Giulia Lazzarini, Renato Sarti, Carlo Boccadoro e Carlo Sala: quando un’ora di spettacolo può indagare le pieghe più laceranti dell’animo umano.

Perfetta. L’articolo potrebbe aprirsi e chiudersi semplicemente con questo aggettivo.

Muri, lettura scenica scritta e diretta da Renato Sarti e interpretata con la consueta sensibilità e bravura da Giulia Lazzarini, è l’espressione artistica compiuta di un felice incontro: quello tra un regista e autore intelligente – che sa coniugare i tempi teatrali con il racconto emozionato ed emozionante della nostra realtà sociale – con una bravissima interprete che presta il suo corpo, la sua gestualità studiata eppure spontanea, la sua commozione autentica e la sua voce a tratti spezzati e, a tratti, melodiosa, all’unico personaggio in scena: una tra le infermiere che fu accanto a Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Trieste.

Perché la scelta intelligente di Sarti è stata quella di non di mettere in scena l’uomo e il medico, bensì una donna, una persona che nella sua semplicità racconta la propria esperienza in manicomio prima e dopo l’avvento della legge 180. Un’infermiera per la quale il percorso di emancipazione di coloro che soffrivano per una malattia mentale, si trasformava – giorno dopo giorno – in un percorso personale di autonomia, presa di coscienza come essere umano. Un lungo e doloroso percorso che l’ha portata a rifiutare i ruoli imposti dalla società e dal potere patriarcale che la vedevano moglie, madre, sorella e figlia, ma mai se stessa. Un cammino lento di auto-coscienza – che sfortunatamente le donne della mia generazione hanno dimenticato – che l’ha portata a rifiutare quei ruoli per diventare autenticamente se stessa.

E quel percorso non è stato privo di difficoltà o ostacoli – anzi: le è costato il matrimonio e una vita di solitudine, terminato il periodo rivoluzionario dell’impegno in prima linea. Ma chi non è solo? Solo chi sa riflettersi negli occhi dell’altro, chi sa riconoscere la propria sofferenza in quella altrui – delle altre donne, dei malati, del vicino di casa. Giulia Lazzarini con quell’accento dolce e cantilenante dei triestini – che sembra ricalcare i ritmi delle maree – con quello sguardo e quella naturale delicatezza – che nel lontano ‘78 la portava a impersonificare Ariel, lo spirito dell’aria, volteggiando ad alcuni metri d’altezza, nella versione strehleriana della Tempesta di Shakespeare – racconta la lobotomia, l’elettroshock, la violenza, il curaro, la doccia gelata e la pulizia maniacale di quelle strutture che qualcuno, oggi, pensa sia una buona idea riaprire.

Emozionante anche la scelta del luogo: Renato Sarti lascia per qualche giorno il suo Teatro della Cooperativa e mette in scena lo spettacolo al Piccolo Teatro Grassi che ritorna a essere per qualche sera quel “luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, luogo in cui una comunità ascolta una parola da accettare o respingere” – così come volevano i suoi fondatori.

Un luogo ritrovato per uno spettacolo emozionante dove tutto funziona, dalle luci di De Pace in grado di dare a un semplice telo la consistenza di un muro e la levità delle onde del mare, alla scenografia essenziale di Carlo Sala – perfetta come un cronometro svizzero – per finire con le musiche di Carlo Boccadoro che accompagnano con la delicatezza di un carillon il racconto di una vita, il racconto di ogni vita. Perché al termine dello spettacolo è con questa sensazione che si rimane: di aver ascoltato una storia di famiglia. Chiunque abbia toccato i quaranta ha un ricordo di qualcuno – soprattutto qualcuna: la nonna o la madre, la zia o la sua amica – che è stato ricoverato, legato, costretto ad adeguarsi. E i più giovani, che pensano di essere liberi, che una pastiglia possa risolvere l’umana sofferenza, stentano a capire che la camicia di forza è anche quella che si infilano tutti i giorni, quando – sempre più spesso – incazzati col mondo corrono a fare un lavoro che non li appaga e li abbrutisce – «e grazie al Cielo che ce l’hai un lavoro!», si sentono rispondere se si lamentano; o fingono che vendere pezzi del proprio corpo sia un eccitante modo per far carriera in una società liberata – dove l’unica libertà è vendere se stessi.

Lo spettacolo continua:
Piccolo Teatro Grassi

Via Rovello 2
fino a martedì 5 ottobre ore 19.30

MURI – prima e dopo Basaglia
testo e regia Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
scene e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
luci Claudio De Pace
produzione Teatro della Cooperativa

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