Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza

Al Ravenna Festival, le Albe emozionano e stupiscono con il capolavoro di Dante, insieme profondamente antiteatrale eppure visceralmente teatrale.

Per una volta, facciamo una non-recensione (per coloro che hanno inventato la non-scuola). Esuliamo dal criticare un esito con i parametri qualitativi e di funzionamento o meno di una macchina teatrale (che, vista l’accoglienza e partecipazione del pubblico ravennate, parla da sé). E proviamo a immergerci in una situazione, a trasformare la parola scritta in un mezzo per viaggiare con la mente – insieme a Ulisse, a Marco, a Ermanna.
Immaginiamo di trovarci di fronte alla tomba di Dante. Il guscio che racchiude le ossa del poeta infiammato ha quel lindore Neoclassico, candido e freddo, che respinge più che invitare, e noi osserviamo quelle porte che fanno da sfondo ai primi versi della Commedia, nella brezza di una sera prematuramente estiva. 
Ermanna e Marco ci invitano a seguirli, come Dante seguì il maestro. E d’un tratto, ci ritroviamo in corteo, in bilico tra la pia processione e l’ebrezza euforica degli slogan politici che smossero coscienze, affermarono diritti – in uno specchio ci scorgiamo sfilare, corpo tra i corpi: a metà strada tra San Gennaro e Peppino Impastato. Un volto di giovane donna si avvicina a un davanzale e ci osserva. Dietro di lei, alti soffitti con faldoni legali o notarili sembrano incombere sul suo capo quasi a schiacciarla. Ma lei non può aprire la finestra, non può scendere nella strada e unirsi alla folla. Lei resta – come Alice: lei non lo sa. 
D’un tratto, quasi senza rendercene conto, siamo di fronte a Sant’Apollinare Nuovo. Noi, in processione come le vergini e i martiri che da secoli guardano dall’alto in basso, immobili in perenne movimento, viandanti fedeli e turisti da selfie. Ma il cortocircuito è ancora superficiale, intellettuale, sogghigniamo sotto i baffi per l’ironia dell’attimo che stiamo vivendo: ancora consci dello straniamento, incuriositi ma distaccati. 
Eppure, non lontano la porta dell’inferno ci attende. Il Teatro Rasi, con quella struttura da chiesa sconsacrata è perfetta per il mondo alla rovescia, quei cerchi concentrici che dovremo seguire infino alla Giudecca. E noi passiamo per quella porta. Come Alice entriamo nel Paese delle Meraviglie, per vivere la vostra notte da Saturnalia. 
Ravenna, la placida signora col suo accento strascicato e l’aria perbene, le strade linde e gli edifici squadrati, i mosaici ricomposti come i ricci di una borghese tenuti a bada dalle forcine, cosa potrà mai riservarci? 
L’inferno.
 La bolgia infernale ci attende al varco: siamo in Nigeria e quello che ci punta il mitra in faccia è un soldato bambino di Boko Haram. O sono un Tutsi e fisso gli occhi in quelli di un fratello Hutu? E quello che arringa e incita il maschio a stuprare, e a uccidere insieme al corpo la cum patior – la compassione; quel nazistello di periferia che usa le parole di Renaud della Weill e veste elegante come Martin von Essenbeck, chi è? Perché, d’un tratto, ho la sensazione di essere sola in mezzo a una folla? Perché Ravenna, languida rassicurante borghese, è scomparsa come Santiago, e le mie mani tremano come quelle di Victor Jara? È talmente facile passare dalla falsa sicurezza a Bolzaneto? 
E da qui si va ne la città dolente, ne l’eterno dolore.
 Ermanna rappa i suoi avari e prodighi a rabbuffarsi: e mentre loro si azzuffano, noi scivoliamo verso il nostro Brunetto Latini, il poeta e il pensatore politico – il sodomita anche. Pier Paolo Pasolini, la sua faccia scarna, i suoi occhiali spessi, la sua voce calda e roca con quell’accento marcato, inconfondibile come il suo portamento, come la sua figura esile eppure immensa. Ma noi dove siamo? Ci siamo persi, corpi tra i corpi in un campo di sterminio – martoriati e abusati a Sodoma o Salò, o a Bani Walid. 
Perché la bolgia cacofonica mi sta stringendo da ogni dove e io, per un attimo, vedo emergere la figura straziata di Pier delle Vigne. Ma è un fugace miraggio. Sommerso dalle arpie che se ne pascono, come quell’uomo, quella donna, che i flutti del Mare Nostrum ricoprono e ingoiano con la voracità degli squali – terrestri non spielberghiani.
 Scendiamo, di girone in girone, accalcati, spronati, punzecchiati, inforcati dai diavoli che ci perseguitano fino a rimbambirci come i contenitori della domenica zeppi di pietas a buon mercato, come i grandi fratelli con i loro piccoli bisogni fasulli da social asociali, e le pubblicità con i deodoranti da uomo e da donna – come se il dolore e il fetore e il sangue e l’amore non fossero uguali, non ci accomunassero tutti.
 E io giro e vago e mi ritrovo, ancora sola e un po’ persa, in quella stanza imbottita, tra corpi costretti. Facile dire pazzo. Vanni Fucci, bestia atroce, tu lo eri davvero? Lobotomia, camicia di forza, elettroshock, fossa dei serpenti. Solo un lontano passato da dimenticare. Sgualcito come un materasso impregnato d’urina, sbiadito come un vecchio film con Olivia de Havilland. Forse, ma intanto la Tec è tornata di moda negli States – e si sa che agli italiani piacciono tanto le sigle, e ancora di più quello che fanno nel Paese a stelle e strisce. 
Le stelle, sento il bisogno di tornare a vederle. Ma c’è ancora un piccolo passo che devo fare, che dobbiamo fare tutti insieme: scendere quell’ultimo gradino. Perché l’abiezione è tradimento e la voce di Ermanna si fa cupa e roca, straziata/straziante come il suo Conte Ugolino. Ma non basta. Marco ce lo ricorda: Lucifero fu l’angelo più bello e il più amato. Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. E la bellezza è caduca – fuggevole cantava il Magnifico, tra atroci pazze vendette. 
La guerra dei Roses è l’ultima beffa del destino. L’amore – carnale, passionale, eterno, candido e puro come l’immaginetta sulla torta nuziale. Venale. Geloso, ossessivo, egocentrico, possessivo – che ne ammazza una ogni tre giorni, di donne. Nulla si salva, allora? 
Ma eccoli i nostri angeli. I nostri Virgilio che scesi dal palco si fanno uomini tra gli uomini, compartecipi, con-fusi (come dice Ermanna). Ci stringono la mano, invitandoci a riveder le cose belle. E la polis si riunisce: siamo tutti insieme, nel cerchio magico del rito laico che è il teatro, siamo coreuti di Dioniso, siamo concittadini che si specchiano nella nostra società e ammutoliscono e comprendono – forse domani ci ribelleremo, perfino.
 Stasera guardiamo quella scala appoggiata a un albero di cui non si vede la fine. E mi viene voglia di chiudere la Commedia e aprire i Libri della fantasia. Ho voglia di Rodari e Munari, stasera. Ho voglia di fare davvero parte di questa assemblea, di esserci, di sentirmi centrata. Una parte del tutto. 
Perché, stasera, sembra quasi possibile sognare l’immaginazione al potere. 
 

