Una piacevole conversazione con Patrizia De Bari e Tuccio Guicciardini

Incontriamo i direttori artistici di Orizzonti Verticali, durante una pausa del Festival, per discutere del loro ultimo lavoro che vede le coreografie di De Bari e la drammaturgia di Guicciardini sposarsi con la musica dal vivo, composta ed eseguita da Julia Kent.

Inverno, quando completato, sarà la prima di quattro stagioni – reali e metaforiche; una tetralogia che Giardino Chiuso e la coreografa Patrizia De Bari hanno iniziato dal momento più cupo dell’esistenza – la vecchiaia – e dal periodo più rigido dell’anno: «L’ispirazione è stata quella di partire da un elemento preciso: il ricordo. L’inverno susciterà il ricordo delle altre stagioni e, metaforicamente, il fine vita sarà un mezzo per andare a ritroso nel tempo. Le memorie sono intese come immagini che riporteranno a un senso più profondo dell’esistenza e all’accettazione di dovercene andare, lasciando comunque un seme dietro di noi». L’idea complessiva di questo ciclo vitale, al momento, è solo abbozzata, come spiega ancora Patrizia: «Quando avremo completato le quattro stagioni, ci piacerebbe chiedere a un’interprete matura di danzare l’Inverno. Al momento, possiamo solo dare un’idea della complessità del lavoro che vedrà uno scorrere dei periodi della vita anche attraverso le diverse età delle performer. Perché l’obiettivo è che i quattro quadri, una volta completati, si integrino e trovino il modo di intrecciarsi».

La drammaturgia, firmata da Tuccio Guicciardini, si muove da alcune suggestioni letterarie, sulle quali ha iniziato a lavorare circa un anno fa, come spiega lui stesso: «Siamo partiti da alcuni sonetti di Shakespeare ispirati alla maturità, tra i quali quello che inizia con: “Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte…”. Nello spettacolo, però, non abbiamo incluso la parola, dato che è la danza l’arte alla quale abbiamo affidato l’intero racconto. Del resto, per noi conta molto creare un sostrato importante, un pensiero forte che sostenga lo spettacolo – di danza o prosa che sia».
L’in progress di Inverno nasce, quindi, dalla fusione di musica e gesto, che si sono coniugati durante le prove crescendo e dialogando fra loro, capovolgendo forse un caposaldo della danza, ossia l’ideazione di una coreografia a partire da un brano già composto, ed è De Bari a spiegare come lei e la Kent ci siano riuscite: «È stata dura. I primi giorni non avevo agganci all’infuori del primo studio, fatto tempo prima. La danzatrice, Melissa Cosseta, e Julia si sono mosse da brevi improvvisazioni, con la Kent che cercava le sonorità che riteneva più adatte per un primo movimento musicale. Solo a questo punto ho iniziato a inserire delle pause e dei respiri». Nella prima parte dello spettacolo, però, non vi è l’ausilio della musica: «Per circa quindici minuti, in scena, agisce solo la danzatrice e l’unica suggestione che mi sono permessa di dare a Julia è che le sonorità, quando sarebbero arrivate, lo facessero delicatamente, quasi fossero un ricordo lontano che, pian piano, si appropria dello spazio e della danzatrice, ispirando il personaggio e provocandone una serie di mutamenti».
La presenza di Kent, anche quando non suona, è parte integrante dello spettacolo e, come spiega Patrizia: «All’inizio avremmo voluto far scorrere Julia su un carrello, a rappresentare il tempo che passa. Anche perché la sua musica avrebbe sposato alla perfezione questa immagine, dato che lavora sui loop, sovrapponendoli. Purtroppo, per problemi tecnici, non siamo riusciti a realizzare il movimento, che sarebbero stato lentissimo e che non sarebbe stato notato a prima vista. Il pubblico se ne sarebbe accorto quando, d’un tratto, avrebbe avvertito che la figura di Kent occupava un punto diverso dello spazio scenico. In ogni caso, siamo riusciti a integrarla ottimamente, in quanto la proiezione la bagna e Julia stessa, mettendosi di profilo per libera scelta, si è posta visivamente in dialogo con la danzatrice». Dialogo che si avverte come parte integrante dello spettacolo e che rende ancora più raccolto il rapporto tra Kent e Cosseta.

Sullo sfondo un video estremamente suggestivo, con immagini in bianco e nero che rimandano a un inverno sia reale che simbolico: neve, ombre, chiaroscuri, una natura spoglia sferzata dal vento, che De Bari afferma di aver voluto per: «fare un continuo parallelo tra le stagioni della natura e quelle della vita, cercando di non aderire integralmente all’immaginario né dell’una né dell’altra, ma ricreando un’ambientazione naturale» che, potremmo aggiungere, grazie anche a un uso puntuale e morbido del light designing, emoziona ed evoca più che descrivere spazi o situazioni.

Foto di Federico Spagnuolo

Impressioni sull’Inverno
coreografa Patrizia de Bari
musica originale suonata dal vivo Julia Kent
danza Melissa Cosseta
drammaturgia Tuccio Guicciardini
elementi scenici e video pupillaquadra
luci Mario Mambro
assistente alla produzione Jenifer Zuggò
coproduzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali/Fondazione Fabbrica Europa

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