Ritratti d’Autore

Secondo appuntamento di Persinsala con i registi e gli attori che lavorano sui palcoscenici milanesi. Questo mese, Cristina Crippa racconta la propria esperienza trentennale con l’Elfo, come si sviluppa la creatività “grazie” ai tagli ai fondi per lo spettacolo, il suo lungo rapporto con Elio De Capitani ed Elena Russo Arman, e cosa significa per lei la parola suicidio.

Attrice, prima che regista, e ideatrice di progetti drammaturgici altri, come la versione teatrale di Tre donne di Silvia Plath – la poetessa statunitense morta suicida a soli trent’anni – Cristina Crippa è stata tra gli interpreti di Le amare lacrime di Petra Von Kant, Polaroid molto esplicite, Alla greca e, sotto la direzione di Marco Baliani, l’apprezzata protagonista di Lola che dilati la camicia.

Tra i fondatori, nel ’73, del Teatro dell’Elfo, in questi giorni è in scena con il testo di Amélie Nothomb, Libri da Ardere, ed è proprio in merito a questa esperienza che le chiediamo quali difficoltà ha affrontato passando dal ruolo di attrice a quello di regista: «All’Elfo non mi sono mai limitata al ruolo classico di attrice. Fin dall’inizio il nostro è sempre stato un lavoro collettivo e, nei primi anni, basato molto sull’improvvisazione. Crescendo, chiaramente, la situazione è cambiata, abbiamo sviluppato professionalità diverse e si sono delineati ruoli più precisi all’interno del gruppo originario: chi è diventato attore, chi regista e chi si è dedicato ai testi. Però in me c’è sempre stata l’esigenza di sentire ogni progetto come qualcosa che mi appartiene totalmente: dall’ideazione alla rappresentazione. Prendiamo ad esempio il mio lavoro su Silvia Plath – che era assolutamente anomalo rispetto alla produzione di allora dell’Elfo. Oppure la collaborazione con Marco Baliani per Lola che dilati la camicia. Baliani è un regista che teorizza un’idea di attore-autore, conferendogli un ruolo estremamente attivo e creativo. Si può dire che la mia impostazione sia sempre stata quella di seguire uno spettacolo in tutte le sue fasi».

Com’è nata l’esperienza dell’Elfo?

Cristina Crippa: «Nel ’73, nonostante la passione coltivata fin da piccola per il teatro, ero “impegolata” con la scelta di frequentare Medicina. Per fortuna, nel mio corso di psicologia, conosco una specie di jolly: una persona decisamente originale che mi propone di mettere in scena uno spettacolo, e mi dico: “Ma sì, per una volta, torniamo al vecchio amore!”. È in questa occasione che conosco Gabriele Salvatores: sta mettendo insieme una compagnia e si propone di darci una mano. Dopo un po’, mi chiede di unirmi al suo gruppo e, se la prima volta rifiuto, la seconda accetto e inizia quel percorso teatrale che dura ormai da oltre trent’anni. Di quel periodo ricordo l’entusiasmo, il senso del gioco, la voglia di partecipazione: giriamo ovunque, recitiamo nei luoghi più assurdi – dai centri sociali alle piazze. Poi, dopo anni, otteniamo finalmente la nostra prima sistemazione stabile, cioè l’Elfo, e da quel momento inizia il periodo della sperimentazione. Avere la garanzia di un rapporto continuativo con la città e con gli spettatori, ci ha permesso di intraprendere nuove strade e, col tempo, nonostante alcuni di noi se ne siano andati – Gabriele Salvatores, ad esempio, ha optato per il cinema – quelli che sono rimasti e gli altri che si sono uniti hanno trovato il loro vero punto di forza proprio nelle differenze».

Quali difficoltà, anche economiche, deve affrontare una compagnia teatrale che fa produzioni di qualità?

C.C.: «Pensando al nostro nuovo teatro, il Puccini, bisogna dire che quando è nato l’Elfo tutto era più semplice. Le norme sulla sicurezza, gli adempimenti di legge ai quali oggi si deve sottostare consumano buona parte delle energie e delle risorse economiche che si vorrebbero dedicare all’allestimento degli spettacoli. Sul piano strettamente artistico, invece, si impone la creatività e si è costretti a mille escamotage. Ad esempio, è ormai un diktat tagliare sui tempi delle prove – che sono importanti a livello qualitativo ma purtroppo una perdita sul piano economico. All’Elfo, per non fare spettacoli di routine o standard, abbiamo lavorato sull’organizzazione delle persone e, a volte, abbiamo dovuto rinunciare a qualche rappresentazione. Ma più spesso operiamo sui testi in modo tale da poterli rappresentare con pochi attori – ad esempio, in Angels in America, nonostante il numero di personaggi elevato è l’autore stesso a indicare i doppi possibili. Il che permette una messinscena con soli otto interpreti che, ricoprendo più ruoli, a volte si divertono e trovano la sfida persino stimolante».

