Ritratti d’autore

Da questo mese Persinsala presenta una serie di interviste in esclusiva con i maggiori registi, uomini e donne, presenti sui palcoscenici milanesi. Un’occasione per capire meglio chi sono, come lavorano, il perché delle loro scelte artistiche e per ripercorrere la storia del teatro attraverso la viva voce dei suoi protagonisti. Volto di dicembre: Renato Sarti

Attore, regista e autore teatrale, Renato Sarti debutta a Trieste, ma presto si trasferisce a Milano: prima, al Piccolo con Giorgio Strehler e, in seguito, collaborando con Gabriele Salvatores, Elio De Capitani e Ferdinando Bruni. Nel 1995, per i 50 anni dalla Liberazione, dirige la lettura scenica Risiera di San Sabba: La memoria dell’offesa e, nel 2000, debutta con la prima versione del monologo Mai Morti, interpretato da Bebo Storti – uno spettacolo che vedrà un enorme successo di critica e pubblico. Nel 2001 Sarti fa una scelta difficile: fondare nel quartiere popolare di Niguarda, a Milano, il Teatro della Cooperativa. Nel 2004, aggiunge un importante tassello alla sua carriera con La nave fantasma, scritto insieme a Giovanni Maria Bellu e Bebo Storti. In questi giorni è nuovamente in scena con l’inedito Chicago Boys, spettacolo ispirato al libro di Naomi Klein, Shock Economy. Da sempre impegnato a proporre al suo pubblico un teatro in equilibrio tra memoria e impegno civile, ci viene spontaneo chiedergli da cosa nasca questa forte scelta stilistica.

Renato Sarti: «Innanzi tutto, dal mio percorso di studi. Ho infatti vissuto a Trieste, dove si trova una tra le sedi principali dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, e dove ho frequentato per un po’ la facoltà di lettere con indirizzo storico. Ma dire che il mio è un teatro impegnato è un paradosso perché il teatro è sempre stato civile, fin dai tempi di Eschilo, quando componeva I Persiani, o di Shakespeare, che dipingeva le lotte per il potere. Se affermano che faccio teatro civile, in un Paese come il nostro, ne sono ben felice anche se mi sembra un’etichetta impropria perché è come dire che l’acqua è bagnata».

Quest’anno il Teatro della Cooperativa ha deciso di dare spazio anche al genere comico. Può spiegarci il perché?
R.S.
: «Premesso che ogni genere teatrale ha pari valore, direi che il comico è stato il meno considerato dalla cosiddetta intellighenzia e parte della critica, anche se il più amato dal pubblico. Tutta la mia carriera sulla scena milanese, dal Piccolo all’Elfo al Teatro Officina, ha avuto sempre come referenti principali le persone comuni. Di conseguenza, per me è importante che chi va a teatro assista a qualcosa che gli succede nella vita di ogni giorno e, quando torna a casa, gli capiti di rivivere quella situazione vista sul palco e, al ricordo, possa farsi una risata o commuoversi. In altre parole, con tutto il rispetto per il teatro di ricerca, a volte penso che il rischio per alcuni sia di diventare autoreferenziali o per addetti ai lavori. Certamente senza Barba o Grotowski noi oggi saremmo attori completamente diversi ma, come diceva Strehler in triestino, dopo un po’, ci si stufa di “questi che gridano e si buttano per terra!”».

Nel 2001 è stato tra i fondatori del Teatro della Cooperativa. Cosa significa decidere di aprire un teatro in un quartiere popolare?
R.S
.: «In questi anni ci sono stati dei cambiamenti. Naturalmente non solo per merito del teatro, ma vi abbiamo contribuito con la nostra attività. Scegliere la periferia significa puntare su una realtà che è stata defraudata scientificamente di qualsiasi luogo dove si fa spettacolo, aggregazione o cultura. Non è facile. I mezzi economici ridotti ci impediscono di svolgere le attività che potrebbero farci conoscere meglio in quartiere, ma ancora di più ci scontriamo con il fatto che la gente non è più abituata ad avere un teatro sotto casa. Vi racconto un aneddoto: poco dopo avere inaugurato il teatro della Cooperativa, trasonda il Seveso, la mia auto non parte, passa un ragazzo e mi offre un passaggio. Quando arriviamo in Piazzale Lagosta, gli dico che mi farebbe piacere se venisse a un nostro spettacolo. Lui abita in Via Ornato 8, nel nostro stesso condominio, condividiamo persino il cortile, eppure mi chiede di che teatro parlo! Allora cerco di capire, mi informo su cosa fa la sera e mi risponde che guarda la tv e, se esce, va in centro. In breve: i quartieri periferici non sono luoghi di aggregazione ma semplicemente posti dove si va a dormire».

