Cliché e autenticità

Castiglioncello, venerdì 28 giugno. Sotto i riflettori due spettacoli di danza e il teatro senza teatro dei Borgia.

Un viaggio, quello che ci propone Elena Cotugno con Medea per Strada, che è un tuffo nel passato e un’indagine sul presente. Un passato forse un po’ stereotipato ma che serve a far conoscere motivazioni e spinte che impongono lo sradicamento dal proprio Paese. Un mondo di ricordi di bambina, quello che ci accompagna attraverso il territorio di Castiglioncello e Rosignano sino ai confini industriali di quest’ultimo. Un’odissea sempre immaginata eppure diversa quando ci viene proposta dalle voci di coloro che l’hanno, purtroppo, dovuta attraversare. Un dazio da pagare, quello che versa la protagonista, per il pezzo di terra che, migrando, avrebbe occupato. Ma anche la sorpresa per il sentimento che gli spettatori manifestano sollecitati dalla stessa. Un presente che si dissolve, come il sogno del Paese libero e ricco che alcuni immaginano sia l’Italia (o l’Ovest prima della caduta del Muro di Berlino e, ora, il Nord del mondo).
Estranea in terra straniera, questa Medea dei nostri giorni che nell’amore per chi le sta intorno cerca una motivazione per non impazzire – forse perché la speranza rimane pur sempre connaturata all’essere umano. Una disperazione che, piano piano, si trasforma in odio per sfociare, infine, nella terribile vendetta del mito greco. E a questo punto, l’invisibilità che ha permesso lo sfruttamento diventa il mezzo per la fuga, per sottrarsi a responsabilità imposte da altri e da un sistema socio-economico privo di scrupoli.
Si resta soli, alla fine, a percorrere l’ultimo tratto di strada: consci che non si potrà tornare indietro a livello di consapevolezza individuale. Succede sempre così quando ai numeri si sostituiscono i volti e i racconti di vita vissuta, che parrebbero lontani eppure sono anche i nostri (di noi italiani, figli e nipoti di migranti, come dovemmo ricordare più spesso).

Un percorso a tappe, quello proposto da Silvia Gribaudi in Graces, inframmezzato da interlocuzioni o richieste di intervento rivolte al pubblico – che non pare accoglierle. Una serie di quadri, alcuni dei quali danzati, proposti al limite tra ironia e provocazione per declinare le molteplici sfaccettature delle Grazie del Canova in tempi poco cortesi quali i nostri. La composizione scenica si basa su tre danzatori professionisti e sulla presenza della Gribaudi che si insinua, nella sua (e nostra) limitatezza, a dettarne il ritmo per poi uscirne in maniera plateale e ammiccante verso il pubblico (quasi a renderci partecipi della comune pochezza di fronte alla grazia in atto). Le figure scultoree che si rivelano pian piano come centrali alla composizione, con un ritorno alla fisicità tribale – spesso immortalata anche dall’arte e, qui, un rimando ai Bronzi di Riace sorge spontaneo – paiono condurre a un finale di bellezza che è più volte disatteso. Al suo posto, corpi che scivolano sul palco bagnato e sollecitazioni al pubblico perché prenda coscienza del proprio potere (Patti Smith insegna) e uno scollamento di senso sempre più accentuato che, sebbene diverta gli spettatori, non produce un messaggio o un racconto univoco in questo lavoro lieve ma, forse, poco coerente.

Più corale e, soprattutto, nella prima parte, ricco di pathos e uniformità, Gli Orbi di Abbondanza/Bertoni. La ricerca di un proprio spazio in questa società massificata, gravida di cliché e modi di vivere più imposti che realmente cercati e vissuti, porta a incrinare i processi omologanti, al rifiuto dei ruoli codificati, sino alle estreme conseguenze. L’eccesso sembra l’unica via per scendere dalla giostra sociale. Eppure persiste il bisogno della ricerca di approvazione (della madre o di coloro che detengono il potere) quale contraltare alla difficoltà di fare scelte davvero personali, autenticamente sentite e liberamente agite. Ogni passaggio critico si trasforma in una variazione sul tema danzato iniziale, che prende le mosse, a livello iconografico, dalla Parabola dei Ciechi di Pieter Bruegel Il Vecchio; mentre tutti i quadri successivi affondano – a volte con pregnanza, altre con una certa pesantezza – nell’immaginario artistico, scolpito e dipinto nel nostro opulento e decadente Occidente.
Il racconto drammaturgico, seppure interessante e, fino a un certo punto, conseguente, si dilata purtroppo su continue raffigurazioni plastiche e cambi di costume a scena aperta – in alcuni casi, con non poche difficoltà di esecuzione da parte dei danzatori. Il moltiplicarsi dei finali inficia il contenuto e troppo spesso ci si trova di fronte a scelte estetiche e coreografiche ormai abusate (l’uso dello slow motion, per esempio, recentemente visto nel Gershwin Suites firmato da Michele Merola). Resta l’immagine di una vetrina dove si riflette, come un moderno Narciso, la spietatezza dell’attuale società, e dei principi morali – e non – che la caratterizzano.

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di Inequilibrio Festival 2019:
Castiglioncello e Rosignano (LI), varie location
venerdì 28 giugno, ore 18.00
Castello Pasquini
piazzetta di Castiglioncello/Bus
Teatro dei Borgia presenta:
Medea per Strada
con Elena Cotugno

ore 20.15
Tensostruttura
Silvia Gribaudi presenta:
Graces

ore 21.30
Rosignano
Teatro Solvay
Abbondanza Bertoni presentano:
Gli Orbi

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