Nella nuda vita

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Un’anteprima sperimentale di Kaffè Berlin – Ascesa e fallimento di un essere turbato, al Teatro della Contraddizione di Milano.

C’era una volta il kabarett, che con i fronzoli da musical del nostrano cabaret, a parte l’assonanza dei termini, non ha proprio nulla a che fare. C’era una volta e non c’è più, c’è ancora o non c’è mai stato, reale o soltanto immaginario, immaginato, avvolto in una nube di fumo e di evanescenza.

Siamo a Berlino, nel periodo a cavallo tra la Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo. Siamo in quei kaffè dove la decadenza si aggrappa alle pareti, dove la musica zoppica stonata a ritmo del disagio che si mastica e della diversità che si beve – e il “si” è riflessivo.
Siamo a Milano, al Teatro della Contraddizione, ad assistere all’anteprima sperimentale del nuovo spettacolo di Marco Maria Linzi, che ci fa tornare lì, in quell’epoca e in quei luoghi che hanno il sapore dell’eternità e del mai, del qui e dell’altrove.
O forse non siamo né a Berlino né a Milano, né nei primi del Novecento né nei primi del Duemila. Non (ci) siamo e basta, sospesi, sbattuti, gravitanti in un foyer che diventa un gioco di specchi e sguardi che si attorcigliano, che si scompongono.

Dei bizzarri personaggi, con delle bizzarre voci e delle bizzarre movenze, conducono ogni spettatore al tavolino corrispondente al numero pescato all’ingresso. Una volta preso posto vicino a qualche sconosciuto che sorride un po’ attonito senza sapere bene cosa aspettarsi – e il bello è che continuerà, fino alla fine e oltre, a non saperlo – lo sguardo si posa sui personaggi che compongono il Kaffè berlinese.
Forse sono maîtresse, forse cameriere, forse puttane. Forse non hanno un passato o forse lo hanno dimenticato. Un ritorno del rimosso che appare a ondate e che loro tentano di raccontare, depositandocelo in mano come fosse uno specchio rotto, come un mosaico da ricomporre, tra tasselli che non combaciano. Tra balli, canti, reggicalze e vestitini succinti. Tra ammiccamenti e lingue che inumidiscono labbra protratte verso il miglior offerente. Loro, le donne del kabarett, quelle che la notte ce l’hanno in mano, tra le dita, quelle che si leccano la “nuda vita” come fosse una ferita aperta e sanguinante.
Fluttuano sinuose tra i tavolini, parlano, chiedono, sussurrano. Ma le parole sono scomposte, i gesti incespicano sugli sguardi, trasformando l’erotismo in una celebrazione della caduta.
Cadute che non sono ordinabili, che non si trovano sul “menu delle ascese” che il claudicante staff del Kaffè porge agli spettatori/avventori. Quelle o si hanno o non si hanno. Per il resto c’è un’ampia scelta di vivande: dal “poemetto spettro”, un intruglio di “fragile, angosciato, pallido e dannato”, a “io sono di carattere allegro”, composto da primizie di stagione quali “rapporti umani, aria fresca e tracce cancellate”. Il tutto recitato a spizzichi e bocconi dallo strambo team del bordello, mentre sul palco un altrettanto insolito gruppetto di musicisti accompagna ogni scena.
Sembra ridicolo, assurdo, grottesco. Lo è. Lo è come impugnare un rossetto e scrivere sulla pancia di una delle succinte signorine “sono ridicola”. Lo è come diventare ridicoli anche noi, dall’alto (o basso, o fuori o dentro) delle nostre sedie, quando la ragazza chiede timidamente di poterlo riscrivere, piccolo piccolo, sul braccio di una spettatrice. Allora diventiamo ridicoli tutti, impiastricciati di trucchi, claudicanti da fermi. Le puttane ora sembrano meno puttane, o forse semplicemente non importa più cosa e chi siano, dal momento che, come dice uno dei personaggi, «il giorno in cui tutti sanno chi sei, non lo sai più tu».
E poi gli elogi sputati sul pubblico da una sorta di silenziosa voce narrante – un misto tra un profeta illuminato e uno stregone visionario – cupa, china e deforme come la notte, ma chiara e saggia come una folgorazione. Sono gli elogi satirici e taglienti della moralità contemporanea, del lavoro alienante, della sterilizzazione della normalità e del pregiudizio. Lì in mezzo non c’è quello che siamo, ma quello che ci fanno essere – «essere, questo è il problema», dice il profeta/stregone prima di morire. C’è quello status quo che ingabbia la possibilità polimorfica di alterità, di una de-territorializzazione à la Deleuze, che dovrebbe essere la caratteristica prima del genere umano. Lì in mezzo, ci sono quelli che regolamentano la normalità, che tracciano un confine preciso tra l’ascesa – rigorosamente normale nel senso di rispondente alla norma – e la caduta, il fallimento, l’errore.

Bertold Brecht – che in quei kaffè deve averci passato un discreto quantitativo di tempo – diceva che «quando tutti gli errori sono esauriti l’ultimo compagno che ci sta di fronte è il Nulla». Non c’è ascesa senza fallimento. Di più, non c’è ascesa che non sia intrinsecamente fallimentare, non nel senso alienante del termine (che invece oggi si chiama successo, o quantomeno benessere), ma come un vuoto generativo, un inciampo che insegna a camminare.

L’anteprima che Marco Maria Linzi e la sua splendida squadra di “kabarettisti” hanno messo in scena è una perla rara in un panorama artistico che si fa sempre più mainstream, sempre più votato alla smania di riempimento e all’edificazione di una soggettività totale, totalizzante e totalitaria.
«In questo kabarett la verità non c’è», ci sono tanti personaggi e non ce n’è nessuno, ci sono tante storie ma non c’è una trama. C’è la vita, la “nuda vita”, quella che si sbaglia, quella che si piange e che si ride, quella che si può cambiare, quella che ti può cambiare.

Un po’ come il Teatro della Contraddizione, sempre nel presente ma sempre anche altrove, «questo kabarett è un luogo immaginario che non c’è».

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Contraddizione
Via della Braida 6 – Milano
Dal 16 al 18 Febbraio 2015
ore 20.30

Kaffè Berlin – Ascesa e fallimento di un essere turbato
regia e drammaturgia Marco Maria Linzi
con Massimo Airoldi, Alessandro Angelelli, Stefania Apuzzo, Micaela Brignone, Silvia Camellini, Valentina De Simone, Sabrina Faroldi, Anja Grubic, Simona Rinaldi, Stefano Slocovich, Eugenio Vaccaro, Giacomo Valentini, Jacopo Ferrari Trecate, Nazarè Xavier
musiche Marco Maria Linzi, Massimo Airoldi

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