Gioire o morire

versiliana-80x80A La Versiliana di Marina di Pietrasanta, un tributo ai centocinquant’anni di Gabriele D’Annunzio. E ai novanta di Giorgio Albertazzi.

È al suo posto, dodici file avanti a noi, sul palcoscenico, dove probabilmente vorrà morire – come Molière. Ha novant’anni. Ci siamo noi. Ma, soprattutto, c’è lui, seduto che ci parla. E c’è D’Annunzio, più in alto di chiunque, in ascolto. La brezza versiliana scuote le fronde della pineta, un arcano bisbigliare trascina gli uomini, il palco, le sedie. Su di noi la notte ombreggiata da nuvole grevi. Il Mar Tirreno è sopra di noi. Onesto parlare di vita e di morte, discorrere di eternità, in un luogo simile. E di poesia, anche. Prima di ogni altra cosa, di poesia. Questo è Io ho quel che ho donato, di Giorgio Albertazzi. Somiglia un poco a D’Annunzio: il principe del teatro e quello di Montenevoso non sono poi così distanti. Due vite per l’arte, due vite per l’amore. Due tenenti. Due candidati politici. E due attrici straordinarie accanto a loro – a D’Annunzio, Eleonora Duse; a Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, scomparsa l’aprile scorso. Albertazzi le ricorda entrambe. Ci parla della Duse, la Mila di Codro perennemente mancata de La Figlia di Jorio, che D’Annunzio le aveva dedicato e che, ironia della sorte, non riuscì mai a rappresentare, surclassata nel ruolo da Irma Gramatica; e della Proclemer, a lungo compagna sul palcoscenico e nella vita, che a maggio avrebbe a sua volta compiuto novant’anni. Di lei racconta l’aneddoto dei giornali, che si ostinavano a indicarla più vecchia di lui, facendola arrabbiare.
Nessuna traccia di magniloquenza sulla sua bocca, le sue parole sono semplici, colloquiali. Deve aver ottenuto quel particolare stadio umano quando nulla riesce più a stupire – eppure tutto. Una nuova infanzia, tardiva, scevra degli eccessivi orpelli dello spettacolo, da cui le opere riemergono con una limpidezza, una lucidità quasi commovente. E non c’è corona sul capo di questo principe. O meglio, c’è n’è una, è vero. Zuccherata. Su una torta magnifica, realizzata da Riccardo Patalani, accademico dei Maestri Pasticceri Italiani: «Sarà una sfida mangiarla tutta», commenta Albertazzi scatenando l’ilarità: «Proporrei una gara».
Dove il monologo sfuma, si precipita la musica. Non vi è molto spazio per il silenzio, in questo 20 agosto notturno. Pianoforte e fisarmonica. Mattinata Fiorentina, i tanghi di Piazzolla. E la notte si arrossa e sbianca come una dama dannunziana sotto le note vibranti delle corde. Musica, poi parole, poi musica. E poi una spiritosa poesia scritta e recitata da una giovane collaboratrice come regalo di compleanno al maestro.
Ecco Alida Berti, soprano. È stata Tosca, e poi Traviata, e Turandot. Presta la voce agli spartiti di Francesco Paolo Tosti, ma le parole scaturiscono dalla penna del Vate. Prima ‘A Vucchella (La boccuccia). Dicono in giro che abbia scritto il testo seduto al tavolo di un piccolo bar, davanti a una tazza di caffè caldo; che la madre della canzone sia stata una scommessa con Ferdinando Russo che si domandava se il poeta potesse mantenersi tale anche in un dialetto non suo – in questo caso, il napoletano. E poi un classico, L’Alba Separa dalla Luce l’Ombra.
Una voce, null’altro. Per le ossa, per le lapidi, per quel ricordo che è stato l’uomo. Diamogli una voce e null’altro. Per le parole orfane di poeta, per le note private del fabbricante di suoni. Una voce. E che provi qualcuno a concepire un dono più prezioso.
A un certo punto l’uomo non è più uomo. Diventa Aligi, l’incorrotto pastore che ama Mila di Codro («Una prostituta», ricorda Albertazzi. «Quando si innamora non può che esserlo totalmente e di Aligi poi, che è l’immagine dell’innocenza».). E parla, questo pastore, la voce greve. Nascosto tra le rocce, racconta al vecchio Cosma del proprio amore che è ponte vacillante tra le sponde della perdizione e quelle della salvezza. È il D’Annunzio più intimo e nudo, ancestrale nel suo attaccamento alla propria “terra vergine”, come recita il titolo della sua primissima raccolta di prose.
E cambia ancora, e ancora. Una ninfa braccata da un fauno, furente e bramosa, ricca di quella forbita trivialità che soltanto D’Annunzio riesce a dare. E tante, tantissime voci tra le frasche, nell’acqua torrenziale, sul limitare dell’orizzonte. Albertazzi recita La Pioggia Nel Pineto.
Ma la serata non è soltanto per il Vate. Viviamo questa notte come una galleria impalpabile di immagini, di storie, di aneddoti. Riviviamo l’esistenza dello stesso interprete, tra risate e considerazioni sulla vita e le persone. Morte, vecchiaia: perché non contrastarle con la giovinezza interiore? E quanti morti camminano, ci guardano e respirano tra noi. Condividiamo le sue passioni, i suoi poeti, i romanzi che ha amato: A Silvia, L’Infinito, il Canto V dell’Inferno. C’è altro? Tanto, ma è impensabile setacciare in un colino l’oceano intero.
Mezzanotte. Lo spettacolo, che lo stesso Giordano Bruno Guerri ha sostenuto e premiato, termina tra scrosci di applausi. Al maestro la città offre in dono la Ninfa Versilia, lasciva e giocosa, emersa dai sogni dell’Alcyone e colata nel bronzo dall’artista Romano Cosci. Il leggio si rovescia, per poco la statuetta non cade. Albertazzi la afferra prontamente: «Visto che riflessi?», esclama oltre il velame della sua eterna vitalità. Ridono tutti.
Ma non è l’unico a festeggiare stanotte. Un altro volto ascende dalla platea, mora, fasciata di crema, radiosa: Carla Fracci. Stasera la ballerina compie settantasette anni.
Non è Albertazzi a salutarci. Suo il corpo, sua la voce. Di Marguerite Yourcenar le parole, o più precisamente di Adriano, l’Imperatore. Gli ultimi tre minuti, un’interrotta, precisa recitazione delle ultime sezioni del monologo. È palpabile, sotto il cielo nero, la disillusione, il sogno dell’esteta, la vita da incidere nella pietra come un motto memorabile o da perdere come l’onda che si ritira dalla battigia. Addio, addio.
Buon compleanno, maestro.
“Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti”.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Festival La Versiliana:
Marina di Pietrasanta
martedì 20 agosto, ore 21.30

Giorgio Albertazzi in:
Io ho quel che ho donato

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