I caduti e i cadenti

Giovani resistenti al Teatro Oscar: ieri e oggi, partigiani e disoccupati, guerra e indifferenza. Tra rumori, evocazioni, luci e tanto amore, Bignamini muove quattro (o otto?) personaggi insoddisfatti verso un finale che non c’è. Molte le potenzialità, forse meno la potenza.

Quattro giovani, un ascensore e un presente sconfortante, oggi. Colloqui di lavoro inutili vissuti come pause tra una parola crociata e un arpeggio di chitarra, lavori ingrati e provvisori, sonni che non riposano e rapporti che si sfaldano in litigi di fumo. Nessun futuro, solo un presente dilatato all’infinito intorno a una brandina bianca.

Gli stessi quattro giovani, una bicicletta, la guerra e un presente dilaniato, sessant’anni fa. Grandi ideali che portano a grandi impegni, responsabilità e sacrifici, azioni che cambiano la storia, notti senza sonno e relazioni totali, d’amicizia, d’amore, di odio. Nessun futuro, perché il presente esplode.
Loro, protagonisti della Resistenza, usciti da Uomini e no di Elio Vittorini, loro che hanno dato la vita per la libertà e l’amore, proprio loro, come sarebbero oggi? Oppure il contrario: noi e i nostri quattro rappresentanti sul palco, come saremmo stati ieri? La risposta è In non celeste sonno, spettacolo costruito su misura attorno al sapiente testo di Paolo Bignamini.
Dialoghi, monologhi, poche e definitive azioni: tutto è allo stesso tempo simbolico e realissimo, ogni personaggio racconta se stesso senza pretendere di essere credibile, perché questo lo limiterebbe; semplicemente è quello che è, un individuo, una generazione, una stirpe forse, o solo un ricordo, o addirittura soltanto un diffuso senso di colpa, una sensazione di cattiveria senza un perché. Purtroppo però, scenicamente il meccanismo si inceppa. Nonostante le molte immagini plastiche bellissime, gli oggetti, gli arredi e a volte addirittura gli attori si limitano ad evocare i luoghi e le azioni, a contestualizzare le parole, a dare loro una solidità visibile senza però raggiungere con esse una completa pienezza e sintonia. Manca fluidità, la naturalezza con cui il testo trasporta da un’epoca all’altra usando senza chiedere il permesso – e quindi ottenendolo – il corpo e lo spirito dei quattro ragazzi, si incaglia in visioni più rigide, cambi scena ritualizzati che spezzano invece che amalgamare, ripetizioni e parallelismi non abbastanza efficaci. Bella la bicicletta nella nebbia, bella la lampada oscillante, molto belli gli ufficiali di sole uniformi, ma restano trovate interessanti, frammenti estratti dal gran cappello del repertorio teatrale che non riescono ad armonizzarsi del tutto con la parola, né a sfruttare pienamente la forza del testo e del tema.

Qualche piccola imprecisione (un caffè pronto all’istante), un’enfasi a tratti sforzata, brutte e fuori luogo le registrazioni delle voci tedesche prese in prestito dal cinema, interessante l’uso dello spazio, i movimenti, i suoni e alcune luci.

A chiudere lo spettacolo un dono inatteso: la proiezione di una testimonianza di Don Giovanni Barbareschi, sacerdote partigiano, che versa sullo spettatore parole ed emozione viva, per poi, a sorpresa, alzarsi in carne ed ossa dalla platea e concludere la serata con un discorso prezioso.
Così prezioso ed emozionante, così forte e vero da mettere purtroppo in ombra lo spettacolo, ma da regalarci un uscita dal teatro con la mente luminosa.

Lo spettacolo continua:
Teatro Oscar
via Lattanzio, 58 – Milano
fino al 22 aprile
dal martedì al sabato ore 21.00
domenica ore 17.00
 
In non celeste sonno. Omaggio a Elio Vittorini.
di Paolo Bignamini
Regia Alberto Oliva
con Carlo Decio, Vanessa Korn, Marta Lucini, Marco Pezza
scene e luci Giuliano Almerighi
video Ino Lucia
produzione compagnia A passo d’uomo, PACTA dei Teatri
in collaborazione con ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

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