L’infanzia perduta

Ispirata a La Classe Morta di Kantor, Fabiana Iacozzilli indaga il rapporto tra infanzia e età adulta. Che fare con il ricordo insistente del bambino che siamo stati?

Serata in overbooking al Teatro Argot di Roma, tanto che accanto agli spalti dedicati al pubblico, vengono apparecchiati scomodi trespoli, che impediscono di vedere metà della scena. Gli spettatori che hanno avuto la disgrazia di entrare per ultimi – compresi i sottoscritti – si devono accontentare di vedere lo spettacolo come se avessero un occhio bendato.

Negativa condizione per chi vuole godere del teatro, certo, ma anche un’involontaria metafora di chi guarda alla propria infanzia attraverso l’occhiale opaco del ricordo. Si tratta di trasformare sensazioni confuse in parole, col risultato di raddoppiare la nebbia, simile al pulviscolo dovuto dall’agitarsi di un cancellino. I personaggi non sono attori, ma marionette con scolpita sul volto un’espressione di smarrimento, enfatizzata da grandi occhi spalancati, sospesi tra il percepirsi fuori di sé e i segnali che da dentro manda una coscienza in penosa formazione.

Se La classe morta di Kantor è di fatto una processione funebre (i personaggi sono vecchi che hanno ucciso il bambino che sono stati), La classe di Iacozzilli è osservarsi alla stregua di un “perseguitato politico”, ostaggio di piccole e grandi angherie da parte dell’Istituzione Educativa. La maestra è di fatto una criminale perché assassina il candore dei suoi piccoli scolari. Del resto non si fa altro che “uccidere”. Solo pochi individui se ne astengono: sono gli artisti.

Che fare con i nostri ricordi? È la domanda a cui vuole rispondere l’azione teatrale, fatta di lente e pinocchiesche istantanee di memoria, punteggiata con interviste ai compagni di classe e inserti biografici. Di fatto la scena è sospesa in un’aura astratta: i burattini sembrano brani di carne aperta su un tavolo autoptico, dentro un buio persistente tagliato da luci, da messaggi terroristici impressi sulla lavagna, da ortopedizzazioni tra la sedia e il banco simili a complicati apparecchi di tortura.

Di fatto la rappresentazione è incentrata sulla nevrosi dell’artista, fissata al momento in cui l’innocenza si è spezzata, senza amore, senza preparazione, senza abbraccio, come una bottiglia che va in pezzi. Non resta che fare virtù artistica di necessità, riattaccandoli alla comesipuò. Il teatro in quest’ottica è inteso come una complessa chirurgia del ricordo, una sutura della ferita tra il bambino e l’uomo, che tuttavia sempre si riapre.

La presenza in scena di chi anima i burattini rende a volte faticoso il sostegno alla bolla teatrale, eccetto per Iacozzilli stessa. Alla maniera di Kantor, è regista in scena, sia come creatrice in corpore vivi, ma anche come vittima della sua stessa opera, costretta com’è a rivedere il suo passato attraverso il caleidoscopio della crudeltà. Gli stretti riferimenti autobiografici sembrano costringere all’aneddotica personale, invece che a una più vasta trama metafisica, capace di testimoniare un’epoca, al di là dei poveri corpicini dei nostri personalissimi ricordi.

Tuttavia lo spettacolo – malgrado averne visto per metà – ci conduce alla scoperta che, senza indulgere al riflesso di trovare un colpevole, tutti noi siamo vittime e carnefici. Siamo vittime perché derubati, carnefici perché perpetuiamo come macchine di vendetta la stessa ingiustizia subita; verso gli altri, certo, ma anche verso noi stessi, senza avere pietà per il bambino che siamo stati.

Lo spettacolo è in scena
Teatro Argot Studio

Via Natale del Grande 27, 00153 Roma
dal 12 al 17 e dal 22 al 24 febbraio 2019
da martedì a sabato ore 20.30, domenica ore 17.30

La classe – un docupuppets per marionette e uomini
uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli, Cranpi
collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Marta Meneghetti, Giada Parlanti, Emanuele Silvestri, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
scene e marionette Fiammetta Mandich
luci Raffaella Vitiello
suono Hubert Westkemper
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
assistenti alla regia Francesco Meloni, Silvia Corona, Arianna Cremona
foto di scena Tiziana Tomasulo
consulenza Piergiorgio Solvi
un ringraziamento a Giorgio Testa
produzione e comunicazione Giorgio Andriani e Antonino Pirillo
co-produzione Cranpi, Compagnia Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie_n.o.t
con il supporto di Residenza IDRA e Teatro Cantiere Florida / Elsinor nell’ambito del Progetto CURA 2018 e con il supporto di Nuovo Cinema Palazzo e con il sostegno di PERIFERIE ARTISTICHE – Centro di Residenza Multidisciplinare Regione Lazio

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