Glauco Mauri ha portato in scena Lunedì 22 marzo, al Teatro Valle di Roma, uno dei capolavori di di Samuel Beckett.


Ultimo atto di un impegno costante di Mauri nell’affrontare testi densi di una modernità sfuggente e quanto mai enigmatica, carica di suspense e ironia tragica, degna del suo immenso talento istrionico, che unisce classicità e avanguardia, istinto e ragione, come pochi attori-registi sanno fare, animando il pubblico della stessa passione ed entusiasmo con cui tesse e mette in scena i suoi personaggi e le opere che lo hanno reso celebre.

Dopo L’inganno di Shaffer, Mauri torna a Beckett (di cui fu pioniere in Italia, con Atto senza parole del 1962), rielaborando creativamente i suoi ricordi giovanili e proponendone una lettura estremamente dinamica e fluida, nonostante la necessaria stasi che ne caratterizza l’essenza originale voluta dallo stesso Beckett in sede di scrittura.

L’opera datata 1958 narra il crepuscolo di un vecchio clown di nome Krapp che, scartabellando tra i suoi archivi di registrazioni – che svolgono più o meno la stessa funzione di un diario non scritto – trova un suo nastro giovanile, in cui aveva inciso la sua fresca e ingenua voglia di vivere e amare, non importa cosa né chi: il mondo, le cose, le persone, forse persino se stessi. L’incontro-scontro mnemonico con il suo altro da sé è drammatico. Scioccato ma divertito dall’ingenuità familiare eppure così lontana dalla sua triste e solitaria vecchiaia, cerca di riavvicinarsi al suo ieri ma invano. Il tempo è passato inesorabilmente e nulla potrà mai essere come prima. «Cosa ho sbagliato; cosa mi ha ridotto in questo stato?», sembra ripetersi o
ssessivamente il vecchio Krapp, senza trovare risposta.

Il nastro è forse l’ultima ancora di salvezza per una possibile quanto espiante autoanalisi, per tentare di capire l’abisso in cui è sceso senza rendersene conto, prima di congedarsi dalla vita.

Ma l’universo di rancore, saturo di sogni infranti, desideri frustrati e bisogni impediti, che tiene insieme l’ansia del giovane e il delirio del vecchio Krapp, crea una sorta di black out emotivo che gli impedisce di rendersi fino in fondo conto di ciò che era e di ciò che è progressivamente diventato. Quella voce estranea – pur essendo la sua – gli parla, lo esorta, lo invita a riprendersi le gioie infinite della vita, a ridere e a scherzare del male che la circonda, ma è una voce sempre più sconosciuta, dissonante, fredda, persino ridicola all’orecchio del vecchio Krapp, abituato al cinismo e al torpore ovattato.

Eppure, sotto la cenere cova forse ancora un fuoco, il desiderio inconfessabile di ritornare ciò che si era, di vendersi l’anima al diavolo – come Faust – pur di tornare a provare quelle gioie e quell’amore per la vita, che tanto aveva – nel bene e nel male – caratterizzato la sua giovinezza.

Ma è un pio desiderio senza speranza, come forse senza speranza era già la giovane esistenza di Krapp, troppo fragile e dubbioso per prendere la vita per le corna e rischiare tutto ciò che si deve rischiare per essere felici, in un mondo che, come ricorda benissimo Shaeskpeare, “è un grande palcoscenico, in cui ognuno recita una parte”.

Una parte che Krapp, attraverso il terribile filo ininterrotto della memoria, sa perfettamente di non aver mai recitato.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Valle
via del Teatro Valle 21 – Roma
sabato 22 marzo

L’ultimo nastro di Krapp
di Samuel Beckett
interpretazione e regia di Glauco Mauri
compagnia Mauri Sturno

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