Della perfezione

fourvierePer la quinta volta in nove anni, Keith Jarrett calca il palco delle Nuits de Fourvière e lo fa accompagnato da Gary Peacock e Jack DeJohnette. Il magico trio festeggia quest’anno i trent’anni di attività e l’appuntamento lionese sembra essere entrato appieno nelle abitudini delle loro tournée.

La presenza del trio si deve soprattutto alla decisa volontà del direttore del festival, Dominique Delorme che, fin dalla sua nomina, nel 2002, ha intrapreso un cammino per offrire al pubblico del festival un cartellone ricco e con grandi nomi della musica internazionale.

L’appuntamento era di quelli da non perdere. Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette in concerto tra le rovine romane dell’antica Lugdunum. Sotto un tempo minaccioso, il trio ha suonato per un’ora e mezza, ripercorrendo la storia del jazz, ma con l’inconfondibile timbro che solamente questi musicisti sanno infondere.
Gli spettatori non sono sicuramente rimasti delusi. I tre hanno suonato, non molto, ma sicuramente a un altissimo livello. Keith Jarrett è apparso, come al solito, irrequieto, agitandosi sulla panchetta, talvolta alzandosi come portato dalla musica. Qualche movimento del bacino, i piedi che segnano il tempo, la voce che marca alcuni momenti topici. Non sono mancati i consueti richiami a non fare fotografie ma questa volta, forse meno integerrimo rispetto alle sue abitudini, Jarrett assume fino in fondo la propria celeberrima idiosincrasia contro i flash dei vari apparecchi di riproduzione, ammettendo che forse, un giorno, perfino sulla sua tomba comparirà questa ingiunzione: “No photographs”.
Ma nonostante queste richieste, il pubblico lionese si dimostra disciplinato e silenzioso. Pochi colpi di tosse, silenzio quasi assoluto e qualche uccello che si arrischia in canti serali. La musica del trio può esprimersi al meglio e il clima è ideale allo sviluppo delle melodie sonore che prendono corpo all’interno dell’antica costruzione teatrale.
Maestri della forma libera, i tre musicisti decostruiscono le melodie degli stardard del jazz per proporre poi delle loro creazioni. Un concerto che vede la presenza di Keith Jarrett non è un semplice concerto, ma un vero e proprio evento, non racchiudibile, non riproducibile (ecco qui palesarsi la paradossalità degli album live), sempre nuovo, anche rispetto a se stesso. The Köln concert, La Scala, Inside Out, Always Let Me Go e molti altri lavori testimoniano di questa germinazione continua, di questa continua e sempre nuova creazione che non vuole essere identificata.

Il fascino delle melodie alle quali Jarrett dà vita è tale che perfino Peacock e DeJohnette, ogni tanto, si fermano a ascoltarlo, come rapiti dalla sua arte. Come durante l’esibizione in solo della dolcissima ballata It Never entered my mind. In questi istanti si ha l’impressione che tutto tenda alla sospensione: il tempo (quello cronologico e quello meteorologico), il respiro, il resto del mondo. La musica di Jarrett ha il pregio di sostenere e di mantenere tutto quello che la circonda. Nulla può accadere perché ci si trova in una stasi all’interno del tempo – tema classico in Jarrett, come testimonia l’amore che prova per lo standard classico Time after time. Jarrett accarezza il piano, rallentando progressivamente il continuum temporale per installare una sacca di resistenza che non permette all’avvenire di avvenire. Un paradosso, forse, ma che ha una dimostrazione effettiva proprio durante il concerto. Il tempo, quello meteorologico, fortemente incerto, non vede alcun tipo di peggioramento e quando la musica si interrompe e gli occhi degli spettatori si alzano al cielo, quest’ultimo si dimostra essere altro rispetto a quello minacciante d’inizio concerto. La sospensione si dimostra essere totalmente percettiva, quasi magica.
Qualche uccello si azzarda a inserire il proprio canto serale tra le melodie sospese di Jarrett, il quale pare accettare questa interruzione naturale, lasciandole un piccolo spazio per poi tornare a essere Keith Jarrett e a portare il pubblico dove vuole lui. Lament, il brano che segue, è una dimostrazione di questa volontà.

Un secondo set di pezzi più ridotto ma segnato da un maggior brio accompagna gli spettatori nel buio della notte.

Il trio ritorna sul palco per un solo bis, suonando When I fall in love con trasporto e precisione. Il concerto può concludersi, il pubblico vorrebbe ascoltare ancora qualcosa, ma la perfezione non necessità di appendici. Ciò che era da dire è stato detto. E nella maniera forse migliore: quella musicale.

Le concert de Keith Jarrett, Gary Peacock et Jack Dejohnnette a montré, encore une fois, le très haut niveau des spectacles du festival lyonnais Nuits de Fourvière. Le trio, dans le trentième anniversaire de sa formation, a proposé un choix d’atmosphères extraordinaire. Le pianiste américain est apparu au sommet de sa forme en confirmant que perfection et improvisation sont de vraies alliées musicales.

Lo spettacolo è andato in scena:
Grand théâtre, Parc archéologique de Fourvière
6 rue de l’antiquaille – Lione (Francia)
venerdì 19 luglio, ore 21.00

Nuits de Fourvière presenta
Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette en concert
www.nuitsdefourviere.com

 

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