In the blues of love

Allo Spazio Mil si recita a colpi di blues sui testi di Stefano Benni. Ritmo, prove d’attore e acrobazie narrative; ed è divertimento allo stato puro.

È l’ombra ingigantita di un contrabbasso ad aprire la scena di questo spettacolo sopra le righe. E sono le note a marcare subito il territorio, perché quello che stiamo per vedere non è certo solo teatro.

Jack – La storia di Jack Manosola e altri blues racconta di un ragazzino senza un braccio, che nella sua casetta, «la più lurida baracca nella più desolata del più squallido rione della più miserabile zona della città puttana», sogna grandi cose. Ben conscio della disgraziata condizione, chiede aiuto al Signore, che con un tuono in fa diesis piomba dal cielo ronzando come un calabrone gigantesco. Un tipo strano, nero per di più, che suona la tromba da Dio. Decide di dargli una mano («Mi prendi per il culo me l’hai già data una mano, una sola»), nel senso che gli procura un contrabbasso. Si possono immaginare gli sforzi necessari per la titanica impresa; Jack finisce per imparare davvero. Come, non si sa: «Con la mano sola pizzicava vibrava pestava / Soffriva piangeva ma… imparava / E suonava». Pazzesco: Jack non solo suonava, ma lo faceva come l’angelo Malachia.

Ma la storia di Jack è soprattutto una storia d’amore, l’amore per la cantante cieca Sweet Misery. E, finito il blues d’amore di Jack, inizia quello di due pensionati, poveri in canna, uniti dal sacrificio di un pappagallo cubano con fermenti rivoluzionari. Il blues della gente comune, signori. Alla voce Stefano Benni con un repertorio che spazia da Teatro 2 a Bar Sport Duemila. E se al contrabbasso abbiamo Piero Orsini, alla Manosola e al pensionato c’è Nicola Stravalaci mentre alla pensionata e al pappagallo Ramón Peréz c’è Marcella Formenti.

Tra personaggi improbabili dai nomi pasticciati, il paradossale la fa da padrone. E non solo a livello narrativo, per l’esito bizzarro di ogni vicenda, ma soprattutto sul piano stilistico e poetico. Il discorso si libera di ogni oggettività e, paradossalmente, è proprio per tale via che si avvicina al vero. Perché, tra una risata e l’altra, si parla di miseria, di solitudine, di disperati. E nessuno lo direbbe: si esce dal teatro con l’impressione di aver sentito una favola.

Uno spettacolo curatissimo dal punto di vista formale della recitazione: caratterizzazioni di personaggi e ritmi serrati, che non danno tregua allo spettatore e lo incatenano in una serie di trovate narrative e linguistiche esilaranti.

Riuscito l’esperimento di contaminazione tra teatro e musica: l’obiettivo già da tempo portato avanti da Emilio Russo viene centrato, declinato stavolta come dialogo tra voce e contrabbasso.

Un incontro felice tra la scrittura di Benni e la scena; e mentre i bravissimi attori infondono verità a parole a dir poco stravaganti, l’assenza quasi totale della scenografia – solo un paio di leggii e una sedia – lascia la fantasia dello spettatore libera di creare, di volta in volta, ambientazioni e dettagli diversi. Esempio calzante che ci ricorda quanto «la mancanza di scenografia é un requisito necessario per il funzionamento dell’immaginazione», come già sosteneva Brook ne Lo spazio vuoto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Spazio Mil
via Luigi Granelli, 1 – Sesto San Giovanni (MI)
da venerdì 30 marzo a domenica 1 aprile

Jack – La storia di Jack Manosola e altri blues
di Stefano Benni
regia Emilio Russo
con Nicola Stravalaci e Marcella Formenti
produzione Tieffe Teatro

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