Giovedì 13 maggio, il Teatro Valle di Roma ha ospitato Mariangela Melato per parlare dell’ultimo spettacolo, ll dolore, in scena fino a domenica 23 maggio, e della lunga e fortunata carriera di una tra le protagoniste del teatro italiano.

L’incontro di giovedì – moderato dal giornalista e critico Rodolfo Di Giammarco – è stato una piacevole occasione per percorrere a ritroso le tappe della carriera dell’attrice milanese, a partire dall’ultima fatica, la messinscena di Il dolore, tratta dall’omonimo romanzo di Marguerite Duras.

Una prova intensa e appassionata, in cui la Melato ha voluto cimentarsi, dopo l’entusiasmante esperienza del suo monologo musical, Sola me ne vo, che ha registrato presenze e incassi record in Italia: «Il dolore è una storia che possono comprendere tutte le donne, in un modo o nell’altro. Per abbandoni, lutti e le vicissitudini che capitano agli esseri umani in generale, ma in special modo a noi donne: figure tradizionalmente in attesa, che si fanno carico di un maggior dolore rispetto agli uomini. Credo, inoltre, che questo spettacolo si rivolga in particolare a un’entità femminile capace di enormi sacrifici e di enigmatiche follie perché la protagonista, al termine dell’attesa, sceglierà un altro uomo, registrando l’impossibilità di portare avanti una storia d’amore dopo che si è vissuta così tanta sofferenza».

Un’operazione recitativa complessa, in cui si intrecciano narrazione e visione allucinata della realtà, in cui i desideri nascosti, le velleità sopite dal tempo e la volontà “disumana” che il mondo non sia quello che è, vincono sull’interpretazione realistica dei suoi mali, creando con ciò una sintesi emozionale fortissima con il pubblico, una comunicazione avvolgente, che coinvolge innanzitutto chi, sul palco, tenta di dare vita alle parole, come afferma la stessa Melato: «In questo spettacolo è tale l’emozione che sento e ricevo, che non posso non ringraziare gli spettatori. Senza dubbio è una pièce molto particolare che esige, da parte del pubblico, molta attenzione e una disponibilità autentica, perché si basa sul concetto di comunicazione – che è la vera ragione del teatro e la spinta per un attore a salire tutte le sere su un palco per raccontare delle cose che dovranno essere recepite da chi siede in platea.

Devo anche dire che questo spettacolo è molto faticoso per me, perché impone di captare il silenzio, l’attenzione e la curiosità del pubblico ma, sia a Genova che a Napoli, ho notato una partecipazione che ha del miracoloso. Mi sento talmente gratificata del supporto che ricevo dagli spettatori che, alla fine di ogni serata, sono io a doverli ringraziare».

La presa di coscienza di un orrore indicibile come l’olocausto, ancora oggi misterioso e di complessa decifrazione, ma di cui è doveroso ricordare le vittime e profondamente incivile l’oblio, rappresenta l’essenza stessa di una carriera tutta volta alla riconquista di un sapere critico che indaghi e trasformi l’esistente, sia quando Melato affronta l’impegno totalizzante della tragedia greca sia quando veste con apparente leggerezza la maschera grottesca nella commedia di costume.

Una lotta, sempre e comunque, contro l’apatia e la massificazione del pensiero e dell’atto. Un percorso ponderato, in cui la scelta delle opere da mettere in scena non è mai casuale, ma risponde alle metamorfosi profonde della società e del gusto, mai avulse dal contesto sociale ma in piena osmosi con esso, in un fluido scambio di coscienze “emozionali”, in cui è sempre possibile riconoscersi.

Fin dagli esordi con Luchino Visconti e Luca Ronconi, passando per le straordinarie esperienze cinematografiche di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri e Travolti da un insolito destino di Lina Wertmüller, la riproposizione televisiva dei grandi classici (basti ricordare Orlando Furioso, con la regia di Ronconi del 1974, Orestea di Eschilo, per la regia televisiva di Marco Parodi del 1975, Vestire gli ignudi con la direzione teatrale e televisiva di Giancarlo Sepe del 1986 e, infine, Medea di Euripide, firmato dallo stesso Sepe e con la direzione televisiva di Tomaso Sherman del 1989) e le esperienze di musical-cabaret, Mariangela Melato ha sempre cercato di unire fragilità emotiva e impegno civile, affabulazione e cronaca dei nostri tempi, formulando una sorta di immanenza trascendente, capace di spaziare negli angoli più reconditi della nostra coscienza, dare voce ai nostri istinti più nascosti e, allo stesso tempo, riqualificare i ritmi alienanti della vita quotidiana.

Il teatro, in questo senso, può rappresentare veramente un antidoto al feticismo visivo di questi ultimi anni, offrendo spazio alle emozioni condivise e alle storie vere di un’umanità autentica, che vive e soffre, sorride e si dispera, dando ossigeno cerebrale e prospettive inaspettate.

«Un lavoro di squadra», come puntualizza Cristiano Dessì, in scena assieme a Mariangela Melato in Il dolore, che aggiunge: «Il silenzio e la concentrazione da parte del pubblico mi aiutano a entrare nel personaggio oltre che nell’atmosfera dell’intera narrazione», mentre il regista Massimo Luconi sottolinea che: «Quando arrivi a dirigere la Melato non è solo un banco di prova impegnativo, ma anche la certificazione di aver raggiunto un livello professionale che ti permette di dare libero sfogo alla tua creatività, nell’elaborazione di una ritualità collettiva avvolgente» perché, è doveroso aggiungere, Melato possiede una partecipazione fisica e una preparazione vocale uniche, che le permettono di incarnare visceralmente i personaggi pur restando se stessa, dando loro voce ed emozioni sempre a partire dal proprio personale punto di vista, costruendo un percorso artistico camaleontico, che trae spunto dalle dure contraddizioni quotidiane per lottare contro una morte fin troppo annunciata.

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