Volevamo stupirvi solo con effetti speciali

In scena al teatro Vascello di Roma Il velo nero del pastore, una performance appariscente e rumorosa che reinterpreta con linguaggio enigmatico l’omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne.

Un rumore assordante esplode nelle casse – come un vento elettronico, un convoglio d’aria sparato nei microfoni – e il sipario si apre su un effetto speciale clamoroso, che riproduce in scena una tormenta immane e infinita.
Ha inizio così Il velo nero del pastore, la performance che la Societas Raffaello Sanzio propone al Vascello in occasione del Romaeuropa Festival: un incipit che preannuncia un’ora di immagini forti e stranianti, di quadri surreali e disconnessi. Una donna inginocchiata a subire percosse invisibili – riprodotte come suoni – sputa sangue fin quasi a morirne; due figuri entrano ed escono introducendo oggetti di scena – tra cui una deprimente teca di vetro in cui si muovono placidi dei topi – e ricollocando la donna in nuove composizioni; un macchinario mastodontico avanza nel frastuono di effetti sonori e si incaglia a filo del palco per poi ritrarsi; una schiera di faretti montati su un braccio metallico orizzontale cala dall’alto e a sipario chiuso si autodistrugge, pezzo per pezzo, nell’esplosione in serie di ogni singola lampadina.
Di fronte a un simile puzzle di suggestioni viene da chiedersi: cosa è accaduto sul palco? Cosa ha cercato di comunicare il regista Romeo Castellucci con questo spettacolo abilmente congetturato per creare stupore? La risposta è forse custodita nell’unica chiave di lettura possibile: il senso della meraviglia. Ma se in termini speculativi la meraviglia è l’origine della ricerca di senso e della consapevolezza, il motore di una conoscenza e di un’indagine, qui risulta fine a se stessa: un abile gioco di prestigio che attraverso la spettacolarizzazione e la tecnica strattona lo spettatore fuori dal confine della norma, e gli regala per poco l’illusoria condizione di uomo illuminato e privilegiato. Forse per questo il pubblico – compatto e unanime – si spertica in applausi ed elogi: l’effetto speciale più avvincente e scriteriato della serata.
Che un allestimento manchi di struttura narrativa non significa che non racconti, che non filtri e comunichi un messaggio, per subliminale e allegorico che sia. La scelta di astrarre, di elevarsi al di sopra delle comuni figurazioni e puntare a un livello profondo e imperscrutabile della suggestione umana è anzi una via estetica molto proficua – la storia dell’arte di tutti i tempi lo dimostra – ma nell’epoca contemporanea viene da pensare che se ne stia abusando, perdendone il reale significato. A cancellare con un tratto di penna immaginario la fantasmagoria di dispositivi e i marchingegni tecnologici, cosa resta di questa rappresentazione – pur così spettacolare – nel cuore di chi guarda? A giudicare dalle reazioni del pubblico presente in sala, chi scrive oserebbe rispondere che resta solo la certezza assoluta di aver partecipato a un evento teatrale indiscutibilmente cool, di cui parlare con enfasi al brunch della domenica.

Lo spettacolo è in scena:
Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 78 – Roma
fino a domenica 13 novembre
orari: giovedì e venerdì ore 20.30, sabato ore 16.00 e ore 22.00, domenica ore 17.00
(durata 1 ora circa senza intervallo)

Societas Raffaello Sanzio presenta
Il velo nero del pastore
liberamente tratto dall’omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne
di Romeo Castellucci
con Silvia Costa, Diego Donna
collaborazione alla drammaturgia Piersandra Di Matteo
direzione alla costruzione scenografica Massimiliano Peyrone
tecnica di palco Michele Loguercio, Filippo Mancini, Lorenzo Martinelli
tecnica delle luci Fabio Berselli, Andrea Berselli
tecnica del suono Matteo Braglia
cura oggetti di scena Giacomo Strada
coordinamento tecnico Luciano Trebbi
attrezzeria Carmen Castellucci
sculture di scena Istvan Zimmermann, Giovanna Amoroso
scenografie Laboratorio DexM di Pesaro

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