliarci e ben consci che quando sarà stato pubblicato questo articolo il quadro complessivo potrebbe essere diverso).

Prima di analizzare la situazione, andando aldilà della contingenza e allargando il quadro, riguardo ai musei forse occorrerebbe fare un breve inciso. Sebbene si sia cercato di ovviare alle chiusure con video online, la verità è che vedere un’opera d’arte significa godersela da ogni punto di vista, assorbendone la consistenza materica, avvicinandosi e allontanandosi per valutarne prospettive e sfumature, dedicandovi tutto il tempo che aggrada. Ossia, esserci in presenza. E se questo discorso vale per un museo, vale doppiamente per il teatro, che non vorremmo mai perdesse le sua specificità di immanenza, compartecipazione e irripetibilità – specificità che non solo lo contraddistinguono ontologicamente ma che, qualora vietate, lo lascerebbero come un corallo sulla spiaggia a morire, essiccato, nel calderone borghese del teatro televisivo.

Alcuni segnali del progressivo svuotamento di senso li avevamo già captati e, forse, sottovalutati. Questo potrebbe essere, quindi, il momento giusto per fermarci (vista anche l’imposizione a farlo), e come operatori, critici e artisti domandarci perché oggi la cultura (compreso il teatro) sia considerata, da politici e società, velleitaria e superflua in un momento in cui dovrebbe, al contrario, essere indice di civiltà e specchio in cui la comunità si riflette e comprende se stessa e il proprio ruolo nel mondo.

Ma facciamo un passo indietro. Fino al referendum del ‘93 esisteva il Ministero del turismo e dello spettacolo, che riuniva a livello pratico e ideologico il teatro e la festa paesana. Negli anni successivi alla sua abrogazione la situazione non è però migliorata. Al di là del fatto che nel 2013, il Governo Letta trasferiva nuovamente le deleghe sul turismo al Ministero per i beni e le attività culturali, è la Sindaca Appendino che chiarisce come andare a teatro o al cinema, oggi, sia persino meno della partecipazione alla festa popolare – che, in ogni caso, prevedeva la compartecipazione e la socialità diffusa – quando afferma a TorinoToday: “Dobbiamo imparare a non metterci noi delle barriere ulteriori a quelle fisiche che esistono per via dell’ordinanza. Faccio un esempio: non possiamo andare al cinema perché è chiuso, ma nessuno ci impedisce di andare a prendere un aperitivo. Io stessa non sono solita a fare colazione, pranzo e cena fuori, ma sono la prima che, per dare un segnale di aiuto alle nostre categorie che stanno patendo tantissimo, lo sta facendo”.

Ora, aldilà dei mezzi economici che ognuno ha – magari un biglietto per il teatro o il cinema una volta la settimana è già un sacrificio ma un ape tutte le sere risulterebbe impossibile – fa specie che il cinema (e immaginiamo anche il teatro, mai citato nell’articolo) sia equiparato alla ristorazione. Uno svago vale l’altro sembrerebbe il giudizio del politico. Il fattore culturale, critico, magari perfino di antagonismo ideologico allo spendere in maniera consumistica, non rientra nel computo, così come il fatto che lavorare nel settore spettacolo sia un lavoro e l’attore o la maschera, l’attrezzista o l’addetto alla biglietteria debba tirare a fine mese come il barista, l’operaio e l’impiegato.

Una seconda amarissima considerazione viene dal fatto che il teatro ha accettato, qualche anno fa, il Codice dello spettacolo dal vivo con la sua subdola equiparazione di professionale e amatoriale, canto carnascialesco e ricerca artistica. Quella domanda un po’ a denti stretti che spesso il regista o l’attore o il musicista jazz si è sentito porre di fronte alla propria affermazione di svolgere una professione creativa, ossia: «Va bene, ma che lavoro fai?», è stata resa palese, passando dal comune sentire italico che le arti sono un hobby a Legge dello Stato. Ma nemmeno a questo punto il teatro è risorto (o insorto) dal proprio torpore. Forse perché troppi fondi, ormai sufficienti giusto per la sopravvivenza di alcuni, dipendono da Stato, Regioni, Comuni – ossia da quella politica contro la quale è difficile se non impossibile alzare la voce se poi si vuole ottenere un minimo di contribuzione. E sottolineiamo minimo. In una recente intervista all’ex Direttore del Teatro Stabile di Genova, Angelo Pastore ricordava che: “In Germania qualsiasi teatro minore riceve circa 20 milioni di Euro annuali di contribuzione. Nel nostro Paese, l’insieme dei 25 teatri nazionali e di quelli di rilevanza culturale, oltre al Piccolo di Milano, può contare su circa 35 milioni di Euro complessivi”. Giusto per non rimanere sempre nel vago ma chiarire cifre e fatti.

Proseguiamo. C.Re.S.Co. ha inviato, il 3 marzo, alle redazioni italiane una lettera aperta sulla recente crisi del settore e le richieste per il Ministro dei beni e delle attività culturali (e del turismo), Dario Franceschini, dove vi è un punto particolarmente interessante, ossia: “Nelle regioni non considerate a rischio, ha senso vietare matinée, uscite didattiche e gemellaggi, ma dire che i teatri sono aperti?”. Questa domanda alla politica ha ovvie ricadute nella risposta dei cittadini. Con un simile divieto non solamente s’insinua l’idea che a teatro ci si contagi maggiormente (che non al ristorante o alla scrivania in ufficio), spingendo le persone ad allontanarsene; ma si ribadisce altresì l’idea che un’uscita teatrale non abbia questa grande valenza didattica, corroborando la visione idealistica di stampo fascista che voleva la scuola italiana prettamente teorica e il teatro, in particolare, argomento della letteratura da affrontarsi in aula grazie a professori e professoresse di lettere tanto volenterosi quanto incapaci di confrontarsi con la materia viva del qui e ora (come dimostra il fatto che, a parte alcune punte di diamante come la Non-scuola del Teatro delle Albe, l’insegnamento del teatro nelle scuole di ogni ordine e grado non sia quasi mai affidato a professionisti del settore).

