Sognando a occhi aperti

I Familie Flöz tornano in Italia con uno dei loro magici spettacoli, che a distanza di anni continua a girare nei teatri di tutto il mondo.

Infanzia e vecchiaia, nascita e morte, i due antipodi dell’esistenza, tanto distanti quanto vicini tra loro. Si dice che i vecchi somiglino ai bambini, perché sono fragili, perché sono incapaci di ammettere che mancano le forze e devono dipendere da qualcun altro (dai figli e dagli infermieri quando si è anziani, dai genitori e dai compagni più grandi quando si è piccoli), ma anche perché sono semplici e spontanei, nell’esprimere e ammettere (a volte goffamente) sentimenti e paure.

Lo spettacolo Infinita (2006) della compagnia tedesca Familie Flöz riflette questi due momenti della vita, tracciando tra di essi una linea appena percettibile, nella quale le due realtà si confondono e le difficoltà, le dinamiche interpersonali, le sconfitte, la gioia e la tristezza scivolano da un quadro all’altro, passando da un box giochi per bambini alla panchina di un ospizio per vecchi. La compagnia nasce nel 1994 da un’idea di Hajo Schüler e Markus Michalowski; a loro si sono uniti attori e mimi dell’Accademia Folkwang di Essen, tra cui il regista Michael Vogel. Nonostante la Familie Flöz abbia sede a Berlino, i performer provengono da diverse nazioni e sono dotati di molteplici competenze artistiche, così da garantire una costante riscoperta e valorizzazione di generi performativi di antica tradizione: sono mimi, acrobati, danzatori, clown, musicisti, e artigiani (Hajo Schüler realizza le maschere in papier-mâché, ossia in cartapesta, utilizzate negli spettacoli).

Nella performance mancano dialoghi e battute e gli interpreti recitano a volto coperto, il che permette loro di rivestire 2 o 3 ruoli ciascuno, sotto le loro maschere sovradimensionate, rigide e anti-naturalistiche. Edward Gordon Craig (uno dei precursori della sperimentazione registica teatrale) affermava che la maschera permettesse di “denaturalizzare” l’attore, perché lo privava delle emozioni che generalmente emergono dalle espressioni del volto. È impressionante come in questo spettacolo ogni sospiro, ogni gesto, ogni azione riescano al contrario a esprimere significati, emozioni, perfino parole, senza ricorrere alla mimica facciale. I movimenti marcati della testa e del corpo, la gestualità, la prossemica (ossia le distanze/vicinanze tra gli attori), i respiri determinano rapporti, stati d’animo, intenzioni dei personaggi sulla scena.

La presenza di figure grottesche che si esibiscono in clownerie, acrobazie e scenette comiche collocano l’intera vicenda in un milieu fantastico, quasi onirico, nel quale lo spettatore può percepire, attraverso l’immaginazione, anche ciò che non si vede né si sente. E come in un sogno si assiste a un susseguirsi, senza una logica narrativa, di immagini disordinate, così come disordinati ci appaiono ricordi, sogni, fantasticherie.

Talvolta la recitazione dal vivo viene interrotta dalla proiezione di un video in bianco e nero, sovraesposto, come fosse il negativo di una vecchia pellicola. Esso raffigura ricordi, pensieri, forse anche speranze dei personaggi, raffigura la dimensione delle memorie e dei sogni, per poi allargare i propri confini e comprendere l’aldilà, il mondo delle anime. L’intero spettacolo è un binomio di contrasti, che convivono e si scontrano: giovinezza e vecchiaia, situazioni tragiche presentate attraverso la lente del comico, l’aspetto grottesco delle maschere amalgamato alle divertenti clownerie. Anche la curatissima partitura sonora esalta e commenta queste contrapposizioni: i brani musicali (alcuni dei quali eseguiti dal vivo) e i rumori di scena sono parte integrante del filo drammaturgico (uso qua il termine “drammaturgia” nel significato di testo delle azioni, e non delle battute) e sono funzionali alla trama e alla definizione dei caratteri. E il brano klezmer (genere musicale ebraico) che scandisce i tempi delle azioni, esprime felicità e sofferenza, gioia e tristezza, in quanto accordi malinconici, perlopiù in tonalità minori, vengono eseguiti con andamento e ritmo veloci e serrati.

L’ilarità è suscitata presentando la condizione di inferiorità in cui molto spesso si trovano costretti bambini e anziani: si ride perché il piccolo non riesce a stare in piedi né a uscire dal box né a salire sul tavolo a prendere la radio, e si ride quando per la prima volta scopre la sessualità con candore e purezza; così come si ride del vecchio perché si affanna se si azzarda a ballare, continua ad avere velleità sessuali verso l’infermiera, svuota la padella rischiando di versarne il contenuto sui compagni d’ospizio. Freud direbbe che di fronte ai bambini si ride per invidia, perché a loro è permessa una libertà che agli adulti non è più concessa; mentre di fronte ai vecchi si ride per viltà, per esorcizzare il momento in cui tutti noi faremo i conti con la nostra vecchiaia.

In definitiva il lavoro dei Familie Flöz, in cui si mischia comicità e malinconia sia nei contenuti sia nei modi performativi, riflette l’andamento incostante della vita, altalenante tra felicità e tristezza, successo e sconfitta, giovinezza e vecchiaia, e come uno spettacolo quando finisce anche nella vita cala il sipario.

«Per tutta la vita ho avuto paura della morte – e ora che è arrivata… tutto qui?» [Karl Valentin, 1882-1948].

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Politeama
Viareggio
lunedì 4 marzo, ore 21.15

Infinita
regia Hajo Schüler e Michael Vogel
di e con (in ordine alfabetico) Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel
maschere Hajo Schüler
scenografia Michael Ottopal
costumi Eliseu R. Weide
musiche Dirk Schröder
disegno luci Reinhard Hubert
animazioni, video Silke Meyer
video Andreas Dihm
direttore di produzione Pierre-Yves Bazin
produzione Familie Flöz, Admiralspalast, Theaterhaus Stuttgart
(durata un’ora e trenta minuti)

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