Lumpazivagabundus1

Non stupisca se, in redazione, convivono valutazioni divergenti su un medesimo spettacolo. La diversità, anche di opinione, non deve essere un problema ma, fra persone serie e intellettualmente oneste, una risorsa. E siccome a Persinsala le persone sono serie e intellettualmente oneste, non si ha paura del confronto dialettico.

Vorrei parlare dell’Amleto di Quelli di Grock, nuovamente in scena fino al 10 febbraio, del quale non ho condiviso la recensione a firma Luciano Uggè, pubblicata nel marzo scorso.
Di quell’Amleto avevo apprezzato, per cominciare, l’obiettivo di proporre un classico alle giovani generazioni: lo spettacolo, difatti, che era stato inserito nella rassegna Segnali di teatro ragazzi, fornisce un possibile, originale esempio di una politica culturale che aiuti gli adolescenti a capire che Shakespeare può essere divertente.
Quelli di Grock hanno proposto un’edizione della tragedia in leggerezza, secondo la loro consolidata poetica fatta di energia, ironia e agitazione ipercinetica, tagliando coraggiosamente, o lasciando in understatement, alcuni dei topoi basilari; esaltando il movimento, il registro comico: una lettura certo adatta ad un pubblico adolescente, ma non priva di piacevoli, godibili invenzioni, appezzabili da chiunque sia abituato ad edizioni shakespeariane diversamente ingessate e declamatorie.
La scelta del continuo scambio dei ruoli, che passano con naturalezza dal maschile al femminile, fino al raddoppio dei personaggi, costituisce uno degli elementi di maggior godimento dello spettacolo: sottolinea, infatti, il gioco del teatro, quella finzione che ne è l’essenza.
L’originalità della regia consiste proprio nell’aver consapevolmente buttato via molte delle battute più famose (“ci son più cose fra cielo e terra…”; “l’arrosto del banchetto funebre servito freddo a quello di nozze”), per valorizzare gli elementi comici, peraltro presenti nel testo, restituiti col linguaggio coreutico e di puro mimo, tipico della cifra espressiva di “Quelli di Grock”, particolarmente evidenti in alcuni felici momenti, nella seconda parte, con la compagnia dei comici.
Non mi sarei stupito, a questo punto, se fosse stato addirittura eliminato anche il famoso, topico “Essere o non essere”. La regia, invece, ce lo fa servire da un Amleto con i capelli corti, in una modalità un po’ buttata via, senza il teschio in mano, che non mi è dispiaciuta, coerente con la lettura registica complessiva, e molto lontana da quella scontata, tradizionale, che ci si può aspettare da qualsiasi diligente diplomato di una scuola di teatro.
Malgrado il vorticare – gustosissimo – delle corrispondenze interpreti/personaggi, lo spettatore non ha problemi su chi interpreti chi: non solo perché la vicenda di Amleto è quasi più nota di quella di Cappuccetto Rosso, ma perché il passaggio a vista dei costumi e degli oggetti che identificavano i personaggi, oltre al loro richiamarsi ogni volta per nome, era di una trasparente chiarezza, addirittura didascalica.
Dissento, infine, dalla proposta di far microfonare una delle poche compagnie ove, resistendo a una tendenza ormai dilagante, si insegna ancora a farne a meno.

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