Venendo a Libri da Ardere. Sappiamo che nasce come lettura scenica. Può spiegarci come è riuscita a trasformare tale esperienza in uno spettacolo teatrale?

C.C.: «Trovo la lettura scenica una tappa importante nella costruzione di uno spettacolo. Naturalmente a me interessa la lettura interpretata, con qualche elemento musicale e luci adatte. Questo mi permette di capire appieno le potenzialità di un testo – come succede quando sulla parola scritta si inserisci il filtro dell’attore, con la sua presenza fisica, il fiato e la voce. Inoltre, nonostante Libri da Ardere sia una pièce, la scrittura della Nothomb non è precisamente teatrale. Sono teatrali le situazioni e le dinamiche. Vediamo come una convivenza forzata porti ad alterare e a esasperare i rapporti tra i personaggi ed è quindi importante restituire la tridimensionalità delle relazioni. Per far ciò sono partita dalla dimensione fisica e ho subito individuato in Elio De Capitani ed Elena Russo Arman gli attori che potevano interpretare il professore e la studentessa, restituendo loro la giusta complessità».

Protagonisti quindi: Elio De Capitani ed Elena Russo Arman (insieme a Corrado Accordino). Dopo tanti anni all’Elfo, qual è il valore aggiunto di lavorare in una compagnia?

C.C.: «Innanzi tutto possediamo dei codici comuni grazie ai quali ci intendiamo molto rapidamente: ci si capisce al volo. E poi abbiamo sviluppato modi di procedere ormai collaudati. Per fare un esempio, Elio De Capitani, all’inizio delle prove sa cosa dire a livello di contenuti ma non ha ancora imparato le battute a memoria, lui butta lì una frase e noi la trascriviamo e, a volte, scopriamo che è meglio del testo originale».

Nello spettacolo ci si commuove ma si ride anche. Merito della leggerezza del linguaggio?

C.C.: «Sì e no. La Nothomb sa benissimo di cosa parla quando affronta argomenti difficili come la guerra, la fame o l’anoressia perché le ha vissute negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Però, nello stesso tempo, è un’autrice che conserva il gusto per il gioco come lo intendiamo noi teatranti. Pensiamo al verbo to play, che ha entrambi i significati. Il gioco, del resto, per il bambino è qualcosa di vero, a volte è perfino drammatico, coinvolge totalmente l’individuo pur restando un gioco. E in Amélie Nothomb ritroviamo questa dimensione: il gusto dell’ironia, del divertimento e soprattutto del paradosso. Perché in Libri da Ardere alla fine si ride, e molto, proprio grazie alla tecnica del ribaltamento e il riso presuppone, da parte dello spettatore, una comprensione profonda della situazione rappresentata».

Lei è giunta alla conclusione che il “suicidio” di Marina è una rivendicazione della propria umanità o una resa totale?

C.C.: «Il suicidio è un discorso complesso sia per me – a livello personale – sia in rapporto alle opere della Nothomb. In Libri da Ardere si trovano considerazioni molto profonde sul tema della guerra e del contrasto tra generazioni – del professore e della ragazza – perché il professore insiste nel dire che quando la guerra finirà, tutto tornerà normale. De Capitani interpreta un uomo che ha già vissuto altre guerre e ha sviluppato una sorta di rassegnazione. Al contrario, per Marina, che è ancora molto giovane, questa è un’affermazione mostruosa. Il bisogno di assoluto – che è tipico dell’età – non le permette di accettare che tutto torni com’era e rivendica che se la guerra finisse non riuscirebbe più ad avere desideri di vita, ma solamente di calore. Questi temi – il bisogno di assoluto e di calore – sono ricorrenti nella Nothomb e il nostro aver scelto la frase di Bernanos: “L’inferno è il freddo” rimanda anche all’esperienza personale dell’autrice – che da anoressica: forma di lento suicidio, provava una sensazione di freddo intensa e prolungata. Peraltro, personalmente, nella mia adolescenza sono stata traumatizzata da alcuni episodi di suicidio. Quindi, in questo genere di scelte riesco anche a vedere l’affermazione di sé ma non saprei dire cosa spinge Marina a scendere in piazza, consapevole di essere uccisa dai cecchini o dalle bombe».

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