L’enigmatico testo di Georg Büchner rivisitato con gli occhi dei felliniani Gelsomina e Zampanò.

Esistono testi la cui contraddittorietà, la cui natura intrinsecamente equivoca, hanno contribuito alla loro fortuna: penso all’Amleto, a Ubu Re, anche a Pinocchio.
Il Woyzek è uno di questi. E qui l’ambiguità è addirittura filologica: per la struttura aperta, per la difficoltà di decifrare il manoscritto, il cui il titolo, per quasi cento anni, è stato letto erroneamente Wozzek, e che in questa forma compare, nel 1922, nel capolavoro di Alban Berg che aprirà la strada alla nascente poetica dodecafonica.
La compagnia Astorritintinelli, incline alle rivisitazioni drammaturgiche di testi, anche non teatrali, di notevole spessore letterario (da Shakespeare, a Enzenberger, a Pasolini), esplora questo enigmatico dramma incompiuto, cui Georg Büchner aveva lavorato fino a pochi giorni dalla morte, giunta a ventiquattro anni, nel 1837: un testo che nasce in periodo romantico, ma nel quale si individuano i germi profetici del teatro espressionista e di Brecht.
Alberto Astorri e Paola Tintinelli ci si immergono con generosità, senza paura di sporcarsi le mani e, pur nel sostanziale rispetto del testo originale, ne esce una cosa altra, appunto La ballata di Woizzecco.
Il loro modo di lavorare è molto particolare: propongono un teatro totale, dove la scenotecnica è manovrata dagli stessi attori, e la sua gestione a vista diviene parte integrante del progetto drammaturgico. Fanno tutto loro: Paola non pronuncia una parola per tutto lo spettacolo, ma l’attenzione dello spettatore è spesso catturata della sua figura, con un cappellaccio in testa, calzoni neri e camicia fuori misura, seduta di spalle alla console, irresistibile nella sua partitura gestuale, nel goffo, concitato dirigere una immaginaria orchestra (nella colonna sonora, distorta ad arte, si alternano, a mo’ di patchwork, Rossini, Smetana e Schubert a Capossela e Rosa Balestrieri).
La coppia  rimanda in modo trasparente alle figure di Gelsomina e Zampanò, del film La strada (1954), e non solo per la somiglianza dei loro tipi fisici (esile, apparentemente fragile e incerta, Paola; esuberante e corpacciuto, Alberto), ma tutto il disordinato bric-à-brac della scenografia ricorda il baraccone felliniano. Tuttavia l’idea dell’imbonitore di strada arriva direttamente dal testo di Büchner, come mi fa notare Alberto, qui burbanzoso guitto uscito da un carro di Tespi, che assume su di sé tutti i ruoli del dramma, compresa l’infedele Marie, vittima del raptus di Woyzek/Wozzecco.
Il lavoro, prodotto nel 2003, non ha perso il suo smalto, e testimonia la serietà e coerenza di un itinerario di ricerca cui i due artisti si dedicano, senza compromessi né facili strizzate d’occhio al mercato, fin dal nascere del loro sodalizio, nel 2002.

Lumpatius Vagabundus

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