Ritratti d’Autore

Persinsala continua la serie di interviste con i maggiori registi, uomini e donne, presenti sui palcoscenici milanesi. Un’occasione per ripercorrere la storia teatrale attraverso la viva voce di chi quella storia l’ha fatta e continua, ancora oggi, a scommettere su un media artistico, antico quanto la cultura occidentale.

Andrée Ruth Shammah è una delle grandi registe del teatro milanese, eppure non è un personaggio del quale si scriva molto. Le sue interviste sono centellinate, preferendo forse che siano i suoi spettacoli a parlare per lei.

La coerenza non le fa difetto: non si tira indietro di fronte alle sfide e da quasi quarant’anni continua a fare teatro – per inciso, il Teatro Franco Parenti, del quale è direttore artistico, è stato fondato nel lontano 1972.

A lei abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa della sua lunga carriera e di Lulù, lo spettacolo che è andato in scena a fine gennaio e che tornerà a Milano da mercoledì 12 a sabato 22 maggio.

Sono trascorsi quasi 60 anni dalla Lulù di Strehler e oltre un secolo dalla scrittura della pièce. Qual è la forza che rende tuttora attuale questo dramma borghese ?

Andrée Ruth Shammah: «Quando Strehler mise in scena Lulù, l’Italia del dopoguerra poteva ritrovarsi nell’opera di Bertolazzi perché erano gli anni del Neorealismo. Non per nulla Strehler la realizzò ricorrendo al “realismo” poetico che caratterizzava i suoi spettacoli di quegli anni. Nel terzo millennio non potevo ricorrere all’apporto filologico, così ho pensato a una Lulù più vicina a noi, ovvero a una ragazza che, volendo vivere bene nella società dei consumi, è pronta a vendere non soltanto il suo corpo, ma anche la sua identità».

Lei ha spiegato che le nuove tecnologie sono l’apporto personale del regista al servizio del testo di Bertolazzi. In che modo è riuscita ad armonizzare mezzi diversi: la presenza fisica dell’attore in scena e l’immagine bidimensionale del video?

A.R.S.: «L’uso delle nuove tecnologie è nato da una nostra richiesta alla Rai e, in particolare, ai responsabili di un laboratorio che vedeva impegnati circa venti ragazzi. Ho dovuto ricorrere al chroma key, che consente ai personaggi reali di sovrapporsi a quelli in video, creando delle scenografie virtuali, e all’uso di una telecamera mobile, in movimento sul palco, che ha anche il significato di indagare, con un occhio in più, il mondo interiore di Lulù».

Una Lulù che è in realtà più vittima che carnefice. Vede così la donna oggi?

A.R.S.: «Il rapporto vittima-carnefice spesso è bivalente, accade che possa succedere anche il contrario. Una giovane donna come Lulù sa fingere di essere vittima e, nello stesso tempo, può essere anche carnefice nei confronti dei suoi amanti. Lei soccomberà, forse alle sue menzogne, ma non certo alla sua concezione della vita».

La scelta di Bertolazzi si inserisce nel filone della drammaturgia lombarda per il quale il Parenti ha sempre avuto un occhio di riguardo. Da dove nasce questa esigenza?

A.R.S.: «La drammaturgia lombarda ha trovato nel nostro teatro la sede ideale. Abbiamo messo in scena ben quattro novità scritte per me e per Franco Parenti; ma ho ripreso anche la Maria Brasca e L’Arialda. Da noi hanno debuttato autori milanesi come Carlo Emilio Gadda, Franco Loi, Luigi Santucci, Emilio Tadini, Umberto Simonetta, Carlo Maria Pensa. L’esigenza di rapportarsi alla storia di Milano è legata anche alla nostra storia di fare teatro».

Venendo a questo teatro, la sua è una lunga storia. Per chi non sapesse chi era Franco Parenti, ci racconta com’è nato il suo sodalizio artistico con il grande attore?

A.R.S.: «Ho conosciuto Parenti mentre recitava Ruzante al Piccolo teatro. Lo trovai così straordinariamente diverso da altri grandi attori che invitai Giovanni Testori a vederlo. Da allora nacque il nostro sodalizio artistico caratterizzato dalla presenza di un autore come Testori, che scriveva appositamente per noi».

Il Teatro Parenti dà spazio a esperienze teatrali molto diverse fra loro. Solo negli ultimi mesi, dal teatro danza con I Prodotti alla comicità di Paolo Poli, al bellissimo Polvere di Baghdad. Come opera le sue scelte in veste di direttore artistico?

A.R.S.: «La multidisciplinarità è stata sempre alla base delle nostre scelte e non si è esaurita nell’uso di discipline diverse, ma anche di generi teatrali diversi. Quest’anno, in particolare, la nostra stagione si è caratterizzata per tre progetti: il “Progetto Pinter”, quello dei “Ragazzi Terribili” e quello della “Drammaturgia italiana”».

Ha annunciato il ritorno a una compagnia stabile. Qual è il valore aggiunto di un gruppo affiatato piuttosto che scegliere di volta in volta gli interpreti?

A.R.S.: «La Compagnia stabile ti permette di produrre e di provare, contemporaneamente, un altro spettacolo. Ti fa vivere “stabilmente” con i tuoi attori e, nello stesso tempo, ti permette di risparmiare economicamente».

Lei è direttore artistico e regista. Ruoli raramente ricoperti da donne in Italia. Quali difficoltà ha incontrato e come è riuscita a superarle?

A.R.S.: «Fare l’artista è qualcosa di diverso dal dirigere un teatro che presuppone anche competenze organizzative e amministrative. Ho dovuto adattarmi anche a questo, ma con quel tanto di “creatività”, che è sinonimo di libertà».

Riguardo alle ristrettezze economiche che affliggono i teatri. Come si muove il Franco Parenti per risolvere il problema?

A.R.S.: «Come un camaleonte e, a volte, come un dinosauro».

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