Ritratti d’autore

Maddalena Fallucchi

Persinsala intervista Maddalena Fallucchi, che fino al 25 ottobre sara’ al Teatro Due di Roma con Masked Legami di sangue di Ilan Hatsor, di cui ha curato regia e traduzione dei testi.

Da cosa nasce l’esigenza di rappresentare un testo sull’Intifada?
Maddalena Fallucchi: «Debbo fare una premessa: in genere non ho molta simpatia per quello che viene chiamato “teatro civile” (a cui questo testo può certamente riferirsi), perché spesso lo sento “preconfezionato”, ovvero costruito ad arte per divulgare una tesi, spesso ideologica e di parte. L’esigenza di rappresentare “questo” testo nasce dal fatto che, come tutti, sono emotivamente coinvolta da tutto quanto succede attorno a noi: guerre, terrorismo e altro, ma avendo moltissimi amici sia israeliani che arabi, questo conflitto in particolare mi coinvolge ancora di più – ho un cognato israeliano, un amico carissimo arabo…… Quando ho letto questo testo, ne ho sentito immediatamente l’onestà intellettuale, la voglia da parte dell’autore di cercare di capire le ragioni dell’ “altro”. Ilan mi ha detto, quando è venuto alla prima di roma, che quando lo ha scritto aveva appena finito di leggere “I Persiani” di Eschilo, un testo in cui Eschilo esplora appunto le ragioni del “nemico”. Da qui credo derivi la struttura basata sui tempi della tragedia greca, che si rivela estremamente efficace. Altra cosa che mi ha colpito moltissimo del testo, e che il conflitto è visto con gli occhi di tre fratelli: il tema della famiglia è presentissimo (ed è un tema a cui sono particolarmente sensibile), soprattutto quello della disgregazione del nucleo familiare, di come la guerra può portare tre fratelli, all’apparenza uniti, a prendere strade diversissime e a scatenare la tragedia. Temi molto antichi, ed è in questo senso che il testo piuttosto che darci una bella soluzione finale (chi è buono e chi è cattivo) riesce a parlare alle nostre emozioni e a renderci partecipi al punto che alla fine, non puoi stare quasi né con un fratello né con l’altro, tanto forti sono le verità che ognuno dei tre esprime».

È veramente possibile per un israeliano affrontare il mondo arabo senza pregiudizi?
MF
: «Se ci scostiamo dall’idea preconcetta che TUTTI gli israeliani siano dei guerrafondai che vogliono far fuori i palestinesi, direi proprio di sì. Israele, come chi vi è stato sa, e come Ilan stesso ci ha raccontato, è una realtà estremamente complessa, e assolutamente multietnica. Ilan stesso è siriano di origine…. dunque….. Moltissima gente in Israele vuole la pace. Un mio amico israeliano carissimo, giornalista, lavora incessantemente per entrambe le due parti, nel tentativo di favorire quanto più il dialogo. E il testo di Ilan dimostra come si possa provare grande empatia per il proprio “nemico”, senza cadere in stereotipi o esprimere giudizi “morali”».

Il dialogo tra culture passa anche attraverso il teatro?
MF: «Certamente sì, se lo si affronta con la giusta empatia nei confronti degli altri, senza pregiudizi e con “amore”. Sono stata ospite come membro della giuria anni fa ad un festival, molto bello e importante, organizzato al Cairo, ovviamente dagli egiziani. Erano ospitati spettacoli di tantissimi paesi, da tutte le parti del mondo, moltissimi dai paesi arabi. Non c’è stato nessun conflitto, ma anzi, il palcoscenico rendeva tutti “primus inter pares”, perché chi lavora in teatro credo abbia una passione che accomuna tutti. E dunque gente di tanti paesi diversi, con religione diverse, riti diversi, colore della pelle diverso, riusciva a dialogare, a parlare, a confrontarsi senza un briciolo di ostilità…Che vogliamo di più?».

