La ricerca della verità

Diceva Cechov l’uomo diventerà migliore solo quando gli avrete mostrato com’è fatto: in questo assunto è racchiuso il lavoro fatto da Anna Redi e dalla sua compagnia su La conferenza degli uccelli andato in scena all’interno dell’undicesima edizione del Napoli Teatro Festival.

Uno dei più importanti poeti della tradizione persiana è senza dubbio Farid Uddin Attar Mantic Uttair, mistico vissuto tra il 1145-46 e il 1221, che per opera di un Derviscio abbracciò il sufismo diventandone poi uno dei maggiori rappresentanti. La sua opera più conosciuta è Il verbo degli uccelli, poema di quasi 4500 versi risalente al 1771, una grande allegoria in cui si narra che tutti gli uccelli del mondo, riunitisi per eleggere il proprio, sarebbero stati spinti dall’intervento dell’Upupa, con non poche difficoltà, ad affrontare un lungo viaggio alla ricerca del Simurgh – leggendario uccello assimilabile alla Fenice della tradizione occidentale.
Si tratta ovviamente di un viaggio iniziatico che è poi il percorso di quegli uomini e quelle donne che sentono la necessità di andare alla ricerca di qualcosa di altro: così come non tutti gli uccelli riusciranno ad arrivare alla fine del viaggio, anche gli uomini e le donne possono perdersi o arrendersi durante il percorso. Le difficoltà da superare sono non sempre esterne, ma spesso insite negli esseri viventi. La stessa risposta alla domanda primigenia è contenuta dentro di se e i trenta uccelli che riusciranno a raggiungere il luogo in cui vive il Simurgh non scorgeranno altro se non la loro immagine riflessa in uno specchio. Se l’Upupa rappresenta un maestro Sufi e il Simurgh la ricerca di Dio, il viaggio degli uccelli simboleggia il percorso che deve affrontare un Sufi per attingere alla vera natura di Dio e, dunque, tutto il poema condensa la dottrina Sufi secondo cui Dio non è esterno o separato dall’universo, bensì costituisce la totalità di ciò che esiste.
Nel 1979 fu Peter Brook a portare in scena il poema ad Avignone, definendolo un oceano, uno sconfinato insieme, profondo e misterioso, liberamente percorribile in ogni senso e direzione.
Per l’undicesima edizione del Napoli Teatro Festival è Anna Redi (leggi qui l’intervista) con la sua compagnia a cimentarsi in questa impegnativa prova, portandone in scena la riduzione teatrale di Jean-Claude Carrière. Come sottolineato dagli interpreti e dalla stessa regista, il lavoro dell’attore su questo testo ha come conseguenza un totale assorbimento nonché un completo abbandono al sottotesto. Ogni attore ha scelto uno o più uccelli-personaggio e non solo si è dovuto confrontare con i limiti e le difficoltà del personaggio stesso – comprendendole e provando a superarle per arrivare a sentire ciò a cui giungono alla fine del viaggio – ma anche con i propri, realizzando così una sorta di catarsi: è l’uomo o la donna che si mette di fronte a se stesso e, in questo caso, il confronto avviene su un doppio livello di significato.
Entrando nella sala dove avviene il tutto, si è accolti dalle note di un pianoforte che basterà a comporre l’essenziale scenografia di questa rappresentazione. Tra le tante parabole messe su carta da Attar ne sono state scelte un numero ridotto, probabilmente quelle ritenute più significative anche se, a ben guardare, l’accostamento di alcune di queste ha mostrato il fianco al rischio di rendere una parte delle tematiche eccessivamente ridondanti. Tra gli elementi messi in campo anche il Coro di Voci Bianche della scuola Eccher diretto da Chiara Biondani, che ha saputo efficacemente sottolineare alcuni dei più importanti attimi di pathos, anche se non sempre tutti gli interventi sono risultati adeguati. È comunque una scelta apprezzabile che, continuando un lavoro di affinamento sulla totalità della messinscena, può andare ad amalgamarsi ancora meglio con il lavoro degli attori.
Un elemento scenico interessante è la presenza di alcuni bastoni di bambù che, seppur non particolarmente significativi per la resa totale della performance, hanno saputo richiamare – volutamente o casualmente – parte del training adoperato da Peter Brook per sviluppare negli attori attenzione e concentrazione, con la finalità ultima di saper accogliere qualsiasi variante adoperata in scena dai compagni. Questa volontà di unione, di amalgama di tutti gli elementi, si percepisce nettamente nel lavoro di Redi, così come nei performer è ben visibile una accorata e attenta partecipazione. Una prova, questa, affrontata con grande coraggio e determinazione da tutti in cui, però, si avverte la necessità di affinare la recitazione in alcuni degli elementi della compagnia – ricordiamo però la presenza di attori volutamente non professionisti – per far sì che un testo come questo oltrepassi definitivamente il pericolo di una lettura didascalica per approdare ad una interpretazione ancora più fluida e naturale.
Confidando nel grande potenziale di questo gruppo, siamo certi che presto ne sentiremo ancora parlare.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Napoli Teatro Festival 2018
Sala Assoli
7 luglio ore 19.00 e 8 luglio ore 21.00

Associazione Chiaradanza in collaborazione con
Scuola di musica C. Eccher Società Cooperativa
Scuola Musicale G.Gallo
Servizi Culturali Val di Non e di Sole
Associazione culturale LeArTi
con il contributo di Fondazione Caritro presentano
La conferenza degli uccelli
dal Poema di Farid Uddin Attar Mantic Uttair
di Jean-Claude Carrière
regia Anna Redi
con Amar Souphiene, Elena Baroglio, Roberto Caccioppoli, Francesca Luce Cardinale, Andrea Caschetto,Tommaso De Santis, Manuela Fiscarelli, Carolina Patino, Valeria Sacchidesign teatrale Raffaele Di Florio
costumi di Simona Marra
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche della scuola Eccher diretto da Chiara Biondani
trainer vocale Elena Baroglio
consulenza musicale Piero Grassini
organizzazione Linda Martinelli

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