Amplesso con la tradizione

Nell’ambito di Fabbrica Europa, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, uno spettacolo senza generi e identità – come il kid ideale di ogni regime.

I Fratelli Caci imbastiscono uno spettacolo sui generis, KK // I’m a kommunist kid, che si regge in piedi per miracolo. Infatti, se il cattivo gusto di un karaoke stonato si unisce a gesti convulsi su musica house, a un’intervista/seduta psicologica, a documenti televisivi di epoca comunista, a balli tradizionali dell’Albania del Nord; se tutto questo si può definire arte scenica, ci sembra di avere le idee abbastanza confuse.
Sebbene si possa essere d’accordo con l’idea di abbattere i confini e sottolineare il dissolvimento del concetto di identità – che affiora nel corso di KK e suona pulsante e contemporaneo; oppure con quella di performance come superamento delle dogane, qui sembra di assistere a una prova a porte aperte, a un work in progress, una ragazzata, un bonbon creato apposta per soddisfare le attese degli addetti ai lavori, pronti a gridare al capolavoro.
Il kommunist kid del titolo si riferisce a entrambi i Fratelli Caci – soli in scena: trentenni o poco più, nati e cresciuti in Albania sotto il regine comunista ed emigrati giovanissimi, prima, in Italia e, poi, in Spagna. Glen, coreografo, dopo aver suonato un brano alla tastiera, dichiara di aver sentito l’esigenza di sviluppare quest’opera e di aver avuto bisogno, per farlo, del fratello Olger – simpatico artista circense. Il palco del Florida, di per sé simile a un cantiere, con le luci e le uscite di sicurezza a vista, è in pratica vuoto, fatta eccezione per la tastiera Yamaha con tanto di custodia, due sedie, una piccola videocamera, uno schermo.
Inizia così “un’ora d’aria” diversa dal solito, durante la quale Glen intervista e riprende Olger (il tutto riportato su grande schermo), soffermandosi soprattutto sui particolari del suo volto. Il dialogo assume pieghe talvolta divertenti, altre confessionali, in un continuo oscillare tra il serio e il faceto, con una naturalezza scomposta che ricorda l’improvvisazione. Interessante, in questo esperimento, che lo spettatore non riesca a cogliere il limite tra finzione e realtà; si intuisce che Olger sta rispondendo in modo veritiero alle domande sulla sua vita, ma resta il dubbio se la scena sia stata costruita e provata a priori o direttamente agita sul palco. Le domande di Glen al fratello spaziano dai ricordi d’infanzia a riflessioni sull’odierno stato delle cose in Europa, delineando il ritratto di una generazione che sta esplorando un periodo storico senza guerre sul proprio territorio ma, come sottolinea Olger, ricco di conflitti invisibili. Questa è la parte saliente dello spettacolo, in cui le parole acquistano un peso e restano dense a mezz’aria, centrando il bersaglio di fare ciò che la televisione (quest’ultima citata metaforicamente dallo stampo telegiornalistico della scena) spesso non fa: toccare temi non per forza demenziali o sensazionalistici.
Quella che segue, al termine dell’intervista, è una strampalata parodia di un programma tv, messa in scena grazie a un karaoke volutamente imbarazzante e a coreografie scatenate, finché Olger non rimane in mutande e dà sfogo alle sue abilità atletiche. A questo punto, mentre sullo schermo si proiettano tipiche danze albanesi al ritmo di una musica sincopata, Glen riprende il fratello soffermandosi infine sul corpo e sul volto esausti, alternando quest’immagine a quella accelerata delle danze, così da dare l’impressione di un amplesso postumo con la tradizione e la storia del proprio Paese. Le coreografie scomposte fanno però sorridere, più che affascinare il pubblico. Sembrano voler rimandare ai giochi perduti dell’infanzia, ai divertimenti senza scopo. Ma sempre di più – visti gli spettacoli che vanno per la maggiore – ci si chiede il perché di questo ritorno agli anni Settanta, a un concetto di performance che prevede che ci si debba sfinire, che si debba sudare copiosamente, che si debba performare dal vivo ogni emozione, gesto o funzione corporale, anche il più estremo (vedi Marina Abramovic). Non è un concetto, questo, ormai datato? Come il fatto di rimanere seminudi sul palco, trovata che aggiunge poco o nulla al significato di un’opera. Restano aperti gli interrogativi, anche se il retrogusto di KK // I’m a kommunist kid persiste: il sentore di volersi sbarazzare e, allo stesso tempo, di voler accogliere il passato (con le sue ferite, le due dittature, le sue aberrazioni). Nonostante l’intelligenza e la simpatia dei due fratelli, lo spettacolo sembra, a nostro avviso, un dolce fine pasto offerto a chi esplicitamente ama un certo genere di teatro-danza, ma che non si sforza di meglio articolare la propria voce per raggiungere il resto del pubblico. La parte coreografica, inoltre, risulta debole e confusa. Troppo spesso il teatro-danza, infatti, strizza l’occhio all’improvvisa e non si perita di cimentarsi con un regime preparatorio, necessario per mettere in scena qualsiasi coreografia efficace.
L’idea di base c’è, anche se potrebbe essere sviluppata senza cadere in trovate che debbano sbalordire con la loro compiaciuta stramberia (quali, a esempio, i momenti in cui entrambi gli attori escono di scena e non si sa cosa stia per succedere). A questo punto ci si domanda cosa sforneranno i due fratelli dopo quest’opera in prima visione nazionale.

Lo spettacolo è andato in scena nell’ambito di Fabbrica Europa:
Teatro Cantiere Florida
via Pisana, 111 – Firenze

Glen e Olger Caci presentano:
KK // I’m a kommunist kid
regia e coreografia Glen Caci
con Glen Caci e Olger Caci
allestimento scenico in collaborazione con Andrea Saggiorno
ricerca teorica e assistente alla coreografia Paola Stella Minni
produzione Marche Teatro
coproduzione Fabbrica Europa

 

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