Giardini o nuvolette: il paradiso è altrove

teatri-pistoiaAl Piccolo Teatro Mauro Bolognini di Pistoia va in scena, in prima nazionale, Kamikaze Number Five. Tra Jean Genet e Abu Ghraib, lo spettacolo non si libra.

Perché il nudo? Questa è la prima domanda che viene alla mente. Non è questione di pudicizia o impudicizia, né tanto meno di buon gusto (cosa separi quest’ultimo dal kitsch è finezza da estetica del bello, a cui preferiamo quella del brutto se incisiva, espressiva, giustificata drammaturgicamente).
In questi ultimi tempi, però, il teatro italiano sembra essere regredito di quarant’anni. Non si può recarvisi senza vedere un attore nudo o che esplica funzioni corporali in scena – sputa, si strofina le cipolle sugli occhi per piangere, si cosparge di melassa o di pittura fresca. E ancora, come in questo caso, urina – per ben tre volte. Perché? Ecco il punto: se per un Maestro del cinema, come Hitchcock, ogni oggetto inquadrato doveva avere una giustificazione data dalla sceneggiatura del film – perché la forma in arte è ciò che crea il contenuto – il nudo di questo uomo votato al martirio non ci sembra giustificabile a livello né drammaturgico né ideologico. Al contrario. Un musulmano mai e poi si racconterebbe in pubblico nudo. E una delle peggiori torture, proprio perché tendeva a distruggere la dignità del prigioniero, ad Abu Ghraib, era spogliare i carcerati per metterli in posa davanti a quelle foto che hanno fatto il giro del mondo ma che non sono bastate a rendere coscienti gli occidentali delle proprie colpe. Per farla breve: se vogliamo dare la parola a un musulmano per cercare di capirne le ragioni – accettabili o meno – dobbiamo innanzi tutto rispettarne la dignità.
Il racconto, poi, è abbastanza confuso. Vi sono frammenti altamente poetici e una fiaba finale che tocca sicuramente lo spettatore; e altrettanto convincenti risultano alcune analogie con altre forme di totalitarismo – dal Fascismo ben espresso dal busto di Mussolini, che sappiamo proclamava la legittimità di “combattere e vincere”; al Capitalismo wasp statunitense che si trincera dietro alla rivendicazione “Dio è con noi” – così cara a Bush e ai suoi seguaci in Patria e all’estero. Però il kamikaze figlio di torturato è un cliché, ormai superato da file di occidentali che mai sono stati perseguitati o hanno patito la fame o le bombe e che vanno alla guerra santa. Mentre i profughi arrivano sulle nostre coste (costretti a fuggire dalle nostre bombe) per sentirsi additare, loro, come possibili terroristi. E sentirselo dire da un popolo, come quello italiano, che è stato ed è tuttora migrante; da un continente, come l’Europa, che per quarant’anni, di fronte all’Urss, ha rivendicato il diritto delle genti di muoversi e oltrepassare le frontiere ma oggi, che il “pericolo rosso” non esiste più, può bellamente trincerarsi dietro leggi frutto di codardia; e da quegli Stati Uniti che nemmeno esisterebbero senza l’immigrazione – o, meglio, esisterebbero come territorio dei nativi americani che avrebbero continuato a cacciare i bisonti o aperto casinò, ma per libera scelta. Profughi che, in questi giorni, devono persino temere che li si bombardi mentre si trovano sui barconi in questa nuova guerra santa, contro il traffico di esseri umani, che, come al solito, farà vittime civili e lascerà impuniti non tanto gli scafisti quanto i Governi occidentali – compresa l’Italia – che, negli ultimi 15 anni, hanno destabilizzato, massacrato e distrutto (per “liberare” velleitariamente ma depredare efficacemente) il Nord Africa e il Medio Oriente.
Ragioni geo-politiche ed economiche complesse sono difficili da teatralizzare ma il discorso non può più fermarsi alla vendetta di un singolo o di un popolo. E anche l’alternativa, il riflusso religioso verso la Shari’ah o qualsiasi forma di teocrazia suona altrettanto fallace. Ma l’ideologia totalitaria si può combattere solo attraverso un dialogo – intessuto di parole ed esempi “a casa propria”, e non esportando presunte democrazie sulla punta delle baionette – che rivendichi quei meravigliosi principi di laicità, eguaglianza sociale e giudizio indipendente di ciascun cittadino che ci ha donato l’Illuminismo, abbiamo perseguito per quasi due secoli e ancora oggi dobbiamo difendere da presunte verità rivendicate da questa o quell’altra religione.
Il discorso, quindi, sarebbe ancora lungo e, in questo caso, fuori luogo. Apprezzabile, perciò, l’intento dello spettacolo di dare voce a chi ci sta di fronte, buon uso dei mezzi teatrali (soprattutto delle luci e dei suoni), ottima interpretazione di Woody Neri ma le ragioni vere sfuggono e la pièce non trova mai quel guizzo che porti a una compartecipazione più autentica che smuova le coscienze ormai atrofizzate di una società che si beve le notizie dei telegiornali pensando che quella – delle bombe intelligenti, della guerra al terrorismo, dell’invasione delle nostra terra – sia la verità.

