Il dolore passa

Al Teatro dell’Orologio, fino al 21 Aprile, è in scena John, viaggio straziante nella storia del suicidio di un teenager e del dolore della sua adorata sorella.

Raccontare un dolore infinito è sempre un’impresa ardua e destinata al fallimento, anche per il più talentuoso degli artisti e per il più capace dei narratori; si tratta del limite imposto per natura a ogni espressione, parola e gesto dinanzi al baratro della perdita, al lutto della persona amata, quando la morte altrui si pianta in gola come un coltello e devasta la propria vita impedendole di proseguire regolarmente il proprio corso. In questo orizzonte si colloca l’opera di Wajdi Mouawad dal titolo John; lo scrittore canadese di origine libanesi, classe 1968, si immerge nella storia terribile del suicidio di un adolescente, che vittima di un dolore incomunicabile e irrisolvibile, nella pace trovata in una corda legata attorno al collo costringe la sorella Jean a precipitare nel senso di colpa, nel rimorso senza pace, nella coazione a ripetere, nella disperazione alimentata da fantasmi e da un completo oscuramento di ogni speranza e prospettiva futura. Il Teatro dell’Orologio presenta al pubblico una versione avvincente, ben articolata e sicuramente originale della pièce drammatica di Mouwad; molto suggestiva la scelta di far esordire l’opera dal corridoio che conduce all’ingresso della sala: da subito l’ottima Barbara Mazzi interagisce col pubblico, li invita a leggere un grosso diario dove sono conservate le ultime parole, pensieri e deliri del povero John, e inizia a raccontare la triste storia calibrando con maestria una recitazione tesissima, dove il sorriso è una tagliente maschera per celare qualcosa pronto ad esplodere. Siamo condotti poi all’interno, passando per un’altra stanza, ottimamente ammobiliata, che ci presenta il protagonista maschile, il problematico John, interpretato con potenza da Marco Lorenzi (bravissimo a esprimere il tono e la sensibilità di un teenager problematico) mentre ascolta a tutto volume musica rock tra panni sparsi sul pavimento, dischi e disordine vario. Passando per un altro corridoio, arriviamo finalmente alla sala principale dove si svolge l’opera: si capisce subito come la costruzione non intenda seguire affatto una linearità di ordine cronologico o consequenziale, perché si passa senza continuità dalla dimensione onirica, alla memoria, alla realtà. La prima cosa alla quale il pubblico assiste è una parte dell’ultimo video lasciato dal giovane suicida, registrato prima di impiccarsi; l’immagine disturbata, montata con scene della sua vita ed evocazioni persino surrealistiche, carica lo spettacolo di pathos. Lo stesso pathos invaderà il resto dello spettacolo, dove la sorella disperata tenta di reagire alla tragedia impastando dei biscotti, che poi offre al pubblico, introducendo persino l’elemento tattile (la pasta cruda) all’interno del racconto. Gli elementi sono perciò tantissimi: l’interazione, il video, la musica (con John che suona la chitarra), un ottimo gioco di luci, ma soprattutto una regia (quella di Giuseppe Roselli) molto sofisticata e complessa da tenere in piedi. La scenografia stessa merita grande attenzione, perchè oscilla fra il realismo della quotidianità comune e l’assurdità di divani appesi al soffitto, sedie accumulate, cassetti e tavoli storti che ricordano l’esperienza espressionista di un secolo fa. Le due note negative sono riservate da un lato all’interpretazione, che per quanto efficace e potente, a volte eccede nell’urlo e nella foga incontrollata, molto probabilmente perché a pensarci bene a gridare sono capaci tutti. L’altro punto di riflessione non è imputabile allo spettacolo, d’altronde di ottima qualità e particolarmente avvincente, ma è relativo al significato che può assumere un testo del genere oggi, ovvero se ha senso concentrarsi sulla storia di un atroce dolore privatissimo, persino intimo, all’epoca della catastrofe condivisa e comune. Sembra più qualcosa di adatto agli anni ’90, e forse John è uno scorcio straziante di quegli anni, dai quali sembrano separarci dei secoli.

Lo spettacolo continua:
Teatro dell’Orologio – Sala Grande
via dei Filippini 17 – Roma
fino a domenica 21 Aprile
orari: da martedì a sabato ore 21.30, domenica ore 18.30

L’Albero Teatro Canzone presenta
John
di Wajdi Mouawad
regia Giuseppe Roselli
con Marco Lorenzi, Barbara Mazzi

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