Ho letto che metterete a disposizione la sala per celebrare unioni fra persone gay. Da dove nasce l’idea?
R.S.:
«Innanzi tutto per rispondere all’aria che si respira, a fatti specifici accaduti e a uno Stato che, forse unico in Europa, non riconosce alcun diritto a molti tra i suoi cittadini. Volevamo dare un segnale chiaro su “da che parte stiamo”. E devo anche aggiungere che il primo matrimonio che abbiamo festeggiato tra due ragazze è stato un momento ricco di significato proprio perché ci si è accorti del contrasto tra l’atmosfera densa di affetto che permeava il teatro e quanto al contrario si vive in Italia, tutti i giorni».

Venendo allo spettacolo, Chicago Boys, può spiegarci in cosa è consistito il suo lavoro sul libro di Naomi Klein, Shock Economy? In altre parole, quali problemi ha affrontato teatralizzando un testo nato per la lettura?
R.S.:
«Sarebbe illusorio pensare che solamente il drammaturgo possa scrivere per il teatro. Fin dai tempi di Risiera di San Sabba: La memoria dell’offesa, ho capito che i testimoni diretti dei fatti, nei loro racconti orali, dimostrano una capacità di sintesi superiore: vedono dall’interno quanto è successo e sanno raccontarlo con incisività. Da allora il mio lavoro è quello di recuperare il parlato popolare e scegliere tra le testimonianze e i documenti, i brani che hanno già in sé un elemento drammaturgico forte. Come mi ha insegnato una ex deportata, quando racconto, uso un linguaggio diretto e il tempo presente: così arrivo al pubblico e lo coinvolgo. D’altro canto, io rappresento in teatro ciò che teatro non è. In Chicago Boys, ad esempio, mi ispiro al libro della Klein e devo trasformare in copione un testo che nasce per un altro mezzo espressivo: ecco allora l’invenzione dei personaggi – in questo caso un uomo che tiene una conferenza e mi permette di raccontare una serie di fatti. Poi c’è il lavoro di scrittura vero e proprio che serve a trasformare la cronaca e i dati in linguaggio teatrale, puntando su una cadenza precisa e sulla rima. E infine devo ringraziare tutte le persone che mi aiutano praticamente a realizzare i miei progetti, dalla Cooperativa Edificatrice Niguarda che ci ospita, a Carlo Sala, scenografo e costumista, a Fabio Bettonica, che ha firmato i video dello spettacolo».

Gli anni passano ma le disuguaglianze aumentano. L’Urss non esiste più. L’acqua sarà il petrolio del nuovo millennio. Esiste una terza via per opporsi ai Chicago Boys?
R.S.:
«Anche il capitalismo ha il suo tallone d’Achille. Basta guardare cosa è successo negli Stati Uniti: nella capitale mondiale del liberismo se non fosse intervenuto lo Stato quante banche ed aziende avremmo visto fallire? Io spero in uno Stato sociale, che si prenda cura dei suoi cittadini e che, grazie anche alla nuova tecnologia, si riesca finalmente a lavorare meno e lavorare tutti, come si diceva una volta».

Confrontando spettacoli come La nave fantasma e Chicago Boys con l’informazione giornalistica salta agli occhi quanto ha scritto Noam Chomsky: “La finalità sociale dei media è inculcare e difendere i progetti economici, sociali e politici dei gruppi privilegiati”. Il teatro non è un’arma spuntata di fronte al potere televisivo?
R.S.
: «Certamente. La tv ha un potere enorme e, rispetto ai milioni di persone del pubblico televisivo, il teatro non incide a livello numerico. D’altronde fa piacere far parte di una categoria artistica e professionale che è diventata una sorta di roccaforte della libertà di pensiero e della democrazia, dove le persone si identificano e sanno di trovare contenuti e punti di riferimento su tematiche importanti. Però vorrei anche aggiungere che i giornalisti televisivi e radiofonici hanno un linguaggio straordinario dal punto di vista dei tempi. Io condivido il pensiero di Dario Fo quando insegna che la punteggiatura non è pausa, bensì cambio di ritmo e intenzione. Il teatro permea la vita, quindi la contaminazione mi affascina e penso sia importante apprendere, ad esempio, l’uso del fiato di alcuni giornalisti. Dopodiché il teatro è un mezzo espressivo a sé che corre su una linea labile tra follia e ragione, tragico e comico, che lo rende unico».

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