Lo spettacolo continua nell’ambito di Ravenna Festival:
Teatro Rasi

via di Roma, 39 – Ravenna

Inferno
da La Divina Commedia di Dante Alighieri
fino a domenica 2 luglio, ogni giorno tranne il lunedì, ore 20.00
dalla Tomba di Dante al Teatro Rasi
ideazione, direzione artistica e regia Marco Martinelli ed Ermanna Montanari
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Roberto Magnani, Gianni Plazzi, Massimiliano Rassu, Laura Redaelli e Alessandro Renda
musiche Luigi Ceccarelli con gli allievi della Scuola di Musica Elettronica e gli allievi della Scuola di Percussione del Conservatorio Statale di Musica Ottorino Respighi-Latina
e con la partecipazione degli allievi dell’istituto Superiore di Studi Musicali Giuseppe Verdi-Ravenna
spazio scenico Edoardo Sanchi con gli allievi del Biennio Specialistico di Scenografia per il teatro dell’Accademia di Belle Arti di Brera-Milano
costumi Paola Giorgi con Salvatore Averzano e gli allievi di Costume per lo spettacolo dell’Accademia di Belle Arti di Brera-Milano
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Francesco Catacchio
direzione tecnica Enrico Isola e Fagio
produzione Ravenna Festival
in coproduzione con Ravenna Teatro/Teatro delle Albe 
(Inferno costituisce la prima parte del progetto La Divina Commedia: 2017-2021 di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, commissionato da Ravenna Festival in coproduzione con Teatro Alighieri, Ravenna Teatro/Teatro delle Albe)

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