«A proposito, e la cantatrice calva?»

Nemmeno questa volta, nemmeno al San Genesio di Roma, la Cantatrice calva di Ionesco è apparsa sulla scena.

Il silenzio dell’attesa, presto risolta in un nulla di fatto, e la difficoltà di concepire la figura di una cantante priva di capelli, quando invece si è soliti apprezzarne la fluente chioma, sono alcune delle iperboli cui il pubblico è stato gradualmente messo a confronto, dopo averlo fatto assistere a sketch quanto meno improbabili e a cervellotiche elucubrazioni.
Un bizzarro orologio a pendolo, indossato da un attore muto sulla scena, scandisce il passare delle ore: è lui, forse, il protagonista della Cantatrice calva andata in scena al Teatro S. Genesio di Roma tra il 15 e il 18 febbraio, con l’adattamento e la regia di Adriana Trapanese.

Il suo volto, al posto del quadrante, è truccato come quello di un clown, lancia occhiate sarcastiche e annoiate; la mano agita il pendolo con un gesto deciso, quasi a imporre il ritmo del passaggio da una scena all’altra. Tutt’intorno si espande la nuvola di parole pronunciate dai sei personaggi, i coniugi Smith, i coniugi Martin, la cameriera Mary, il pompiere: conversazioni e battute ripetute più volte che vertono su avvenimenti di nessuna importanza (come quella iniziale e finale sul menù consumato a cena); dialoghi che non sono dialoghi, perché i parlanti non hanno voglia di ascoltarsi o si fraintendono; situazioni che sfiorano il non senso, come quando si sente il campanello suonare, ma nessuno dietro alla porta aspetta di entrare.

Il linguaggio, tradizionalmente inteso come sistema di parole che hanno dei referenti esterni, viene stravolto e la realtà inglobata in esso per essere poi disarticolata nel gioco dei significanti. Pur essendo piena di ritmo e di imprevedibili boutade, la pièce ioneschiana sembra negare la durata, abolendo il futuro e instaurando l’eterno presente della noia: la trama è inesistente e già dall’inizio sappiamo che non accadrà nulla.
Occorre evitare di sovrapporre le teorie esistenzialiste dell’assurdo, all’epoca diffuse da Sartre e Camus, all’approccio tipicamente ioneschiano, tanto meno fare del drammaturgo rumeno, naturalizzato francese, un anticipatore di Beckett, il cui En attendant Godot andrà in scena tre anni dopo la Cantatrice chauve (1950). I primi due sono cartesiani dell’assurdo, giacché lo sezionano e lo inquadrano attraverso gli strumenti della logica argomentativa; il terzo affronta i temi metafisici dell’assenza di Dio e della speranza che un giorno Egli possa rivelarsi. Per Ionesco, a differenza dei tre appena menzionati, il mondo non è affatto privo di logica, dato che tutti i suoi fenomeni seguono la ferra legge della causa e dell’effetto. Ciò che è assurdo è il fatto di esistere: a essere stupefacente, insolita e sconclusionata è l’esistenza in sé. Un altro rumeno, che ha scelto il francese come sua lingua d’elezione, ci è forse di aiuto per comprendere la peculiare sfumatura dello stupore ioneschiano, che oscilla tra la noia e la derisione, senza mai fissarsi in asserzioni di carattere definitivo: «Per l’uomo la vita non è un assoluto. Per l’animale essa è tutto; per l’uomo è un punto interrogativo. Punto interrogativo definitivo, giacché egli non ha mai ricevuto né riceverà mai risposta alle sue domande. Non solo la vita non ha alcun senso, ma non può averne uno» (Émile Cioran, L’inconveniente di essere nati).
La sceneggiatura di Adriana Trapanese è accurata oltre che fedele, la rappresentazione ridotta nei tempi, in modo da restituire l’essenziale delle undici scene previste dal testo originale, anch’esso concepito come atto unico. La recitazione degli attori della Compagnia del Tirso è frutto di un attento lavoro di preparazione che, però, non sempre lascia trasparire quegli effetti di spontaneità e di immediatezza necessari alla finzione scenica. Gli oggetti scenici creati dalla bottega Spiritree della Garbatella meritano una menzione particolare per la loro efficacia straniante; i costumi ispirati agli anni Cinquanta contribuiscono a creare quel clima di conformismo sociale che l’anticommedia ioneschiana intende smontare, facendolo esplodere dall’interno.
Rimane un quesito a cui, francamente, non sappiamo rispondere: il teatro ioneschiano può ancora oggi fare la storia del teatro o è oramai diventato un classico di una sua gloriosa era? «Non è di qua, ma è di là», urlano tutti i personaggi alla fine della pièce, gli uni nelle orecchie degli altri: «non è di qua, ma è di là».

Da che parte vale la pena schierarsi? Intendiamo dire che, assai probabilmente, lo stesso Ionesco non avrebbe gradito di essere trattato come un’istituzione e che la sua Cantatrice chauve meriterebbe di essere reinventata per suscitare emozioni e dubbi nel pubblico, non semplicemente riproposta. Accentuare l’ironia a detrimento dello stupore, ridere dell’assurdo è solo una delle strade seguite da Ionesco; l’altra, colta e rappresentata con meno attenzione, è quella di far avvertire lo stesso immotivato stupore di esistere in un mondo, proprio il nostro, che c’è, ma poteva anche non esserci.

«Ecco quello che un’opera d’arte riuscita è per me: comunicazione di ciò che è incomunicabile; qualcosa che coglie dal vivo ciò che altrimenti è inafferrabile… un misto di lucidità molto penetrante e d’incoscienza» (Lettera a Gabriel Marcel, Ionesco).

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro San Genesio
Via Podgora 1 Roma
dal 13 al 18 febbraio 2018

La Cantatrice calva
di Ionesco
adattamento e regia di Adriana Trapanese
interpreti della Compagnia del Tirso: Paolo Della Rocca, Valeria Cecere, Mimmo Lamuraglia, Lilia Nacci, Mario Leante, Carla Iacuzio, R. Khoji Giovinazzo

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