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Kome un kiodo nel cervello

Kome un kiodo nel cervello, articolo di "Francesca Brancaccio" su Persinsala Teatro
mercoledì , 20 giugno 2018
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Kome un kiodo nel cervello
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Proposta del Festival Segnali per i più grandi (dagli 11 anni): dietro a paiettes e occhiali da sole, il labirinto dei preadolescenti tra tentazioni, ostacoli, delusioni e tradimenti. Per gli adulti, il messaggio è forte e chiaro; se arriva anche ai ragazzi, è fatta. Nel buo, una musica. E sulla musica, le parole di Collodi, …

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Proposta del Festival Segnali per i più grandi (dagli 11 anni): dietro a paiettes e occhiali da sole, il labirinto dei preadolescenti tra tentazioni, ostacoli, delusioni e tradimenti. Per gli adulti, il messaggio è forte e chiaro; se arriva anche ai ragazzi, è fatta.

Nel buo, una musica. E sulla musica, le parole di Collodi, Lucignolo che invita Pinocchio a scappare con lui nel paese dei balocchi, a trasgredire, a divertirsi, a esagerare, la tentazione che sussurra alle orecchie dei giovani di seguirla, di servirla, di diventarne schiavi.

Una ragazza, due ragazzi. L’alcol e le droghe, l’immagine e e la fama, i giochi di ruolo e la tecnologia. Una vita normale, degli stimoli comuni, genitori assenti o troppo premurosi, o troppo distratti. La scuola, gli amici, la confusione, facebook, i pomeriggi al muretto, le feste, i professori, le aspirazioni, le verifiche, il proprio corpo e quello degli altri, la musica, la tv, le scelte, le sconfitte, le paure, gli adulti. La quotidianeità, insomma. Il modo in cui lentamente il divertimento diventa ossessione, la trasgressione diventa dipendenza, la vita precipita e controllarla diventa definitivamente impossibile. «Navigare…vedere la prua che taglia le onde, sentire il rollio della nave e sulle labbra il salmastro che brucia…». Questo il desiderio, la voglia di avventura, di esplorare e lasciarsi trasportare, di diventare grandi per affrontare il mondo. Un mondo difficile dove cercare le scorciatoie sono quasi un passaggio obbligato: accettare che l’unico successo e la sola approvazione da ricercare siano quelli per il proprio corpo e per l’apparenza, oppure cercare la sicurezza e l’abbandono in una sostanza estranea, o ancora crearsi un mondo parallelo in cui essere migliore, bellissimo, eroico. Fino a quando ci si rende conto di non essere più marinai, ma naufraghi; ma a quel punto, è già troppo tardi.

Kome un kiodo nel cervello non è una favola con una morale, né una fiaba con il lieto fine. È la cronaca di un meccanismo possibile, reale, raccontata con tutti gli strumenti di cui il teatro può servirsi. Una bella scena, semplice e originale, utilizzata con creatività e intelligenza in tutte le sue potenzialità – splendida ed evocativa la tenda, rifugio, cuore e scrigno dei pensieri giovani della protagonista – e soprattutto luci sapienti ed emozionanti, capaci di accompagnare i personaggi nella loro crescita, o nelle loro cadute, con chiarezza e rigore. Le musiche sono adatte, e insieme alle registrazioni vocali e agli effetti sonori diventano indispensabili e insostituibili (il viaggio in ambulanza non avrebbe potuto essere più comunicativo) i costumi sono credibili e funzionali. Gli attori, per finire, sono sorprendenti. Giovani e bravi, portano in scena la fisicità vera degli adolescenti, la loro goffaggine, la loro forza, il loro essere insieme spavaldi e timorosi. Belle le voci, lucidi i movimenti e puliti i cambi (innumerevoli e non sempre semplicissimi, ma gestiti ottimamente in ogni possibile imprevisto), infinita l’energia, sincera l’emozione – non che il trasporto reale dell’attore sia presupposto necessario per trasmettere sensazioni al pubblico: ma questa volta, almeno sembrerebbe, il tema non lascia indifferenti, né da una parte né dall’altra della quarta parete.

Per chi dall’adolescenza ci è passato e, più o meno ammaccato, ne è uscito, non ci sono ambiguità o malintesi, il messaggio arriva chiaro; ma per quelli che proprio ora attraversano il fascino delle tentazioni, forse, c’è il rischio di mitizzare come martiri le vittime delle dipendenze, di riconoscere la tremenda fine a cui porta la perdita del controllo sulla propria vita, ma di ammirare nelle sorti dei tre ragazzi l’eroismo della sofferenza.

Il dubbio resta, ma lo spettacolo ha un ultimo punto di forza: la rappresentazione dei cattivi con un’estetica vincente perchè distaccata. I due simbolici tentatori, il gatto e la volpe della situazione, sono due luccicanti ed esasperate apparizioni venute dal passato, due blues brothers ironici e senza coscienza, crudeli e senza scrupoli, disprezzabili da chi guarda perchè duri leader di una realtà trash, assurdi e quindi inimitabili, impossibili da vedere come modelli, negativi anche se trasgressori, per tutti, giovani compresi; e sulle loro labbra da divi falliti, anche le proposte più subdolamente attraenti, ridicolizzate, non possono che trovare una risposta: no.

Lo spettacolo è andato in scena:
Festival Segnali
Teatro Leonardo Da Vinci
via Ampère, 1- Milano

Kome un kiodo nel cervello
Quelli di Grok
di Valeria Cavalli
con Andrea Robbiano, Simone Severgnini, Clara Terranova
regia Valeria Cavalli e Caludio Intropido

4,00

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