Lo spettacolo è andato in scena:
per la Stagione di prosa 2014/2015 del Teatro Manzoni di Pistoia

Altri linguaggi – fuori abbonamento
Piccolo Teatro Mauro Bolognini
via del Presto, 5 – Pistoia
venerdì 24 Aprile, ore 21.00

Kamikaze Number Five
di Giuseppe Massa
dramaturg Francesca Marianna Consonni
regia Giuseppe Isgrò
con Woody Neri
suono Giovanni Isgrò
sarta Camilla Magnani
grafica Alezubruc
prima nazionale

2 Commenti

  1. Carissime quattro mani del post, se questo spettacolo è apprezzabile solo perchè da’ voce “a chi ci sta di fronte” allora non è apprezzabile affatto. E se “le ragioni vere sfuggono” può essere perchè non tutte le forme di lavoro artistico sono fisse, o immediate, da molto più che quarant’anni. Quindi si può approfondire, chiedendo e studiando, come ogni critico per sua passione dovrebbe fare, oppure si apre un blog e vediamo che succede. Per fortuna si può parlare. Quindi io non ignorerò il vostro post e non scriverò qui tutto quello che so riguardo a ciò che sappiamo fare, ma cercherò una via di mezzo. ;) Noi non diamo voce “al di fronte” ma a noi stessi, il di fronte siamo noi. In tutti i lavori che compongono la nostra ricerca non troverete traccia di “combattimento all’ideologia totalitaria” ma un’indagine sulla politica delle relazioni tra persone, ovunque esse vadano a sbattere. L’esercizio di tutte le forme di potere nella scelta e nella cultura di ogni uomo è la cosa che ci appassiona, il resto lo abbiamo già rimosso. La cosa che è sfuggita ai quattro occhi, forse proprio grazie alla prospettiva onirica e delirante del lavoro, è che si tratta delle sole poche ore prima dell’esplosione. Se non vi muove una riflessione sul perchè degli artisti propongano oggi la tensione verso la deflagrazione, una estrema totale oscena spesa di se’, difficilmente arriverete ad alcun elemento leggibile tra quelli in scena, come infatti è accaduto. Procedendo per vie erronee vi ritrovate a considerare il nudo sconveniente al musulmano, tradendo il pensiero di concepire il nudo come un costume e il corpo dell’attore come coso in prestito a una docu-fiction (a cui relegate la funzione del teatro). Sulla nostra scena non ci sono simboli ne’ alcun gusto per la narrazione, ma piuttosto la creazione di un evento reale, dove si incontrano e confliggono elementi diversi dell’immaginario. Suggerisco di provare a pensare al nudo come condizione. Così via per il padre torturato, madre, piscio, suono, luce, necessità e urgenza di lavorare nel teatro, nonchè l’intera performance fisica e mentale di un attore come Woody Neri. Aggiungo infine che nel testo originale di Massa la parola musulmano non compare. Tanto meno nella drammaturgia e nella regia di Giuseppe Isgrò. Sarà una dimenticanza? A scuola di arte ho imparato che tutto quello che c’è e tutto quello che manca in un’opera ha valore, perchè costruire un lavoro artistico non è un gesto affatto gratuito, comporta invece una spesa enorme di se’ e uno stile. Ripartiamo da questi?

  2. Non concordo…

    In questo Vostro articolo, si da per scontato che si stia parlando di un kamikaze arabo, personalmente non l’ho assolutamente percepita così, ciò che mi è piaciuto, personalmente parlando ovviamente, è proprio la mancanza di riferimenti geopolitici, sottolineato dalla commistione di simboli etereogenei della bandiera/vestito/sudario.

    Ci ho visto semmai, il tentativo di comprender (senza voler giustificare, ma semplicemente analizzando) l’essere kamikaze dall’interno.

    l’ho trovato arguto, tagliente e per certi aspetti terribilmente ironico.

    piaciuto molto

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