Federica De Vita porta in scena al Teatro Flavio di Roma, fino al 9 Maggio, una lettura inedita dell’Inferno.

Il Teatro Flavio conclude la sua stagione di prosa proponendo la prima cantica dell’Alighieri, con l’avvolgente interpretazione di Federica De Vita, che dà voce e corpo alla perifrasi dantesca, restituendo appieno la magia del testo e la meraviglia poetica di un autore che, nel suo viaggio, ha inteso raccontare l’odissea di ogni essere umano alla ricerca della propria identità, al di là del piano immanente del vivere oltre il tramonto inevitabile del morire.

Il critico dantesco Francesco De Sanctis, asseriva che con Dante “l’uomo ritorna a sé”: attraverso una precisa parabola dialettica, riusciva finalmente a parlare delle sue paure, delle sue contraddizioni, del suo essere animale politico e contemporaneamente immagine e somiglianza di Dio.

Ed è proprio l’essenza dialettica dell’uomo, il suo innato travaglio d’elemento terrestre intriso di volontà divina, che Dante ha sempre voluto mettere al centro della sua riflessione, giudicato perciò dallo stesso De Sanctis: “come il vero iniziatore dell’umanesimo italiano.”

Un ritorno all’umanità dell’uomo, alle sue passioni veraci, al realismo della sua misera ma altissima condizione, quello che anima tutta la recitazione di Federica De Vita, riuscendo a creare un’atmosfera ovattata e coinvolgente, capace di alternare con razionalità drammaturgia e prosa, interrogazioni e visioni psichiche, tenendo sempre uniti passato e presente, nel tentativo oscuro di dare risposta all’attuale precarietà del vivere quotidiano.

Dante come ricetta per l’oggi? Forse. O forse la sua omogeneità nei confronti del presente, risiede nella sua inalterabile abilità nel descrivere l’essere umano in toto, senza falsità né giustificazioni di sorta, senza ansimanti barocchismi o statici esercizi di stile che tentino di abbellirne la natura. Il suo è un linguaggio crudo, essenziale seppur magico, asciutto seppur ricco di influssi, orizzontale e insieme verticale nel ricercare costantemente la grazia divina che illumini il viaggio verso le profondità infernali degli abissi umani.

Una ricerca che tende ad attualizzare il messaggio dantesco, lontana da qualsiasi riproposizione manieristica e accademica dell’Inferno – autonoma dalle tradizionali letture di Carmelo Bene e Gassman e dall’ultima rielaborazione pedagogica di Benigni – passa attraverso i canti più significativi, tra cui il famoso incipit, l’incontro soave col maestro Virgilio, l’imbattersi terrorizzante con Cerbero e Caronte, il traghettatore di anime, l’indimenticabile quinto canto dedicato all’amore eterno e impossibile tra Paolo e Francesca e l’orrore della morte indicibile del Conte Ugolino, fino a concludere il caleidoscopico orizzonte della prima cantica.

Non vi è in Federica De Vita, nessun intento magistrale nel restituire, allo spettatore, il fascino incancellabile del teatro come rielaborazione propulsiva di stati d’animo, osmosi vitale, narrazione totalizzante, dialogo assembleare, come fu ben concepito dal mondo greco. Il mondo si racconta attraverso il teatro, tentando, come diceva Eduardo De Filippo: «di dare senso alla vita dell’uomo».

Nel suo viaggio, morte e vita spesso si confondono, parlando lingue diverse sebbene affini, non solo per giustificare la sua condotta politica, ma per uccidere tutto ciò che di morto c’è nell’uomo, ricondurlo alle passioni concrete, alla gioia di una fede in un mondo salvato dalla giustizia.

Lo spettacolo continua:
Teatro Flavio
Via G. B. Crescimbeni, 19 – Roma
fino a domenica 9 maggio
orari: da mercoledì a sabato ore 21.00 – domenica ore 17.00

La Divina Commedia di Dante Alighieri
regia di Franco Venturini
con Federica De Vita

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