Lei ha lavorato per alcuni anni con Giorgio Strehler, cosa le ha insegnato l’esperienza al Piccolo Teatro?
MF: «Il Piccolo teatro mi ha insegnato tutto. Prima avevo lavorato con Sbragia, Lavia, Scaparro, dai quali avevo “rubato” quanto più potevo, ma confesso che l’esperienza del Piccolo è stata come spalancare gli occhi su una realtà “magica”. La prima impressione fu quella che Strehler avesse un vero “dono”, quando dava una indicazione tu pensavi “cavolo, ma sì, è proprio così, come ha fatto?” Da lui impari a fidarti del tuo istinto teatrale – se ce l’hai – a osare, ma a non dimenticare mai anche l’aspetto “formale”. Per lui, come per me, forma e contenuto vanno di pari passo. Cito una battuta, a mia opinione di pessimo gusto fatta da Luciano Meldolesi al mio debutto in teatro (parliamo del 1986), subito dopo uscita dal Piccolo e avevo 26 anni….era Il Ballo dei Ladri, di Anouilh, 12 attori in scena e un musicista. E gli attori ballavano come matti. Insomma, il commento fu “è troppo perfetto”. Allora, come forse oggi, andava molto il teatro della sciatteria, basta che si parlasse di temi politici, bastava stare dalla parte “giusta”, e poi guai! A parlare di emozioni. Non sia mai che la gente si commuova! Deve essere fredda, lucida e sperimentare un teatro “pedagogico”…Orrore. Il contrario di quanto abbia mai fatto Strehler, che considero davvero il mio Maestro, assieme a Fulvio Fo. Giorgio era un genio, forse l’unico in Italia, e ci ha regalato momenti di emozione davvero straordinari».

È membro della Commissione Consultiva per il FUS, il Fondo Unico per lo spettacolo. Cosa pensa della polemica sui tagli operati dal Governo?
MF: «Bella domanda?! Io al momento non so nemmeno se sono più membro o no, dato che ci sarebbe stato un cambio e non si sa chi c’è e non c’è. Cambio demenziale, perché noi membri abbiamo svolto tutto il lavoro, stabilendo parametri, guardando nei “panni” di tutte le compagnie, e ora forse altra gente dovrebbe assegnare il denaro… Ma sulla base di che, visto che non sanno nulla? Ci dicono che per il rinnovo ci sono state forti pressioni “politiche”….. sul mio nome sono piovute lettere da ogniddove da parte degli operatori, che chiedono a viva voce che io rimanga perché si sentono tutelati da una persona che cerca di fare gli interessi di tutti coloro che meritano…. ma le ragioni della politica…. vedremo che succederà. Quanti ai tagli al fus, ne penso tutto il male possibile, penso che il fus andrebbe aumentato, ma penso anche che posizioni di rendita squisitamente “politiche” debbano comprendere che bisogna premiare anche le piccole compagnie senza “raccomandazione” che meritano, che sono capaci e che tra l’altro sono le uniche a favorire il ricambio generazionale».

Tornando allo spettacolo. L’unità di luogo, tempo e azione di aristotelica memoria lo avvicinano molto alla tragedia greca. Il conflitto tra fratelli è un archetipo e la storia sembra continuamente rivolgersi su se stessa. Il muro di Versavia non ha impedito la costruzione del muro tra Israele e Palestina. Cosa può fare il teatro?
MF: «Il teatro può sottolineare le ingiustizie, attraverso le emozioni può attivare meccanismi di maggiore comprensione e solidarietà. Purtroppo il problema sono gli interessi politici delle parti, e questo è molto più difficile da combattere. Ma più gente capisce, più gente “comprende” le ragioni dell’”altro”, maggiori possibilità si avranno di risolvere le cose. Certo l’ignoranza fomenta la violenza, e il teatro, come la cultura in generale, aiuta la gente a “capire”, a partecipare; a ragionare, in parole povere».

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