Per rivendicare diritti bisogna, però, riconoscersi appartenenti a una categoria lavorativa, avere un sindacato forte, fare vertenze che impatteranno sull’intera situazione retributiva e normativa, ossia, come spiegava qualche anno fa il regista e attore Oscar De Summa, in un’intervista a Rumorscena: “Nel momento in cui ci considereremo dei lavoratori, ecco che si può anche accettare a livello collettivo che alcuni spettacoli vengano bene e altri meno. Questo ci porrà tutti in una condizione in cui nessuno potrà più pretendere cachet da 5.000 euro al giorno, mentre altri ne guadagnano 50. Saremo finalmente persone con una coscienza di categoria, dove al di sotto di certe cifre si ha lo sfruttamento e al di sopra il ladrocinio”. Ma questa visione, pragmatica e realistica, si scontra ovviamente con chi ha velleità di artista geniale o può far pesare un nome televisivo quale specchio per le allodole al botteghino – in un sistema teatro che, sia a livello politico che di circuiti pubblici, non comprende la specificità del linguaggio teatrale né la sua valorizzazione, ma abdica di fronte all’appeal del nome. E in un tale sistema a dominare è il criterio quantitativo, con prescrizione del numero di giornate di apertura, degli impiegati assunti, delle repliche obbligatoriamente e ridicolmente all’interno della propria regione. Un criterio che – siamo certi – dovrà essere drasticamente ridimensionato per l’assegnazione dei prossimi fondi del Fus, magari con una deroga simile a quella sulle 200 giornate di scuola, viste le misure intraprese, ma che dovrebbe poi essere ridiscusso sulla base del fatto che il teatro italiano è per sua natura tutto, tranne che stabile (con relativi discorsi sul favorire ospitalità e distribuzione pubblica delle Compagnie medie e piccole e dei singoli artisti).

Ciò che oggi occorrerebbe ricordare – soprattutto agli spettatori – è che i lavoratori dello spettacolo sono, innanzitutto, lavoratori e forse varrebbe la pena rileggere un’interessante relazione dell’SLC della CGiL che chiarisce: “Vi chiediamo quindi… di guardare ad esempio, quello che ha già fatto la Francia per creare un vero sistema di tutele per i professionisti, che superi la dualità autonomo/subordinato, dando le stesse tutele per quella che non è disoccupazione, ma un ammortizzatore di continuità” (vista la normale stagionalità dell’impegno in teatro, e l’ovvia necessità di ricerca e studio, oltre che di prova, a cui nessun regista, attore, musicista o danzatore può sottrarsi).

In questi tempi, però, tutto ciò non basta perché la possibile recessione (con ricadute sul mondo del lavoro e le entrate di singoli e famiglie) unita a una disabitudine indotta dai succitati provvedimenti potrebbero portare a un ulteriore svuotamento dei teatri e a ennesimi tagli, invece che a investimenti nel settore (anche perché appare ormai ovvio che un altro settore che ha subito un ridimensionamento inaccettabile a livello di fondi, strutture e personale negli ultimi 10 anni, ossia la Sanità, avrà bisogno di sostegno per evitare che si ripetano situazioni di emergenza per mancanza di letti, reparti, medici e infermieri. E ancora una volta, per non fare dietrologia spuria, prendiamo a prestito i dati forniti, ad esempio, da L’Espresso, riguardo a tale situazione: 37 miliardi in meno di finanziamenti negli ultimi 10 anni, un deficit di personale pari a 56 mila medici e 50 mila infermieri, oltre a un taglio di 758 reparti solo negli ultimi 5 anni. In breve ci sarebbe da chiedersi se le misure “draconiane”, come le ha definite la stampa estera, del Primo Ministro Conte per il Coronavirus non mascherino la difficoltà oggettiva di affrontare un virus perché la Sanità pubblica – a causa dei tagli operati per il pareggio di bilancio e altre imposizioni economico-finanziarie internazionali – non ne ha più le forze).

Soluzioni? Non è nostro compito fornirne ma se si chiudono i teatri, ai teatri resta il mondo ed è la voce di un regista e attore come Dario Marconcini a suggerirci almeno un’idea, come raccontava in un’intervista a Persinsala: negli anni Settanta «eravamo molto liberi, in un certo senso rivoluzionari. Purtroppo, noi che allora uscimmo dai teatri, siamo poi rientrati nelle istituzioni… il rapporto con il pubblico era straordinario. L’idea era portare il teatro dove non era mai arrivato. Il teatro eravamo noi stessi, senza orpelli o scene, direttamente in strada. Allora si andava nei paesi, anche in quelli piccoli, con i tamburi, per farsi vedere, per attrarre l’attenzione. E la gente usciva di casa, si affacciava dalle finestre. Alcuni ci trattavano anche male. Una volta fui persino preso a sassate. Ma dalla strada, pian piano, siamo tornati tutti sul palcoscenico».

E adesso, forse, è calato il sipario.

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