Una favola per evadere

In scena alla Casa Circondariale di Sollicciano la novella di Aladino e la lampada magica da Le mille e una notte, nuovo lavoro teatrale degli ospiti-detenuti, diretto da Elisa Taddei

Kan ya makan – c’era una volta in lingua araba – detta il titolo e anche le prime battute del testo drammaturgico, come da consolidata tradizione: «C’era una volta in un tempo lontano un re forte e gentile, un re giusto, amato da tutti i suoi sudditi», annuncia un banditore, ai bordi del proscenio, davanti a una sala gremita di persone di tutte le età.
All’interno dell’istituto penale di Sollicciano a Firenze la Compagnia teatrale formata dai detenuti e diretta da Elisa Taddei ha a disposizione un vero teatro, per esibire i propri lavori, ai quali i fiorentini accorrono sempre con grande partecipazione numerica e affettiva.
Una scenografia di ambientazione araba riporta indietro di secoli a un’atmosfera misteriosa – come sempre emanano le fiabe del lontano Oriente. La mitologia racconta che Aladino fosse del Catai, una regione cinese, ma le oltre mille novelle della raccolta, sebbene in lingua araba, riportano racconti che abbracciano un territorio vastissimo, sul percorso della Via della Seta dal Mediterraneo al Nord Africa fino alla Cina, includendo la Persia e alcune delle attuali repubbliche ex sovietiche, quali l’Uzbekistan e la leggendaria Samarcanda.
I colori rosso scuro e oro presenziano regalmente sui numerosi teli decorati a mano dagli stessi detenuti – realizzati all’interno del laboratorio di scenografia condotto da Francesco Givone – zeppi di caratteri arabi che riportano brani della novella di Aladino – a lieto fine – Inshallah, se Dio vuole.
Un teatro diffuso, quello messo in atto, che irrompe spesso in platea costringendo gli spettatori a girare la testa a destra e sinistra, in una sorta di balletto sincronizzato, per fruire delle parti che oltrepassano regolarmente la quarta parete.
Il personaggio principale di Aladino è interpretato da diversi attori, tutti detenuti e attori, ovviamente, attori non professionisti, giovanissimi e stranieri, ai quali si contrappongono due sole figure femminili, la bellissima Sherazad/Susannah Iheme, e la principessa sposa di Aladino, Daria Menichetti – le uniche professioniste in scena.
Un’atmosfera intimamente arabeggiante, considerando anche la reale provenienza degli attori, in maggioranza nord africani, di lingua araba, dai nomi indissolubilmente legati a quelle terre.
Un lavoro divertente, che mette in luce le differenti tipologie di esseri umani, dallo sfaticato ma mite Aladino, cruccio del padre che non riesce a metterlo in riga, e che sembra rimandare ai molti pregiudizi nei confronti dei migranti sbarcati in Italia; al gruppo di malfattori che tenta di rubare la lampada magica, e il cui leader confessa la propria soddisfazione nel compiere furti (e chissà che non sia la stessa storia di quest’uomo che, qui, sta scontando una pena detentiva, in una sorta di confessione in diretta destinata agli spettatori, che sembra fare da monito a non percorrere la stessa strada).
Una rappresentazione piena di creatività con originali trovate di regia, tra le quali l’apparizione del genio dalla lampada, con evanescente proiezione video.
Bravi gli attori, anche nello sforzo di recitare in una lingua per molti straniera, capaci di trasmettere lo slancio, l’eccitazione e l’appagamento della performance portata a esecuzione con naturalezza e senza intoppi – ricambiati sinceramente dall’interesse dimostrato dal pubblico in sala.
Il laboratorio teatrale all’interno degli istituti di pena rimane, ove esista, un punto fermo nel recupero della parte positiva della personalità e nella rinnovata autostima degli individui che, in questi luoghi, devono talvolta passare periodi anche importanti della loro esistenza. Un augurio di continuare su questa strada per un recupero pacifico e rispettoso dell’essere umano: se l’arte teatrale ha una finalità pedagogica intrinseca, in questo tipo di contesti il valore si rafforza in maniera esponenziale, portando certamente a grandi risultati.

Lo spettacolo è andato in scena:
Casa Circondariale di Sollicciano
via Girolamo Minervini, 2r – Firenze
martedi 10 luglio, ore 21.00

Kan ya Makan
regia Elisa Taddei
con Ali Obama Abdalam, Hamza Abdelli, Ali Osama Arafa, Marwen Bjaoui, Massimo Bono, Fabio Borri,  Ioan Dragan, Abdul Essalamy, Marco Franci, Susannah Iheme, Ayoub Kami, Daria Menichetti, Erdan Salih e Francesco Sarmiento
assistente regia Luana Ranallo
coreografie Luana Gramegna
scenografia Francesco Givone con Ali Arafa, Marwen Bjaoui, Alessandro Nastasi ed Erdan Salih
costumi Giulia Bigioli
luci Andrea Narese
fonica Simone Saccaro ed Emanuele
video Corrado Ravazzini
foto di scena Alessandra Cinquemani

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