Vola vola vola l’ape gaia

india-argentina-roma-80x80È un uccello? È un elefante? No, è Fattoria Vittadini, in scena al Teatro India di Roma con iLove, una poliedrica ricerca di risposte a domande che ci poniamo da sempre. Lo spettacolo apre le danze alla rassegna Il teatro che danza in scena fino al 23 dicembre nelle sale sul lungotevere Gassman e dall’8 al 10 gennaio al Teatro Argentina.

Occhio di bue. Finocchio. Le danze di Cesare Benedetti e Riccardo Olivier si aprono con una dichiarazione d’intenti: raccontare una storia d’amore che nasce da un fugace incontro sul treno. Si prende posto, ci si guarda di sottecchi per non cadere nell’imbarazzo (estremamente “pornografico”) degli occhi nudi e ci si ama fino all’arrivo. Perché c’è sempre un capolinea. O almeno così sostiene il duo maschile, che già dal titolo suggerisce una storia non convenzionale, moderna, solipsistica, di per sé destinata a finire.
In uno spazio non meglio definito, l’annoiato Benedetti sembra in un primo momento resistere alle moine e ai corteggiamenti felini e raffazzonati di un più ginnico Olivier, ma quando vengono meno le barriere che, come una patinatissima tuta da jogging rosa spento, indossiamo ed erigiamo noi stessi per abitare una categoria ben definita, sicura, il corpo si fa improvvisamente più pesante. Jan Twardowski dice saggiamente «[…] la sicurezza è malsicura / ci toglie sensibilità come ogni fortuna / arriva in coppia come il pathos e l’humor / come due passioni sempre più deboli di una sola». E gli amanti messi in scena da Fattoria Vittadini si rincorrono senza sosta in questa enorme distesa erbosa senza recinti o divisioni di alcun tipo. Se lo spettatore si domanda cosa stia succedendo sul palco, gli interpreti sembrano porsi la stessa domanda: chi siamo? cosa siamo? ora che abbiamo mangiato l’esplicito frutto proibito (la luce divina l’aveva illuminato all’inizio dello spettacolo), siamo ancora degli adoni, dei divi greci pronti ad assalire la femminea preda? o siamo solo dei proboscidati, ostentatori fisici di un fallologocentrismo culturale?
Tra dromedari, cammelli (Spinetti & Magoni, requiescant in pace), elefanti e volatili non meglio specificati, l’Uomo non sa più che “pesci” pigliare. Si salta, si cade, ci si colpisce, forse simulando un amplesso o forse per paura di stare fermi, ma non ci si espone. Nonostante il cambio di vestiti, poi, non si riesce a uscire dall’armadio, e gli abiti, che tornano a coprire i corpi stanchi dei due danzatori, hanno ancora tutte le etichette intatte al loro interno.
La passione della giovane compagnia milanese (classe 2009), nata «dalla volontà degli undici allievi del corso dell’allora Atelier di Teatro-Danza della Scuola Paolo Grassi di rimanere uniti e continuare a farsi strada insieme nel campo delle arti performative», è innegabile, ma non rispetta le premesse date e le promesse fatte. Non riesce a raccontare in maniera convincente una storia autobiografica sicuramente per niente banale, lasciando un sapore confuso in bocca, come le movenze e le intenzioni del duo.

N.B.: Nessun animale è stato ferito nella realizzazione di questo spettacolo e nella stesura di questo articolo.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro India

Lungotevere V. Gassman, 1 – Roma
dal 28 al 29 novembre 2015

Rassegna teatrale Il teatro che danza
iLove
concept, regia, coreografia, performance, costumi, colonna sonora Cesare Benedetti, Riccardo Olivier
light design Roberta Faiolo, Giulia Pastore
produzione Fattoria Vittadini

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